Drogba punisce nell’unica vera occasione capitatagli, Osman è la vera delusione del pomeriggio
Analizziamo ulteriormente un evento unico e sempre splendido come la 128esima finale di FA Cup, con delle piccole pagelle sui protagonisti del match.
Chelsea (4-3-3):
Petr Cech 6: Deve inchinarsi immediatamente a Saha ma sulla conclusione del francese c’è poco da fare, colpa della difesa che lascia all’attaccante troppo spazio per caricare il tiro. Per il resto l’Everton non si rende più pericoloso e il ceco deve sporcare i guanti solo in qualche uscita, balbettando in un paio di occasioni.
Josè Bosingwa 6: Deve trovare un punto di equilibrio, visto che con Scolari in panchina a volte la sua spinta era eccessiva, mentre dall’arrivo di Hiddink molto spesso si limita a rimanere basso, supportando poco il gioco. Di certo, il Bosingwa migliore è quello che spinge con continuità sulla fascia e in questo match non lo si è visto quasi mai. Il portoghese tiene la posizione e di tanto in tanto soffre i movimenti di Pienaar.
Alex da Costa 6: Sbavatura evidente sul gol subito, quando va troppo leggero al contrasto aereo con Fellaini e non allontana in modo definitivo il pallone, permettendo a Saha di girare in rete. E’ di fatto l’unico suo errore su palla alta, dove risulta abbastanza insuperabile sui tanti lanci cercati dall’Everton. Meno bene invece sui palloni alti, visto che dà l’impressione di andare in difficoltà soprattutto contro Cahill: per sua fortuna, l’Everton non riesce ad esplorare continuamente questa situazione e può nascondere questa sua pecca.
John Terry 6,5: Probabilmente si aspettava di faticare maggiormente in una finale di FA Cup, ma invece l’Everton limita decisamente il suo apporto alla partita, limitando il capitano dell’Inghilterra a qualche disimpegno neppure difficoltoso e a qualche duello aereo con Fellaini o Cahill, perché gli attacchi dei Toffees sono poco continui e poco convinti.
Ashley Cole 6: Corre molto, si sovrappone spesso a Florent Malouda ma è impreciso sia al cross che al tiro. Al solito invece non si fa mancare qualche distrazione in disimpegno. Alza però la quinta FA Cup della sua carriera, entrando di fatto nella storia della competizione.
Michael Essien 5: Dopo il rientro dall’infortunio, ha giocato quasi sempre a livelli altissimi ma a Wembley rifiata e appare abbastanza irriconoscibile: al Chelsea manca il suo impatto fisico e il ghanese si fa vedere soltanto per un brutto tackle rifilato a Fellaini che poteva anche costare caro alla sua squadra. Hiddink non vede il solito Essien e fa bene a sostituirlo dopo circa un’ora di gioco. (61’ Michael Ballack 6: entra in campo per battagliare e guadagnare qualche calcio di punizione, ma è evidente come la condizione fisica non sia delle migliori e il tedesco non è brillante. Il suo finale di stagione rimane comunque buono, tanto da convincere il club a rinnovargli il contratto per un’ulteriore stagione: la firma non è ancora arrivata, ma il tedesco ha lasciato intendere che l’affare ormai sia fatto)
John Obi Mikel 5,5: Partecipa attivamente al pasticcio che porta l’Everton immediatamente in vantaggio, poi si limita al compitino, piazzandosi davanti alla difesa e regalando un impatto minimo alla partita. E’ vero che la sua “specialità” riguarda la fase di contenimento, ma per giocare a questi livelli dovrebbe cominciare a fare qualcosina di più anche in appoggio alla manovra, senza estraniarsi come successo in questo match.
Frank Lampard 6,5: Tocca sempre molti palloni, muovendosi continuamente sulla trequarti offensiva e tagliando spesso sul centro-destra. Di fatto però anche lui appare poco brillante e non riesce a trovare grande lucidità per aprire gli spazi nella difesa avversaria. In una giornata che sembra anonima, però, tira fuori il colpo da campione con la sassata che sorprende Howard e regala al Chelsea la quinta FA Cup: nato per essere decisivo.
Nicolas Anelka 5,5: Nel primo tempo il Chelsea vuole esplorare la sua zona, ma poi capisce che è meglio lasciar perdere e pungere sulla sinistra dove il duello tra Malouda e Hibbert è decisamente favorevole. Il capocannoniere della Premier League trotterella in campo e appare lezioso per tutti i primi 45 minuti. Si sveglia nella ripresa, muovendosi maggiormente con i tagli centrali e andando al tiro in modo decisamente pericoloso in un paio di occasioni, ma non è abbastanza per raggiungere la sufficienza.
Didier Drogba 6,5: Ha una sola vera occasione da rete e la sfrutta in modo imperioso, evidenziando le sue splendide doti aeree. Per il resto, non trova vita facile contro Yobo e Lescott, non riuscendo più ad andare al tiro in modo pericoloso e sbagliando qualche sponda di troppo, ma il suo peso in zona centrale si fa sempre vedere ed è una minaccia costante per la difesa avversaria.
Florent Malouda 6,5: Dopo un anno e mezzo degni di “Chi l’ha visto?”, la cura Hiddink lo ha svegliato in maniera perentoria, regalando al Chelsea un Malouda decisamente più vicino a quello visto al Guingamp prima e al Lione poi. A due facce la sua finale di FA Cup, visto che nel primo tempo è la vera spina nel fianco per l’Everton, saltando con grande continuità Hibbert, risultando il più vivace del Chelsea e mettendo in mezzo il cross incornato alla perfezione da Drogba. Molto meno bene nella ripresa, visto che non riesce più a superare l’uomo e sbaglia anche la grande occasione per chiudere i conti. Merita mezzo punto in più per la fucilata che si stampa sulla base interna della traversa e poi oltrepassa la linea di qualche centimetro, ma è sfortunato perché il guardalinee non vede bene e non assegna il gol.
Il manager:
Guus Hiddink 6,5: Difficile fare meglio in questi quattro mesi e mezzo da caretaker a Stamford Bridge. Dopo la confusa rivoluzione di Scolari, ha avuto il merito di rimettere le cose apposto riproponendo il gioco tanto caro a Josè Mourinho, cosciente che nel poco tempo a sua disposizione era impossibile proporre qualcosa di nuovo. In questo modo il Chelsea chiude la stagione in modo più che dignitoso, tanto che avrebbe strameritato l’accesso alla finale di Champions League, per inchinarsi soltanto ad “ordini superiori”. La perla arriva comunque con la vittoria in FA Cup e l’olandese può lasciare il calcio inglese cosciente di aver lasciato un’impronta evidente, soprattutto nei cuori dei tifosi del Chelsea: adesso tocca ad Ancelotti proporre qualcosa di nuovo e rinfrescare la rosa.
Everton (4-4-1-1):
Tim Howard 5: La sua sarebbe una prestazione del tutto sufficiente senza l’evidente sbavatura che costa il gol decisivo: il tiro di Lampard è buono ma non angolatissimo e l’americano si attiva in ritardo mostrando pochi riflessi, facendosi infilare in maniera colpevole.
Tony Hibbert 3: Nel suo disastroso primo tempo influisce molto anche l’ammonizione inventata dall’arbitro Webb per un contrasto velleitario e soprattutto involontario con Malouda, ma il terzino dell’Everton ci mette molto del suo. Malouda è molto più veloce, lo punta continuamente e lo salta con estrema facilità, con Hibbert che in molti casi appare tirare indietro il piede, facendosi eccessivamente limitare dall’ammonizione subita. (46’ Lars Jacobsen 6,5: Tutto fuorché elegante ma davvero efficace nel suo ingresso in campo nella ripresa: dopo aver imperversato in tutto il primo tempo, Malouda non salta l’uomo ed è anche merito del rude danese).
Joseph Yobo 6: Compito difficile quello di limitare Didier Drogba, specialmente se a volte si interviene in modo abbastanza leggero nei contrasti fisici. Il nigeriano capisce con il passare dei minuti come affrontare l’avversario diretto e tutto sommato si merita la sufficienza.
Joleon Lescott 6: Ha sulla coscienza il gol del pareggio realizzato da Drogba: nell’azione è evidente l’errore generale dell’Everton nella lettura dell’azione e l’eccessiva staticità, ma Lescott avrebbe dovuto contrastare meglio lo stacco dell’ariete ivoriano, facendosi prendere il tempo con troppa facilità. E’ un peccato, perché l’errore rovina una buonissima prestazione, che ha visto Lescott avere spesso la meglio nei duelli con Drogba, che infatti spesso preferiva aggirarsi sulla zona di Yobo.
Leighton Baines 6,5: I compiti tattici assegnatigli da Moyes limitano in maniera evidente il suo apporto in fase di spinta, ma Baines rimane il migliore nella difesa dell’Everton, anche perché dalla sua parte il Chelsea non punge mai. Evidente come Anelka trovi gli spunti migliori nei tagli centrali o svariando di posizione, visto che non riesce quasi mai ad avere la meglio con l’ex Wigan: conferma al cospetto di Ashley Cole di essere il miglior terzino sinistro inglese, chissà che prima o poi non lo capisca anche Fabio Capello.
Leon Osman 4: La più grande delusione del pomeriggio: era reduce dalla bellissima doppietta realizzata a Craven Cottage ed era lecito attendersi la solita prestazione di movimento e concretezza nelle due fasi di gioco, ma di fatto l’Everton si trova a giocare in 10 uomini perché Osman non esiste. Colpevole anche lui nella orribile prestazione di Hibbert nel primo tempo, visto che non si fa mai vivo in fase di raddoppio e consente al Chelsea di isolare Malouda con il terzino dei Toffees, inesistente anche in fase offensiva dove i soliti suoi tagli offensivi non si vedono mai. Probabilmente andava sostituito molto prima. (82’ Dan Gosling sv: Non ha il tempo di incidere, anche perché al momento del suo ingresso in campo l’Everton s’era ormai squagliato. Resterà nella memoria di tutti però il gol realizzato al Liverpool al 118’ minuto del replay del quarto turno, che di fatto ha dato il là al grande cammino dei Toffees).
Phil Neville 5: All’Everton manca la fase di filtro in maniera e buona parte è anche colpa sua. L’azione del gol dell’1-1 nasce anche da una sua errata lettura di posizione a centrocampo, ma soprattutto in generale gioca a ritmi eccessivamente bassi, quasi avesse una o due marce in meno rispetto al resto della squadra. La sua esperienza può anche essere importante nei Toffees, ma in questo tipo di partite la sua presenza a centrocampo di fatto limita la squadra.
Tim Cahill 5,5: Anche lui non è particolarmente incisivo in fase di non possesso nel primo tempo. Nella ripresa Moyes lo sposta alle spalle di Saha e prova a dare battaglia ad Alex e Terry, ma non riesce ad avere il giusto impatto fisico. Perde la sua seconda finale di FA Cup, dopo quella con la maglia del Millwall nel 2004, lo 0-3 subito a Cardiff dal Manchester United: ha il tempo per rifarsi.
Steven Pienaar 6: Appare l’unico dell’Everton con qualche idea in fase offensiva, l’unico che dà l’impressione di poter avere qualche spunto importante. Commette anche lui qualche errore di imprecisione, ma tutto sommato merita la sufficienza per averci provato, pur senza riuscire ad essere pungente nella trequarti offensiva.
Marouane Fellaini 6: Sembra dare abbastanza fastidio al Chelsea nei primi minuti con le sue continue spizzate sulle palle alte, ma Saha lo supporta pochissimo e il belga non trova nessun compagno a cui riservare le proprie sponde, finendo troppo spesso per dover toccare all’indietro per qualche compagno che poi puntualmente avrebbe perso il pallone. Nella ripresa viene arretrato in mediana per aumentare l’impatto fisico nel cuore del gioco e anche lì tutto sommato fa il suo, esprimendosi decisamente in modo migliore rispetto a Neville. Non riesce però mai a rendersi pericoloso negli ultimi metri.
Luis Saha 5: Entra nella storia delle FA Cup Finals andando immediatamente a segno, ma di fatto la sua partita finisce lì. Il francese dura una decina di minuti dove si rende insidioso con qualche movimento, ma poi sparisce totalmente dalla partita ed influisce nell’incapacità dell’Everton di distendersi in fase offensiva. (77’ James Vaughan sv: Entra troppo tardi ed è pure mal servito).
Il manager:
David Moyes 5: Ha lavorato in maniera eccellente in tutta la stagione, ma ha toppato nell’atteggiamento impresso alla sua squadra, davvero troppo rinunciataria soprattutto nel primo tempo, incapace di creare quella pressione dovuta a centrocampo. Ritarda anche in maniera notevole le sostituzioni di Saha e Osman, pensando forse di cavarsela fino ai tempi supplementari.
L’arbitro:
Howard Webb 4: Cosa ci fa Howard Webb ad arbitrare una finale di FA Cup è un vero e proprio mistero. Se lo scorso anno Portsmouth-Cardiff City fu diretta in maniera quasi perfetta da Dean, quest’anno la partita rischia di essere rovinata (come tutte quelle che arbitra) da un direttore di gara incompetente, che per fortuna riesce miracolosamente a non influire sul risultato. Mostra due pesi e due misure soprattutto nella gestione dei cartellini: orrenda l’ammonizione inflitta a Hibbert, quanto la mancata sanzione per il bruttissimo fallo di Essien. Azzecca soltanto nel vedere il tentativo “furbesco” di Lampard in area di rigore, anche se forse esagera nel sanzionarlo con il giallo. Impresentabile a questi livello ma incredibilmente sopravvalutato.
Report fotografico su British Football Forum: FA Cup Final 2009: The Pics
domenica 31 maggio 2009
Le pagelle di Chelsea-Everton 2-1
sabato 30 maggio 2009
Guus Hiddink lascia l’Inghilterra regalando al Chelsea la quinta FA Cup
Frank Lampard decide un match giocato a ritmi bassi, con l’Everton che sblocca immediatamente il punteggio ma poi delude
La stagione inglese finisce con la grande gioia del Chelsea e le lacrime di delusione dell’Everton: la 128esima finale di FA Cup non entrerà di certo alla storia tra le più divertenti sul piano spettacolare, anche per la data in cui è stata collocata (una novità vederla così tardi in calendario), ma permette a Guus Hiddink di chiudere nel modo migliore i suoi quattro mesi e mezzo da “caretaker” sulla panchina dei Blues, un’esperienza sicuramente positiva sia per l’olandese che ha saputo farsi apprezzare tantissimo in Inghilterra (tifosi e osservatori compresi), sia per il club che ha saputo ricucire i cocci rotti dai mesi negativi di Felipe Scolari, ottenendo una comoda qualificazione alla prossima fase a gironi di Champions League, arrivando vicinissimo alla finale della stessa Champions League (scippatagli da “poteri superiori”) e inserendo in bacheca un trofeo prestigiosissimo come la FA Cup. E’ davvero un bel regalo di addio quello impacchettato da Hiddink per il Chelsea, che per la quinta volta alza al cielo questo trofeo proprio come Ashley Cole, che in questo pomeriggio è entrato in qualche modo nella storia della competizione diventando il primo giocatore a vincere cinque volte la FA Cup (tre naturalmente con la maglia dell’Arsenal e due con i Blues) dal 19esimo secolo in poi, confermandosi di fatto il giocatore più vincente in FA Cup nell’era del calcio moderno. Anche per il grande caldo (sul terreno di gioco si percepivano oltre 40 gradi), non ne è venuto fuori un match dal grande ritmo, nonostante dopo appena 25 secondi Luis Saha riuscisse ad iscriversi anch’egli nella storia delle FA Cup Finals, diventando infatti il più veloce realizzatore nell’ultimo atto della competizione, facendo sognare l’Everton. I Toffees però non sono apparsi brillanti come negli ultimi mesi, cedendo campo al Chelsea e non riuscendo più a ripartire, finendo per esser logicamente rimontati prima dalla solita rete di Didier Drogba (quasi sempre decisivo a Wembley) e poi con la conclusione da fuori di Frank Lampard, a lasciare un’impronta indelebile anche a questa stagione che si era messa molto male ad inizio 2009. All’ultimo sussulto, quindi, il Chelsea riesce ad evitarsi una seconda stagione consecutiva “trophyless”, ovvero senza trofei in bacheca, per quanto comunque possa contare questo nel calcio inglese, dove c’è sicuramente maggiore pazienza anche attorno ai top team. A vincere è soprattutto una grandissima qualità dei Blues, ovvero la tenacia: i londinesi, infatti, nel loro cammino si sono ritrovati in svantaggio nel replay del terzo turno contro il Southend, nel quinto turno contro il Watford, in semifinale contro l’Arsenal e in finale contro l’Everton, mostrando una splendida capacità di non mollare mai e rimontando sempre, fino ad alzare al cielo il trofeo più ambito del calcio inglese. A Wembley invece si conferma una stranissima tradizione degli ultimi anni, ovvero quella che vede la squadra che elimina il Middlesbrough finire per perdere la finale, situazione che curiosamente si ripete per il quinto anno consecutivo: nel 2005 fu il Boro fu battuto al quarto turno dal Manchester United, che poi perse ai rigori la finale contro l’Arsenal (con l’unico errore della serie di Paul Scholes), nel 2006 in semifinale dal West Ham, che poi perse ai rigori contro il Liverpool (dopo un’incredibile 3-3), nel 2007 nel replay dei quarti di finale ancora dal Manchester United, che poi perse all’ultimo atto contro il Chelsea (con gol decisivo di Drogba ai supplementari), nel 2008 ancora ai quarti di finale dal Cardiff City, che poi si fermò a Wembley contro il Portsmouth. A confermare questa sorta di tradizione adesso c’è l’Everton, che ha eliminato la squadra di Southgate ai quarti di finale e puntualmente s’è fermato in finale, dopo un cammino comunque splendido che aveva visto i Toffees eliminare anche dei top team come Liverpool, Aston Villa e Manchester United. Per quanto mostrato in stagione nonostante mille infortuni, la squadra di Moyes si sarebbe meritata questo trofeo, ma di fatto i 90 minuti hanno definito un risultato ineccepibile, perché il Chelsea è stata la migliore squadra in campo.
Le due squadre scendono in campo con le formazioni ampiamente prevista: il Chelsea lascia in panchina Michael Ballack, a cui viene preferito John Obi Mikel, mentre Ricardo Carvalho continua a soffrire sul piano fisico e non trova posto nemmeno in panchina, con Alex titolare al fianco di John Terry. L’Everton risponde con il solito 4-4-1-1 con Saha come unica punta e con dal primo minuto i recuperati Phil Neville e Steven Pienaar.
Dopo il solito splendido cerimoniale (con una presenza istituzionale quale l’ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan), pronti via e l’Everton è in vantaggio: Pienaar è in leggera posizione di fuorigioco quando viene servito da Baines e va al cross dalla sinistra, il colpo di testa di Obi Mikel rimane corto, contrasto aereo tra Fellaini e Alex fa finire la sfera a Luis Saha che si era staccato e da posizione centrale trova il sinistro vincente a battere Cech e a realizzare lo 0-1. Sono passati appena 25 secondi e questo gol stabilisce il record di gol più veloce nella storia delle FA Cup Finals, superando anche quello di Bob Chatt dell’Aston Villa, che andò a segno dopo 30 secondi nella finale del 1895 nel derby contro il West Bromwich, per quello che fu l’unico gol della partita. Non è così in questa finale.
L’Everton si copre molto come previsto ma finisce per farlo eccessivamente visto il vantaggio immediato, schiacciandosi troppo all’indietro senza portare neppure grande pressione con i centrocampisti, con il Chelsea che può arrivare fin troppo facilmente al limite dell’area. Il gol sembra caricare Luis Saha, che sui continui (e alla lunga troppo insistenti) lanci lunghi dei Toffees va a dare parecchio fastidio ai due difensori centrali avversari, ma il francese dura appena 10 minuti e poi sparisce letteralmente dalla partita. Il pallone ce l’ha quasi unicamente il Chelsea, che inizialmente spinge molto dalla destra ma poi cambia idea perché il duello Malouda-Hibbert sembra decisamente quello più favorevole, con il francese che salta molto spesso l’avversario diretto: il terzino 28enne paga anche una ridicola ammonizione comminatagli dal pessimo Webb per un fallo del tutto veniale sullo stesso Malouda, ma di fatto sorprende per i suoi mancati interventi, non provando mai davvero a contrastare l’avversario e finendo per essere il nervo scoperto della difesa dell’Everton. In questo non è certo aiutato da Osman, inesistente in fase di raddoppio e non solo.
Al 21’ l’Everton rimane troppo schiacciato e statico in un’azione abbastanza lenta del Chelsea, Lampard allarga sulla sinistra per Malouda che ha ancora lo spazio per il cross pennellato a giro, Drogba prende alla grande il tempo ad un Lescott troppo leggero nella marcatura e schiaccia di testa non dando alcuno scampo ad Howard, per la rete dell’1-1. Davvero molto brutta la lettura dell’azione da parte dell’Everton.
L’atteggiamento passivo dei Toffees e il caldo rendono molto bassi i ritmi del match, con il Chelsea a manovrare e l’Everton che non riesce più ad uscire, con il centrocampo in particolare difficoltà, in particolare Phil Neville. Nel match si vede sorprendentemente poco anche Michael Essien, che non ha alcun impatto fisico a centrocampo e di fatto si fa notare soltanto per un orrendo tackle su Fellaini che incredibilmente l’altrettanto orrendo Howard Webb non sanziona con alcun cartellino: qui il ghanese avrebbe potuto anche rischiare il rosso. Il Chelsea si presenta frequentemente alle porte dell’area di rigore ma è poco vivace, a parte Malouda che crea un mismatch davvero imbarazzante con Hibbert. L’Everton finisce il primo tempo senza aver mai tirato dopo la realizzazione di Saha.
Dopo un primo tempo di totale sofferenza, il povero Tony Hibbert lascia il posto a Lars Jacobsen: Moyes non opta per l’arretramento di Phil Neville come terzino destro e magari per l’inserimento di Rodwell in mediana, ma per dare maggiore fisicità alla mediana decide di invertire la posizione di Cahill con quella di Fellaini, il quale va ad affiancare lo stesso Phil Neville nel vivo del gioco. I Toffees però fanno pochissimo movimento senza palla e ne perdono immediatamente il possesso, anche quando non arriva il pressing del Chelsea.
E’ brutto l’inizio di ripresa, perché anche i Blues appaiono poco vivi per i primi 25 minuti, a parte lo spunto del 60’ minuto: se Malouda cala molto nella ripresa (non riuscendo mai a saltare Jacobsen), Anelka inizia a farsi vedere maggiormente e quasi trova una grande giocata sulla verticalizzazione di Lampard, cercando un pallonetto morbido di esterno destro, Howard rimane immobile e il pallone termina alto non di molto.
Visto che il Chelsea fa poco, l’Everton decide che è il caso di svegliarsi, crescendo finalmente nella fase centrale della ripresa e iniziando a farsi vedere in fase offensiva, esplorando quelle zone in cui raramente i Toffees si erano fatti vedere. Cahill però non riesce ad avere la meglio sul piano fisico contro Alex e Terry, mentre Saha continua a brancolare nel buio.
L’Everton sembra iniziare a far bene, ma al 72’ subisce il colpo decisivo: dopo una partita abbastanza anonima, Lampard riesce a rendersi decisivo ricevendo palla centralmente, resistendo alla carica di Neville per rialzarsi e calciare con il sinistro, la conclusione è diretta circa a tre quarti della porta ma Howard sbaglia l’intervento e si fa superare, guardando terminare in rete il pallone del 2-1.
Il 20esimo gol stagionale di Lampard cambia la ripresa, con l’inerzia che passa totalmente dalla parte del Chelsea: al 75’ proprio Lampard serve un gran pallone filtrante per Malouda che parte mezzo metro in fuorigioco ma il guardalinee non segnala nulla, l’ex Lione ha la grande chance sul centro-sinistra dell’area ma conferma un suo secondo tempo non brillante con un brutto spreco, mandando alto il pallone che doveva chiudere la partita.
Malouda si riscatta pienamente al 78’ con una gran botta da fuori, la fucilata non lascia alcuno scampo ad Howard ma nuovamente il Chelsea non riesce a chiudere il match perché il pallone sbatte sulla base interna della traversa, per poi rimbalzare appena oltre la linea di porta ma il gol non è assegnato. Non era una situazione facile, ma rimane comunque un errore che avrebbe potuto essere determinante.
L’Everton non riesce proprio a portare una reale pressione per pareggiare e anzi rischia più volte di subire il terzo gol, con il Chelsea che fa scorrere il tempo sul cronometro con grande calma fino al fischio finale di Howard Webb, vincendo con pieno merito la sua quinta FA Cup della storia. Guus Hiddink lascia Stamford Bridge in grande stile dopo aver fatto davvero benissimo, ma adesso l’impressione generale è che a Wembley siano scesi i titoli di coda in una grande era iniziata da Josè Mourinho: adesso la rosa dovrà essere rinnovata anche perché ha un’età media abbastanza alta e qualche elemento importante è pronto all’addio (Drogba su tutti) e probabilmente dovrà essere impostato un nuovo schema e un nuovo stile di gioco dal nuovo manager, che con ogni probabilità sarà Carlo Ancelotti, la cui esperienza al Milan dovrebbe concludersi con il match di domenica. Adesso inizieranno le solite voci di mercato e bisognerà anche capire le reali intenzioni di Abramovich, ovvero se il magnate russo avrà ancora voglia di spendere sul mercato. Il primo possibile arrivo è quello di un suo connazionale, ovvero il fortissimo esterno mancino Yuri Zhirkov del CSKA Mosca, dato molto vicino ai Blues.
Di fatto l’Everton non è mai riuscito a rendersi pericoloso dopo il gol di Saha e chiude con un filo di delusione per non esser riuscito ad esprimersi in maniera accettabile in quello che era il match più importante degli ultimi 14 anni di storia del club. Rimane comunque eccellente il lavoro di David Moyes, in una stagione che era iniziata in maniera abbastanza difficile per i Toffees ma che per poco non portava in bacheca un trofeo così importante.
Chelsea-Everton 2-1
Chelsea (4-3-3): Cech 6 – Bosingwa 6 Alex 6 Terry 6,5 Ashley Cole 6 – Essien 5 (61’ Ballack 6) Obi Mikel 5,5 Lampard 6,5 – Anelka 5,5 Drogba 6,5 Malouda 6,5
In panchina: Hilario, Ivanovic, Di Santo, Kalou, Belletti, Mancienne
Manager: Guus Hiddink 6,5
Everton (4-4-1-1): Howard 5 – Hibbert 3 (46’ Jacobsen 6,5) Yobo 6 Lescott 6 Baines 6,5 – Osman 4 (82’ Gosling sv) Neville 5 Cahill 5,5 Pienaar 6 – Fellaini 6 – Saha 5 (77’ Vaughan sv)
In panchina: Nash, Castillo, Rodwell, Baxter
Manager: David Moyes 5
Arbitro: Howard Webb 4
Gol: 1’ Saha (E), 21’ Drogba (C), 72’ Lampard (C)
Ammoniti: Obi Mikel, Lampard (C), Hibbert, Neville, Baines (E)
venerdì 29 maggio 2009
Chelsea ed Everton si giocano l’attesissima finale di FA Cup
Hiddink sfida Moyes per lasciare Stamford Bridge con un grande acuto, ma i Toffees non vogliono fallire il match più importante dei loro ultimi 14 anni
La stagione inglese si chiude con l’appuntamento che da sempre è il più atteso, resistente al passo delle mode e al business delle ipervalutate (ma spesso noiose) coppe europee per quel fascino creatosi nel corso di oltre un secolo attorno al più vecchio (e secondo gli inglesi, il più bello) trofeo del mondo: lo splendido scenario di Wembley ospiterà la 128esima finale di FA Cup, che quest’anno vedrà di fronte il pimpante Chelsea di Guus Hiddink e il solido Everton di David Moyes, due squadre arrivate piuttosto bene a questo finale di stagione e che quindi potrebbero regalare un buonissimo spettacolo in campo, oltre allo spettacolo atteso sulle tribune. I Blues hanno superato un inizio di stagione decisamente complicato con Scolari in panchina grazie all’arrivo di Guus Hiddink, bravissimo a riposizionare le varie pedine nel posto giusto e ridare alla squadra il vecchio volto creato da Mourinho (dopo la confusa rivoluzione di Scolari), creando una vera impennata di risultati tanto che i londinesi avrebbero decisamente meritato di essere mercoledì scorso a Roma a giocarsi la finale di Champions League, scippatagli dalla Uefa per mano di Tom Ovrebo sotto il motto della “finale che tutti volevano”, quel Barcellona-Manchester United che mercoledì sera ha attratto più sbadigli che bel calcio: in Inghilterra il concetto ipocrita di “finale che tutti volevano” non esiste e proprio per questo è probabile che vedremo una finale decisamente migliore. Hanno dovuto superare esami importanti anche i Toffees in stagione, visto che Moyes ha dovuto affrontare una spaventosa quantità di infortuni in molti ruoli chiave, riuscendo però a superarli sempre grazie ad un grande lavoro sugli uomini, che ha permesso anche di reinventare via via Cahill in posizione di prima punta e Fellaini come trequartista incursore, delle idee giustissime che hanno permesso all’Everton di crescere come un diesel (dopo un avvio non esaltante), di conquistare in quinto posto in classifica e soprattutto di partecipare a questa finale di FA Cup, in cui mancheranno naturalmente due elementi fondamentali come il difensore centrale Phil Jagielka (forse colui che più di tutti si sarebbe meritato questa finale) e l’eccellente regista basco Mikel Arteta, frenati sul più bello da gravi infortuni, oltre al nigeriano Yakubu ormai assente da tanto tempo. Per l’Everton questa può essere considerata come la partita più importante degli ultimi 14 anni, ovvero dalla finale del 1995 quando con Joe Royle in panchina i Toffees sorpreso il Manchester United, con la rete di Paul Rideout alla mezz’ora a regalare al club il quinto successo in questa competizione, dopo quelli del 1906 (1-0 al Newcastle), del 1933 (3-0 al Manchester City), del 1966 (3-2 sullo Sheffield Wednesday rimontando dallo 0-2 nell’ultima mezz’ora) e del 1984 (2-0 sul Watford). Decisamente più favorevole la tradizione recente del Chelsea in FA Cup, anche per la notevole crescita del club: dopo il successo del 1970 (vittoria sul Leeds al replay), i Blues hanno messo le mani sulla coppa per ben tre volte dal 1997 in poi, con i successi di 12 anni e del 2000 che hanno avuto lo stesso grande protagonista come Roberto Di Matteo, a segno sia contro il Middlesbrough dopo appena 42 secondi (nel 2-0 firmato anche da Eddie Newton) sia contro l’Aston Villa (sfruttando l’errore di James in mischia), mentre il successo del 2007 ha avuto come match winner Didier Drogba, a segno in quella finale contro il Manchester United e voglioso di ripetersi anche contro l’Everton, in quella che potrebbe anche essere la sua ultima uscita con la maglia dei Blues. Sarà sicuramente l’ultima partita di Guus Hiddink sulla panchina del Chelsea, con l’olandese che vuole lasciare un’impronta indelebile dopo quattro ottimi mesi che gli hanno permesso di conquistare il cuore dei tifosi dei Blues. Il cammino dei londinesi in FA Cup era stato abbastanza stentato nelle prime tre uscite, con qualche fatica di troppo per superare il Southend (addirittura dopo esser andati sotto al replay), l’Ipswich e il Watford (arrivando all’ultimo quarto d’ora sotto nel punteggio), per poi ottenere risultati decisamente migliori con Hiddink in panchina (era solo in tribuna al Vicarage Road) con il 2-0 facile inflitto al Coventry e soprattutto il 2-1 inflitto all’Arsenal in semifinale. Ottimo il cammino dell’Everton, che dopo un terzo turno abbastanza morbido (1-0 inflitto al Macclesfield) ha dovuto sempre affrontare delle grandi squadre di Premier League, come il Liverpool (superato al replay con la rete decisiva di Gosling ai supplementari), l’Aston Villa e il Manchester United ai rigori, con la parentesi più “semplice” dei quarti di finale contro il Middlesbrough. In poche parole, dovesse alzare in cielo la coppa, l’Everton lo farebbe dopo aver eliminato e battuto quattro della altre prime sei classificate nell’ultima Premier League e non si potrebbe certo parlare di un successo aiutato dai sorteggi favorevoli. L’Everton deve continuare a fare a meno di Jagielka, Arteta, Anichebe e Yakubu e dovrebbe presentare il solito 4-4-1-1 visto negli ultimi tempi, con Saha a guidare l’attacco anche in assenza dell’ineleggibile Jo e con Fellaini alle spalle del francese, mentre il nigeriano Yobo troverà spazio al centro della difesa al fianco di Joleon Lescott. Potrebbero essere importanti però anche gli innesti dalla panchina, soprattutto pensando ai giovanissimi Rodwell e Gosling, fondamentali nel cammino dei Toffees in coppa e che premono per avere uno spazio importante a Wembley. A guidare la squadra sarà però l’esperienza di Phil Neville, recuperato da un leggero acciacco fisico e pronto a giocare la sua quarta finale di FA Cup, dopo le tre giocate con il Manchester United. Ancora più esperto per questo tipo di match è Ashley Cole, che giocherà con il Chelsea la sua sesta finale di FA Cup della carriera, dopo le quattro con la maglia dell’Arsenal: non male per un giocatore che è ancora 28enne. La squadra di Guus Hiddink ha perso il sorteggio effettuato un mesetto fa per eleggere la squadra che giocherà con la propria prima maglia e quindi dovrà giocare con la tenuta da trasferta, che sarà quella interamente gialla, ovvero il terzo kit stagionale. Il Chelsea giocherà con la formazione titolare degli ultimi tempi, in cui l’unico vero ballottaggio riguarda Obi Mikel e Ballack, con il nigeriano favorito per completare la mediana con Essien e Lampard. Rimangono indisponibili Joe Cole e Paulo Ferreira, mentre Juliano Belletti è recuperato almeno per la panchina. Arbitrerà questa splendida sfida l’arbitro peggiore possibile, quell’Howard Webb che più volte in stagione ha mostrato la propria incapacità ma che viene sempre selezionato per match molto importanti: per nostra fortuna, ogni arbitro può dirigere soltanto una finale di FA Cup in carriera e quindi non lo vedremo più sotto questa platea.
Queste infine sono le probabili formazioni per il match che si giocherà sabato pomeriggio alle ore 16.00:
Chelsea (4-3-3):
Cech;
Bosingwa, Alex, Terry, Ashley Cole;
Essien, Obi Mikel, Lampard;
Anelka, Drogba, Malouda
Everton (4-4-1-1):
Howard;
Hibbert, Yobo, Lescott, Baines;
Osman, Neville, Cahill, Pienaar;
Fellaini;
Saha
giovedì 28 maggio 2009
Il Manchester United non punge mai e consegna mestamente la coppa
Nella finale di Champions League ad imporsi è il calcio alla camomilla del Barcellona, campione d’Europa per la terza volta
La Champions League 2009 finisce nelle mani di chi in questa finale di Roma non doveva esserci, ma che almeno ha dato un senso alla sua presenza vincendo con merito all’ultimo atto, dopo averlo fatto grazie a congetture politiche nella semifinale. Ad imporsi è il calcio alla camomilla, la manovra compassata e ripetitiva del Barcellona, un calcio rafforzato sicuramente dalla qualità massima di gran parte degli interpreti e che proprio per questo plausibilmente sarà difficile che troverà un gran numero di emulatori: chi pensa che il calcio è ritmo ed è intensità è sicuramente sconfitto da questa serata di Roma in cui a trionfare (e non solo sul piano del risultato) è la manovra stucchevole e sotto ritmo dei Blaugrana, un calcio tanto pulito quanto noioso, capace di arrivare sì in tripla cifra nella Liga per gol realizzati ma anche per una innegabile scarsa qualità del massimo campionato spagnolo meno interessante (e meno qualitativo) dell’ultimo decennio, se non di più. Difficile non pensare alla serata di Stamford Bridge e all’arbitraggio politico di Ovrebo a far felice Platini, ma restringendo il verdetto alla sola finale è giusto che ad alzare la sua terza Champions League della storia sia il Barcellona, stavolta in modo più meritato all’ultimo atto rispetto a quanto era stato nelle due precedenti occasioni: nel ’92 a Wembley fu Ronald Koeman a regalare alla squadra di Cruijff un trofeo che avrebbe meritatamente meritato la Sampdoria del grande Vujadin Boskov (e con Gianluca Vialli in campo), mentre nel 2006 a Parigi a decidere la finale contro l’Arsenal furono soprattutto le espulsioni affrettate e i gol in fuorigioco chiaro non annullati. Era la finale che “tutti volevano”, un concetto di un’ipocrisia clamorosa portato avanti da Platini, quella che secondo gli ingenui doveva essere la finale bellissima e invece è stata bruttissima, a ritmi da balera romagnola e pure di basso livello tecnico, con troppi errori, una finale che è sembrata parente strettissima di quella di Belgrado del 1973, ovvero sbloccata subito da un gol in apertura di Johnny Rep e poi controllata dalla squadra in vantaggio con continuo possesso palla ad azzerare il ritmo. Il fatto è che la differenza tra quel grande Ajax (in cui a dominare in campo c’era il già citato Johann Cruijff) e quella Juventus molto operaia (e con elementi chiave come Roberto Bettega arrivati in cattive condizioni) non era nemmeno paragonabile a quella odierna tra Barcellona e Manchester United, il che evidenzia anche delle notevolissime colpe dei Red Devils, davvero incapaci a cambiare in corsa il piano partita e dare una reale risposta allo svantaggio, una pecca che non dovrebbe proprio esistere per una squadra come quella di Ferguson, rodata da mille battaglia e complessivamente migliore rispetto ai Blaugrana, ma schiantata senza appello nel match più importante. Se da una parte nel Barcellona l’elemento più decisivo ha giocato una eccellente partita (daranno i primi individuali a Lionel Messi, ma qui in realtà l’uomo fondamentale nei match “seri” è Andreas Iniesta, l’unico in grado di dare spunti a centrocampo e verticalità alla manovra), dall’altra nel Manchester United le bocche di fuoco sono parecchie ma tutte crollate mestamente, cominciando da quel Cristiano Ronaldo che deve ringraziare il pazientissimo Busacca se ha finito la partita in campo, passando per i centrocampisti incapaci ad imporsi e finendo per Wayne Rooney, elemento chiave per gli equilibri ma non incisivo in tutte le fasi di gioco. E’ un dato di fatto che in questa serata al Barcellona non è servito brillare per alzare al cielo la coppa. Era da oltre due anni che non si vedeva un Manchester United così brutto in Europa, non a caso nell’ultima sconfitta in Champions League prima di questa serata, sempre a Milano ma quella volta in quel di San Siro contro il Milan che avrebbe alzato la coppa. E’ chiara sotto gli occhi di tutti in questo momento la superiorità lampante del calcio inglese sul piano tecnico, capace di portare per tre anni consecutivi ben tre squadre in semifinale di Champions League: incredibile come non sia poi concretizzata, perché in queste ultime tre edizioni ad alzare la coppa alla fine è stata la “quarta” squadra, il Milan due anni fa e il Barcellona (spinte politiche a parte) adesso.
Il Barcellona scende in campo con il solito 4-3-3 con dal primo minuto i recuperati Iniesta e Henry, mentre in difesa per coprire le assenze per squalifica di Daniel Alves e Abidal vengono proposti sulle fasce Puyol e Sylvinho. Va in panchina Keita, che era stato opzionato per la difesa e che anche a centrocampo lascia il posto a Sergi Busquets. Il Manchester United scende in campo con la formazione prevista, un 4-2-3-1 con un solo cambio di formazione rispetto alla semifinale di ritorno contro l’Arsenal, ovvero l’innesto di Giggs come trequartista per lo squalificato Fletcher, con Anderson arretrato in mediana.
Il Barcellona inizia il match in modo decisamente contratto e il Manchester United nei primi minuti cerca diversi tentativi a rete, pensando quasi a prendere la mira e provando ad entrare in ritmo.
Al primo attacco dei catalani però il match si sblocca, al 10’ minuto: Iniesta serve in verticale Eto’o sulla destra dell’area, movimento superbo ad accentrarsi e lasciare sul posto Vidic e tiro verso il primo palo su cui Van der Sar non è certo impeccabile ed è 1-0. Viene facile il parallelo con la finale del 1996, quando si giocò proprio all’Olimpico di Roma e Van der Sar difendeva i pali della detentrice del titolo (allora l’Ajax contro la Juventus), subendo anche lì un gol dopo una decina di minuti.
Mentre Cristiano Ronaldo tira molto ma sempre a salve (ignorando spesso i compagni), al 19’ Messi quasi punisce lo United al terzo attacco del Barcellona, con un tiro da fuori che termina alto di poco e che sarebbe stato molto difficile per Van der Sar.
Dopo 20 minuti di dominio del Manchester United a centrocampo ma senza quantificare come dovuto, adesso è il Barcellona a riuscire ad esprimere un possesso continuato, con Iniesta a dare spazio a qualche spunto, visto che è lui l’unico a dare verticalità alla manovra, mentre Xavi come sempre si limita alle giocate facili e poco incisive: il vero uomo-squadra è davvero Iniesta, decisamente più indispensabile di tanti stracelebrati elementi. Di fatto però in questi 25 minuti di evidente superiorità i Blaugrana non creano alcuna occasione interessante, un limite non da poco. Il Manchester United non sembra capire che dovrebbe cambiare il ritmo al proprio gioco e va decisamente in affanno, quasi senza trovare il “piano B” per far fronte ad una situazione di svantaggio, una mancanza non certo accettabile per una corazzata come i Red Devils. Nella seconda metà di tempo la squadra inglese non riesce proprio ad uscire dalla propria metà campo e appare totalmente imprecisa: Cristiano Ronaldo sparisce dalla partita e inizia un peggiora costantemente tanto da mostrare l’ennesima prestazione orribile della stagione, ma nemmeno gli elementi solitamente più affidabili riescono a cambiare un trend negativo e bruttissimo, con Giggs che non trova mai la posizione giusta sulla trequarti, Rooney che sbaglia un gran numero di palloni e Park Ji-Sung totalmente fuori partita. I peggiori però sono i due mediani Carrick e Anderson, con in particolare il brasiliano che non fa nulla né in fase di impostazione né in quella di non possesso.
Bisognerebbe decisamente cambiare passo e Ferguson ci prova subito all’intervallo, togliendo Anderson per Tevez, che fa la prima punta con Giggs mediano, mentre Rooney e Park Ji-Sung invertono la propria posizione. Non cambia però nulla, con il Barcellona che continua con la manovra stucchevole ad azzerare i ritmi del match, a renderlo inguardabile ma soprattutto a controllarlo, senza che il Manchester United trovi contromosse.
Al 53’ Iniesta fa la cosa più brutta della serata guadagnandosi punizione dal limite con un tuffo ridicolo: batte Xavi con traiettoria lenta ma precisa e angolata, Van der Sar non vede partire il pallone e viene salvato dal palo. Qualcuno può vedere l’episodio come una coincidenza positiva, visto che anche nella finale del 1999 contro il Bayern Monaco i Red Devils giocarono male, subirono gol in avvio e vennero salvati dal palo sul tiro di Mehmet Scholl per poi trionfare con l’incredibile rimonta nei minuti di recupero: stavolta il film è decisamente diverso.
Il Manchester United dà dei piccoli segnali di risveglio, crea finalmente un paio di azioni pericolose soprattutto con la superiorità creata sulla destra da Rooney (con un Sylvinho decisamente inadatto alla serata), ma l’inglese continua ad essere impreciso al cross. Visto che Cristiano Ronaldo in posizione centrale è un fantasma, al 66’ Ferguson decide di portarlo sulla sinistra, con l’uscita di Park Ji-Sung e l’ingresso di Berbatov a fare il trequartista: il portoghese è proprio l’elemento decisivo in negativo della partita.
Nel secondo momento con inerzia decente per il Manchester United, arriva il raddoppio del Barcellona, ad evidenziare ulteriormente come non sia proprio serata per i Red Devils: al 70’ l’imbarazzante Evra (che ha passato le ultime due settimane a chiacchierare sull’Arsenal senza pensare alla partita: complimenti) rilancia orribilmente, riprende Xavi che finalmente cerca una cosa difficile con un cross pennellato che lascia fermo Ferdinand, Messi è solo e riesce ad incrociare alla perfezione il colpo di testa, Van der Sar non può che rimanere immobile e guardare il pallone che si infila in rete per il 2-0 decisivo. Subito dopo esce Henry (vederlo largo sulla sinistra è la morte del calcio) per Keita, che va in mediana con Iniesta ala sinistra.
Immediatamente lo United ha l’occasione per aprire il match perché ancora una volta si apre un varco enorme sulla destra, Berbatov crossa basso ma Giggs viene respinta, la palla arriva a Cristiano Ronaldo che si mangia tutto in maniera inguardabile tirando addosso a Victor Valdes. Era questo l’ultimo treno per rientrare in partita.
Cede così il Manchester United, autore di una prestazione decisamente brutta e che in questa serata non avrebbe certo meritato la vittoria. La cosa strana della Champions League con il nuovo formato è che ha creato una cerchia ristrettissima che può ambire alla coppa, ma nonostante ciò è dal 1990 che una squadra (allora il Milan) non riesce a vincerla due volte di seguito, nonostante di fatto le pretendenti siano sempre le stesse: l’impresa non riesce nemmeno ai Red Devils, che chiudono così mestamente una stagione che poteva assumere una gloria decisamente diversa in caso di successo a Roma ma che rimane decisamente positiva, anche sul piano dei trofei conquistati visto che la squadra di Ferguson ha vinto la Community Shield, il Mondiale per Club, la Carling Cup e soprattutto la Premier League. E comunque i Red Devils sono arrivati a Roma sulle proprie gambe, senza aiuti esterni. Di certo, il fatto che “la finale iper-spettacolare che tutti volevano” sia stata la più brutta dell’era Champions League (a parte solo Milan-Juventus, giocata proprio ad Old Trafford) dovrebbe far riflettere certi signorotti sul fatto che forse è meglio far decidere al campo chi merita di andare avanti e non selezionare le prescelte secondo il comodo provvisorio.
Barcellona-Manchester United 2-0
Barcellona (4-3-3): Victor Valdes 5 – Puyol 6 Tourè 6,5 Piquè 6 Sylvinho 4 – Xavi 6,5 Sergi Busquets 6 Iniesta 7,5 (92’ Pedrito sv) – Eto’o 6,5 Messi 6,5 Henry 5 (72’ Keita sv)
In panchina: Pinto, Caceres, Gudjohnsen, Bojan, Muniesa
Manager: Josep Guardiola 6
Manchester United (4-2-3-1): Van der Sar 5 – O’Shea 5 Ferdinand 6 Vidic 5,5 Evra 4 – Carrick 4,5 Anderson 2 (46’ Tevez 4) – Park Ji-Sung 4 (66’ Berbatov 6) Giggs 4 (75’ Scholes 5) Rooney 5 – Cristiano Ronaldo 3
In panchina: Kuszczak, Nani, Rafael Da Silva, Evans
Manager: Alex Ferguson 5
Arbitro: Massimo Busacca (Svizzera) 6
Gol: 10’ Eto’o, 70’ Messi
Ammoniti: Piquè (B), Cristiano Ronaldo, Vidic, Scholes (MU)
lunedì 25 maggio 2009
Il Burnley dei gol magnifici approda a vele spiegate in Premier League
Playoff della Championship: lo Sheffield United non riesce a creare nessuna occasione e i Clarets mettono il sigillo ad una stagione strepitosa
Difficile trovare un verdetto più giusto di quello espresso da Wembley in questo lunedì di Bank Holiday, sia per quanto visto nel corso dell’intera stagione che per quanto mostrato nei 90 minuti di questa finale dei playoff di Championship: il Burnley corona una stagione strepitosa con una promozione tanto imprevedibile ad inizio stagione quanto meritata, in un’annata lunga e davvero dispendiosa, più del normale per una squadra di Football League che già di suo deve affrontare 46 partite di regular season e che quindi è abituata a delle maratone vere e proprie. Quello contro lo Sheffield United, infatti, era il 61esimo match stagionale dei Clarets, che oltretutto in totale hanno utilizzato la miseria di 23 giocatori totali, calando soltanto leggermente in alcune fasi del campionato ma arrivando in maniera davvero pimpante all’appuntamento cruciale della stagione, trovando lo straordinario sigillo della promozione in Premier League dopo aver fatto molta strada anche nelle coppe, arrivando al quinto turno in FA Cup (eliminando il West Bromwich) e soprattutto alla semifinale di Carling Cup, dove ha eliminato squadre come Fulham, Chelsea e Arsenal e s’è fermato ad appena due minuti dal raggiungimento della finale, in un match in cui stava davvero schiantando il Tottenham a Turf Moor. Merito grandissimo per un manager giovane ma subito di successo come Owen Coyle, che s’è ritirato dalla carriera agonistica appena due anni fa (alla bellezza di 41 anni) lasciando il posto di player-manager al St Johnstone per approdare al Burnley, dove prima è riuscito ad ottenere una salvezza non scontata e poi a compiere questo vero e proprio capolavoro, ottenuto tra l’altro con un calcio che molte volte è stato davvero brillante: lo scozzese, infatti, ha creato un impianto di gioco palla a terra con anche delle belle combinazioni strette a premiare soprattutto l’inserimento dei centrocampisti, un gioco letale che non solo ha fatto male a molti in Championship ma che ha saputo mettere in seria difficoltà anche squadre di Premier League, il che fa ben sperare anche in vista della prossima stagione in cui probabilmente la rosa andrà ampliata ma in cui molti elementi chiave potrebbero essere confermati. Ad aggiungere ulteriori meriti alla promozione dei Clarets è il modo in cui è arrivata: di fatto, la squadra di Coyle ha “sbagliato” il match di andata contro il Reading, giocato maluccio e vinto con il rigore dell’espertissimo Graham Alexander, per poi vincere in maniera brillante al ritorno al Madejski Stadium con due gol splendidi di Martin Paterson e Steven Thompson e confermandosi anche a Wembley, visto che anche il gol decisivo per la promozione realizzato da Wade Elliott è davvero bellissimo. 20 anni dopo aver sfiorato la retrocessione in Conference (e quindi l’uscita dal calcio professionistico), il Burnley torna in massima serie dove non giocava addirittura dal 1976, un digiuno molto lungo per una squadra che fa parte in prima linea nella storia del calcio inglese, essendo stato una dei 12 membri fondatori della Football League e avendo vinto anche due titoli di campione d’Inghilterra nel 1921 e nel 1960, oltre ad una FA Cup nel lontanissimo 1914: allora i Clarets potranno celebrare il cinquantennale dall’ultimo titolo conquistato nella massima serie, dove potranno sfidare nientemeno che i grandi rivali del Blackburn, in degli accesissimi derby del Lancashire che fanno parte già da adesso degli appuntamenti imperdibili nella prossima Premier League. A parte una storia davvero importante, il Burnley però merita questa promozione soprattutto per quanto mostrato in campo e sarà davvero interessante rivederlo all’opera in massima serie. Resta in Championship invece lo Sheffield United, che ancora una volta s’è intoppato sul più bello contro il Burnley, con il quale aveva già perso due volte in regular season, con soprattutto il ko del Turf Moor che risultò pesantissimo nella rincorsa al secondo posto del Birmingham City: ancora una volta, Coyle ha vinto anche tatticamente contro Kevin Blackwell e per i Blades non rimane che rimboccarsi le maniche e riprovarci la prossima stagione.
Il Burnley scende in campo con la stessa formazione che ha affrontato il Reading nel ritorno della semifinale dei playoff, con Paterson ancora una volta schierato largo sulla fascia destra per permettere a Thompson di schierarsi come centravanti, con la stella Chris Eagles ancora un volta in panchina per diversi problemi fisici. Lo Sheffield United risponde con un analogo 4-1-4-1, confermando gli stessi uomini schierati contro il Preston nel match di ritorno e rinunciando all’infortunato Henderson, mentre Ward recupera solo per la panchina. Cotterill allora gioca largo sulla destra, così come Craig Beattie come unica punta.
E’ splendida l’atmosfera di Wembley, che ammira un inizio di gara abbastanza equilibrato, con lo Sheffield United che inizialmente sembra maggiormente a suo agio, mentre invece qualche elemento del Burnley sembra soffrire il primo impatto con un impianto così importante.
A scuotere i Clarets ci pensa Wade Elliott al 13’ proponendosi in una grande azione a partire da centrocampo, resistendo alla carica di due avversari per poi, una volta arrivato al limite dell’area, cercare l’inserimento centrale di McCann che viene chiuso da Kilgallon, il pallone torna ad Elliott che completa la splendida azione con una vera e propria prodezza, ovvero un tiro a giro di grande precisione su cui Kenny non arriva (anche perché parte leggermente in ritardo), per l’1-0 che cambia immediatamente gli equilibri del match.
La risposta dello Sheffield United potrebbe arrivare dopo appena due minuti: Howard si inserisce in area di rigore, Alexander sbaglia il tempo dell’intervento e lo tocca in maniera abbastanza evidente, ma l’arbitro Dean non concede il calcio di rigore e perdona l’unico vero errore della partita dello scozzese. Non sarà certo felice Blackwell, che aveva contestato questa designazione.
Come spesso capita, lo Sheffield United non ha un gioco lucido ma punta tutto sull’intensità e sulla forza fisica, con un calcio fin troppo diretto che però non trova mai il varco giusto, anche perché il Burnley copre molto bene per poi ripartire in modo decisamente pericoloso, crescendo minuto dopo minuto come un diesel. I Clarets però non trovano il miglior Robbie Blake sulla fascia sinistra, con il 33enne che appare abbastanza opaco e non riesce a regalare i soliti guizzi.
Al 27’ arriva una brutta notizia per Coyle, visto che McCann si fa male da solo al ginocchio e al suo posto entra Joey Gudjonsson, elemento maggiormente di contenimento ma che non appare molto preciso.
Iniziano a farsi sempre più brillanti le ripartenze del Burnley, che al 30’ si distende molto bene da sinistra verso destra, Paterson si accentra e cerca il mancino a giro verso l’angolo lontano ma la palla esce davvero di poco.
Dopo una mezz’ora a grande ritmo, l’ultimo quarto d’ora del primo tempo è un po’ in calando: il gioco è in mano alle Blades che però non pungono, non riuscendo mai a penetrare nella difesa avversaria ed eccedendo nei lanci lunghi. Craig Beattie finisce per essere dominato da Caldwell e Carlisle e per toccare qualche pallone deve girare al largo dall’area di rigore e a mancare pesantemente sono anche gli inserimenti dei centrocampisti, con Howard che corre molto a vuoto e Quinn che non incide mai. Molto male anche Cotterill sulla destra, mai in grado di allargare il gioco, così come Halford sulla sinistra tocca davvero pochi palloni. Di fatto il più vivo è il terzino Kyle Walker, elemento che è appena alla settima presenza ufficiale con le Blades ma che appare davvero interessante.
Il pallone ce l’ha lo Sheffield United, ma i pericoli li crea il Burnley: al 45’ Paterson premia bene la sovrapposizione dell’instancabile Elliott, cross morbido verso il secondo palo dove Thompson cerca il colpo di testa incrociato e preciso ma il pallone esce lentamente a sfiorare il palo.
In avvio di ripresa diventano sono ancora più continue le azioni pericolose create dal Burnley, che però non chiude la partita e rischia di pagare pesantemente con il passare dei minuti: al 55’ ancora Paterson spinge sulla destra e crossa molto stretto, Thompson sul secondo palo trova la sponda orizzontale che manda fuori causa Kenny ma da due passi Gudjonsson non è decisivo nella sua deviazione e Montgomery in modo pressoché miracoloso riesce a salvare sulla linea e tenere in partita i suoi.
La partita rimane aperta e Blackwell prova a cambiarla al 58’, togliendo Cotterill per Ward, che va a fare l’ala sinistra con Halford a destra: il neo entrato però si vede pochissimo e quando si mette in mostra non è certo in modo positivo.
Il Burnley sembra perdere qualche metro in campo ma sciupa un’altra chance pazzesca al 66’: grandissima chiamata del guardalinee che vede bene il cattivo piazzamento della difesa dello Sheffield United e la posizione in linea di Thompson, che scattando si crea un margine di cinque metri di vantaggio rispetto agli avversari ma è troppo lento e tocca in modo poco brillante in orizzontale per Blake, che viene fermato dal recupero disperato di Walker. Spreco clamoroso del Burnley, che è superiore ma che lascia a contatto l’avversario sul piano del risultato. Oltretutto, in questa azione si fa male Blake e al suo posto entra Eagles.
Lo Sheffield United adesso preme forte, ma gli attacchi non hanno lucidità e oltretutto le Blades mostrano poco raziocinio nei troppi scorretti tuffi in area di rigore a cercare un penalty miracoloso, un atteggiamento non bello. Adesso le due squadre lasciano a casa le tattiche e giocano con il cuore e con i nervi, ma è evidente anche l’eccellente lavoro difensivo del Burnley: è fondamentale la posizione di Alexander, che è sempre nel posto giusto per fare filtro appena davanti alla difesa che (a parte ogni tanto Duff) non mostra alcuna sbavatura. Lo Sheffield United continua a cercare mille lanci lunghi, ma sui palloni aerei è spettacolare il dominio totale di Clarke Carlisle, autore di una prestazione mostruosa, non meno della sua stagione.
Ward si fa ammonire cercando un ridicolo controllo di mano sulla trequarti e già questa scorrettezza basterebbe da sola per quanto è inguardabile, ma incredibilmente l’ex Chesterfield la bissa al 79’: su un lancio lungo, infatti, prova a fare il furbo andando a controllare il pallone con il braccio largo e Dean fa benissimo a punirlo con il secondo giallo e l’espulsione che tarpa definitivamente le ali allo Sheffield United.
Il finale vede le Blades andare avanti alla disperata, ma senza riuscire a creare occasioni da rete, tanto che il batticuore del Burnley è dettato più dal cronometro e dal timore di una beffa (soprattutto dopo le tante occasioni sciupate per il raddoppio) che da effettivi pericoli creati dalla squadra di Blackwell. Al 96’ il fischio finale dell’arbitro Dean decreta la meritatissima vittoria del Burnley, che raggiunge Wolverhampton e Birmingham City come neopromosse in Premier League. Il gol di Wade Elliott corona una stagione davvero positiva, tanto che si può anche affermare che il Burnley è stato la squadra migliore di tutta la stagione in Championship, anche meglio del Wolverhampton che questa serie l’ha vinta con pieno merito.
Rimane in Championship invece lo Sheffield United, che nonostante il rigore non dato ad Howard ha poco da recriminare, visto che la prestazione generale è stata piuttosto mediocre: le Blades di fatto hanno messo in campo grande impegno ma poco altro e giustamente da solo l’impegno non basta.
Burnley-Sheffield United 1-0
Burnley (4-1-4-1): Jensen 6,5 – Duff 6 Carlisle 9 Caldwell 7 Kalvenes 6,5 – Alexander 7,5 – Paterson 7 Elliott 8 McCann 6 (27’ Gudjonsson 6) Blake 5,5 (69’ Eagles 6) – Thompson 6 (73’ Rodriguez sv)
In panchina: Diego Penny, McDonald
Manager: Owen Coyle 7,5
Sheffield United (4-1-4-1): Kenny 6 – Walker 6,5 Morgan 6,5 Kilgallon 6 Naughton 6 – Montgomery 5 – Cotterill 4,5 (58’ Ward 2) Howard 5 (82’ Lupoli sv) Quinn 4 (85’ Hendrie sv) Halford 4,5 – Beattie 3
In panchina: Bennett, Bromby
Manager: Kevin Blackwell 5
Arbitro: Mike Dean 5,5
Gol: 13’ Elliott
Ammoniti: Carlisle, Kalvenes (B), Ward, Lupoli (SU)
Espulso: 80’ Ward (SU)
Alla luce di tutti i verdetti, ecco allora come si presenteranno i quattro campionati professionistici inglese nella prossima stagione:
Premier League:
Arsenal
Aston Villa
Birmingham City (2o in Championship)
Blackburn Rovers
Bolton Wanderers
Burnley (vincente dei playoff della Championship)
Chelsea
Everton
Fulham
Hull City
Liverpool
Manchester City
Manchester United
Portsmouth
Stoke City
Sunderland
Tottenham Hotspur
West Ham United
Wigan Athletic
Wolverhampton Wanderers (vincente della Championship)
Championship:
Barnsley
Blackpool
Bristol City
Cardiff City
Coventry City
Crystal Palace
Derby County
Doncaster Rovers
Ipswich Town
Leicester City (vincente della League One)
Middlesbrough (19esimo in Premier League)
Newcastle United (18esimo in Premier League)
Nottingham Forest
Peterborough United (2o in League One)
Plymouth Argyle
Preston North End
Queens Park Rangers
Reading
Scunthorpe United (vincente dei playoff della League One)
Sheffield United
Sheffield Wednesday
Swansea City
Watford
West Bromwich Albion (20esimo in Premier League)
League One:
Brentford (vincente della League Two)
Brighton & Howe Albion
Bristol Rovers
Carlisle United
Colchester United
Charlton Athletic (24esimo in Championship)
Exeter City (2o in League Two)
Gillingham (vincente dei playoff della League Two)
Hartlepool United
Huddersfield Town
Leeds United
Leyton Orient
Millwall
Milton Keynes Dons
Norwich City (22esimo in Championship)
Oldham Athletic
Southampton (23esimo in Championship; partirà con 10 punti di penalizzazione)
Southend United
Stockport County
Swindon Town
Tranmere Rovers
Walsall
Wycombe Wanderers (3o in League Two)
Yeovil Town
League Two:
Accrington Stanley
Aldershot Town
Barnet
Bournemouth
Bradford City
Burton Albion (vincente della Conference)
Bury
Cheltenham Town (23esimo in League One)
Chesterfield
Crewe Alexandra (22esimo in League One)
Dagenham & Redbridge
Darlington
Grimsby Town
Hereford United (24esimo in League One)
Lincoln City
Macclesfield Town
Morecambe
Northampton Town (21esimo in League One)
Notts County
Port Vale
Rochdale
Rotherham United
Shrewsbury Town
Torquay United (vincente dei playoff della Conference)
Lo Scunthorpe si aggiudica una finale epocale e ritrova la Championship
Playoff di League One: il Millwall si illude con la doppietta di Alexander, il quale però spreca il match point e a trionfare sono gli Irons
Nonostante la quantità di tifosi avversari presentatasi a Wembley fosse di cinque volte più grande rispetto a quella presente a tifare Scunthorpe, gli Irons compiono una piccola grande impresa e al termina di una finale dei playoff di League One davvero bellissima riescono a tornare in Championship al primo tentativo, dopo la retrocessione dello scorso anno e una stagione disputata ad alti livelli, nonostante in regular season il gol decisivo per la qualificazione ai playoff sia arrivato appena a due minuti dalla fine dello scontro diretto contro il Tranmere (che sognava il sorpasso al sesto), un gol di Cliff Byrne che ha cambiato totalmente la stagione degli Irons. Non bastano i fantastici 47.500 tifosi (su un totale di 59.661 presenti a Wembley) al Millwall per centrare il ritorno in Championship, al termine di una partita bellissima ed equilibrata, decisa quanto mai dagli episodi visto che entrambe le squadre hanno espresso il meglio di sé e avrebbero meritato di festeggiare: però in questi casi deve uscire un vincente e uno sconfitto e la sorte più triste è toccata ai Lions, che però finiscono la stagione a testa altissima visto che hanno giocato a livelli davvero alti, mostrandosi una squadra durissima da affrontare per tutte, compreso quel Leeds eliminato in semifinale dei playoff. Sette settimane dopo la sconfitta nella finale del Football League Trophy contro il Luton Town, stavolta la gita a Wembley è felicissima per lo Scunthorpe, che probabilmente approfitta di quella esperienza per entrare subito in partita al cospetto di un Millwall un po’ sulle gambe nel primo quarto d’ora anche per l’emozione (per molti giocatori non è facile l’impatto con una platea del genere nello stadio nazionale), una differenza che porta gli Irons in vantaggio già al 6’ minuto: il tacco di Hooper permette a Woolford il taglio centrale in area, il tiro viene respinto da Forde ma il primo ad avventarsi è Matt Sparrow ad infilare la porta vuota e a regalare alla squadra di Nigel Adkins l’immediato vantaggio. Il Millwall si sveglia e la partita diventa straordinaria, con occasioni da ambo le parti e soprattutto con un gol fantascientifico a rimettere in equilibrio i conti: da 35 metri e defilato sulla sinistra Alexander controlla di petto spalle alla porta e si gira scaraventando una cannonata con traiettoria perfetta a trovare l’incrocio dei pali ed un grandissima gol del pareggio, forse il gol più bello fin qui realizzato nel nuovo Wembley. Alexander è caldissimo e ribalta il match dopo appena due minuti: l’ottimo Martin mette dentro un cross ben calibrato per il 29enne (che tra l’altro è uscito dall’Academy del West Ham, non proprio la squadra più amata dai Lions) che schiaccia di testa e sorprende un Murphy che colpevolmente non riesce a respingere, per il 2-1 che lancia in paradiso la squadra di Jackett. Gli Irons sembrano subire il colpo, iniziano la ripresa meno in palla ma rimangono in partita e tornano a girare alla grande una volta trovato il nuovo pareggio al 70’: la difesa dei Lions si fa trovare abbastanza aperta sull’incursione dell’eccellente Woolford sulla sinistra, il cross basso trova Sparrow libero sul secondo palo e anche molto freddo nel mettere a sedere Forde e realizzare la doppietta personale. La partita torna ad essere bellissima, con il Millwall che al 74’ ha il match point che capita proprio ad Alexander, che però stavolta sciupa la grande occasione per uno splendido hat-trick mandando fuori, per un errore che si rivela decisivo e che difficilmente il 29enne si perdonerà nei prossimi mesi. Anche perché 5 minuti prima dei possibili supplementari proprio Martyn Woolford dopo esser entrato in maniera decisivo nei due gol degli Irons li porta in Championship con il sigillo decisivo, risolvendo una mischia in area con un sinistro rasoterra che sorprende Forde e che vale il definitivo 3-2. Niente da fare per il Millwall negli assalti finali, in un match che probabilmente avrebbe avuto la degna conclusione nei tempi supplementari ma che lo Scunthorpe ha il grandissimo merito di portare a casa, per una gioia davvero indescrivibile: non era certo scontata una stagione del genere dopo la retrocessione della scorsa stagione, ma gli Irons sono pronti a rifarsi presentandosi alla seconda serie anche con un pizzico di esperienza in più, raggiungendo così il Leicester e il Peterborough come promosse in Championship.
Risultato finale playoff League One:
Millwall-Scunthorpe 2-3: 6’ Sparrow (S), 37’ Alexander (M), 39’ Alexander (M), 70’ Sparrow (S), 85’ Woolford (S)
Darron Gibson ferisce i Tigers ma l’Hull City si salva grazie all’Aston Villa
Negli altri match dell’ultima giornata di Premier League, il Fulham perde ma sigilla la qualificazione alla prossima Europa League, mentre il Middlesbrough lascia mestamente la massima serie
Hull City-Manchester United 0-1: Si chiude con il brivido ma anche con la salvezza in tasca la prima stagione in massima serie per l’Hull City, che negli ultimi 90 minuti viene battuto a domicilio da un Manchester United formato squadra riserve ma che viene premiato molto al di là dei propri meriti dal risultato che arriva dal Villa Park, con la sconfitta del Newcastle che salva i Tigers. Alla fin fine, all’undici di Phil Brown è bastato quanto fatto nei primi tre mesi di stagione e nonostante un calcio pessimo (così come i risultati) negli ultimi sei mesi la buonasorte ha voluto garantire a questa squadra una nuova possibilità per esprimersi in Premier League, sperando che l’anno prossimo le sceneggiate di Phil Brown e di Horton (così come quelle di qualche giocatore) vengano lasciate a casa e si possa parlare maggiormente di una squadra di calcio. Una stagione iniziata con l’Hull City a volare in zona altissime di classifica, si chiude con i Tigers capaci di salvarsi per appena un punticino e a questo punto non possono non essere decisivo alcuni risultati impensabili ottenuti nella prima fase di campionato, tra cui soprattutto il 2-1 inflitto all’Arsenal all’Emirates Stadium, ma anche il 2-2 strappato ad Anfield, risultati che allora furono meritati perché la squadra giocava bene ma che adesso garantiscono una salvezza non del tutto meritata. Il KC Stadium però fa giustamente festa, perché visto il crollo della squadra negli ultimi tre mesi la salvezza sembrava ormai una chimera, mentre Phil Brown (a parte un improbabile karaoke) parla di questo come il momento più importante della sua carriera, facendo forse finta di aver perso contro un Manchester United zeppo di ragazzini. Ferguson infatti pensa molto alla finale di Champions League, ma a differenza del Barcellona (che adesso sta regalando punti a tutti, compreso all’Osasuna sabato sera) la sua formazione ha un minimo senso, visto che porta a casa una vittoria sul campo di una squadra bisognosa di punti per la salvezza. Vengono lasciati fuori tutti i possibili titolari di mercoledì sera e anche gran parte di possibili panchinari, a parte forse Rafael Da Silva, mentre l’ultimo match di campionato vede il tanto sospirato ritorno in campo di Wes Brown. Si vede allora qualche elemento esperto come Darren Fletcher (squalificato mercoledì sera) o Gary Neville, ma soprattutto ragazzi giovani come Lee Martin (al suo esordio in Premier League) o l’interessante terzino sinistro Ritchie De Laet (all’esordio in prima squadra). Dopo una partenza non esaltante, i Red Devils prendono in mano la partita al 24’: Macheda lavora un pallone sulla sinistra, tocca al limite per Gibson che trova una splendida conclusione a giro imparabile per Myhill e che manda all’inferno l’Hull City, in quel momento retrocesso in Championship. I Tigers provano a rispondere ma non impensieriscono un Manchester United a quel punto fiducioso e anche bravo a spingersi in fase offensiva, soprattutto con la vivacità e i movimenti di Welbeck e Macheda, mentre Martin appare più timido mentre Nani è come sempre fumoso e poco pungente. Proprio Macheda spreca un paio di volte il raddoppio, mentre l’Hull City si rifà vivo solo nel finale, caricato dal gol segnato dall’Aston Villa che lo rimette in salvo. Nella ripresa il film è scontato, con i padroni di casa a spingersi in avanti e cercare il gol e quindi evitare sorprese da altri campo, ma la prestazione dell’Hull City è abbastanza povera di contenuti tecnici, con la squadra che non ha idee e che in alcuni casi non ha nemmeno il movimento offensivo per mettere in difficoltà i Red Devils. E’ bruttissimo il secondo tempo dei Tigers, più attaccati alla radiolina che al campo e allora è meritata la vittoria del Manchester United, che onora l’ultima giornata di campionato anche senza gran parte degli elementi della prima squadra.
Sunderland-Chelsea 2-3: Con le retrocessioni di Newcastle e Middlesbrough, rimane soltanto il Sunderland a rappresentare il nord-est dell’Inghilterra dopo la salvezza ottenuta all’ultima giornata, dopo gli ultimi tre mesi passati tra eccessivi stenti che con una condizione di forma diversa di Newcastle e Hull City avrebbero potuto costare un doloroso crollo in Championship. Contro il Chelsea arriva una prestazione a due facce che è già un netto passo avanti rispetto a quanto visto negli ultimi tempi, ma adesso per costruire una squadra migliore per la prossima stagione bisognerebbe chiarire la posizione del manager e della società: l’attuale chairman Niall Quinn ha confermato la sua fiducia per Ricky Sbragia anche per la prossima stagione, ma nella prossima settimana è atteso il takeover con il multimiliardario americano Ellis Short atteso a prendere il controllo della società e conseguentemente destinato a scegliere un nuovo manager, anche perché l’impressione è che per il bene della squadra è meglio che Sbragia non sia più al comando di questa squadra, visto che nel crollo finale dei Black Cats influiscono particolarmente anche le sue tattiche poco brillanti. Dal canto suo, il Chelsea chiude bene il campionato, confermando il suo buon finale di stagione e preparando al meglio la finale di FA Cup della prossima settimana, limitando al minimo la rotazione, coprendo il vuoto lasciato dall’assenza di Lampard (che ogni tanto mostra di essere umano e salta qualche partita di campionato) con la dinamicità di Essien, autore di un’ennesima ottima prova. Con il Sunderland ad attendere anche i risultati degli altri campi, il primo tempo è piuttosto spento, con le due squadre che non riescono a proporre un gioco allettante e con gli unici spunti di interesse dovuti alle incertezze di Cech in uscita, a confermare ulteriormente che il ceco non è più sicurissimo come una volta. Il Chelsea finisce però bene il finale di tempo, impegnando Fulop e colpendo una traversa con Malouda, che riceve palla dopo un buon lavoro centrale di Drogba e scarica una sassata impossibile per il portiere ungherese ma che si stampa in pieno sul legno. I Blues continuano a fare bene in avvio di ripresa, con Anelka che parte da centrocampo, tiene palla anche in maniera eccessiva ma alla fine si fa perdonare con un buon movimento a portarsi sul centro-destra e una splendida conclusione incrociata che termina perfettamente sotto l’incrocio dei pali e sblocca il match: il francese trova così il modo più devastante possibile per sigillare la propria vittoria nella classifica dei cannonieri, superando così Cristiano Ronaldo. Il Sunderland non ci sta e pareggia immediatamente: Leadbitter spinge sulla sinistra e va al cross a giro su cui Cech combina un nuovo pasticcio, andando ad incocciare in uscita su Jones, Richardson allora riesce a controllare e trovare il varco giusto per infilare la porta vuota, per la rete dell’1-1. Visti i risultati positivi che arrivano dagli altri campi, il Sunderland riesce a giocare con la mente sgombra e riesce finalmente a riproporre un gioco abbastanza convincente per una ripresa decisamente di miglior livello, ma i Black Cats tornano sotto nel punteggio al 74’: dopo un corner respinto, Kalou controlla e trova la conclusione precisa verso il primo palo, superando un Fulop abbastanza imperfetto nella circostanza. I padroni di casa spingono per il pareggio, ma l’ennesima dormita difensiva di Ferdinand permette a Malouda di attaccare l’area di rigore, il suo tiro viene respinto dall’uscita a valanga di Fulop ma a riprendere è Ashley Cole, che risolve l’azione concitata pescando la porta sguarnita per il gol dell’1-3. Il Sunderland riesce perlomeno a chiudere con il gol della bandiera con il gran bel cross dalla destra di Reid che vede lo stacco esplosivo di Jones ad infilare Cech per il definitivo 2-3 che comunque garantisce al Sunderland la permanenza in Premier League. Hiddink lascia la Premier League nel migliore dei modi, ma ancora non ha finito il suo lavoro al Chelsea visto che punta alla vittoria della FA Cup.
West Ham-Middlesbrough 2-1: Upton Park sentenzia la retrocessione ormai pressoché scontata del Middlesbrough, al termine di una stagione in cui il Boro ha davvero pagato una serie di fattori tutti negativi che sono costati un rendimento del tutto negativo e una discesa in Championship piuttosto logica. In molti considerano Gareth Southgate uno dei giovani manager più interessanti del calcio inglese, ma quest’anno non lo ha certo meritato, sbagliando molto a cominciare da una campagna acquisti piuttosto ridicola, soprattutto in due ruoli chiave come quello del portiere e quelli dei mediani: l’ex nazionale inglese ha deciso di sbolognare fin troppo facilmente Mark Schwarzer a parametro zero e mentre l’australiano ha giocato una grande stagione al Fulham, il Boro è andato avanti con le papere e i continui errori di Turnbull prima e Jones poi, con il primo che forse paga la gioventù e qualche errore di concentrazione, mentre il secondo è solamente scarso. In mediana invece sono andati via via i vari Boateng, Fabio Rochemback e soprattutto il giovane Lee Cattermole e questo vuoto è stato colmato dal solo deludente Digard, lasciando di fatto scoperto il centrocampo. Oltretutto, in attacco Southgate ha insistito troppo su un bidone assoluto come Afonso Alves e ha finito per avere la squadra con il più basso numero di gol realizzati e con il peggior rendimento esterno. Ad Upton Park servirebbe una vittoria piuttosto larga per sperare ancora ma i tiri del Boro finiscono altissimi, mentre il West Ham appare più pericoloso negli ultimi metri, colpisce la traversa con un buon spunto di Stanislas a controllare un pallone sporco e tirare da fuori, trovando prima una deviazione di Wheater e poi la traversa, ma dopo pochi minuti arriva il gol del vantaggio: Ilunga affonda bene sulla sinistra dell’area e una volta sul fondo crossa basso, nessuno del Middlesbrough va ad intercettare il pallone che attraversa l’area di rigore finché viene spinto in rete da Carlton Cole, che così finisce il campionato in doppia cifra a quota 10 gol, non male per un attaccante che ad inizio stagione era anche contestato dai propri tifosi. In avvio di ripresa Tuncay lavora molto bene un pallone e lo tocca sulla destra dell’area dove il tiro incrociato di O’Neil non dà alcuno scampo a Green e regala al Boro qualche speranza, anche per i risultati di Hull City e Newcastle. A questo punto però il Middlesbrough dovrebbe vincere con quattro gol di scarto per superare i Tigers e di certo è impossibile se in porta c’è Brad Jones, che va giù con estrema lentezza e in modo goffo su un tentativo da fuori di Stanislas tutt’altro che imparabile, bucando molto colpevolmente e di fatto mettendo la parola fine alle speranze del Boro. Southgate tenta il tutto per tutto spostando Wheater in attacco ma ormai i buoi sono scappati e la retrocessione è inevitabile, così come la sconfitta. Chiude con un sorriso invece il West Ham, autore di una stagione piuttosto buona, tanto da non esser arrivato poi molto distante dalla zona europea.
Fulham-Everton 0-2: Nemmeno la sconfitta interna riesce a rovinare la festa del Fulham al termine di una grandissima stagione, visto che il risultato di Anfield non mette di fatto mai in pericolo la qualificazione alla prossima Europa League dei Cottagers, che così passano nel giro di 12 mesi dalla salvezza miracolosa alla migliore posizione mai raggiunta nella loro storia in massima serie. Merito assoluto del lavoro di Roy Hodgson, che infatti viene acclamato ormai quasi come un profeta in quel del Craven Cottage, stadio fantastico che adesso ospiterà anche qualche dei match europei, con il Fulham che però dovrà partire dal terzo turno preliminare della Europa League. L’Everton chiude il campionato nel migliore dei modi e si prepara alla grande alla finale di FA Cup, riuscendo ad imporsi in un campo piuttosto difficile e anche con una prestazione convincente, soprattutto in fase offensiva perché i Toffees sono apparsi continuamente pericolosi. Il migliore in campo è decisamente Osman, che subito fa capire al Fulham che il pomeriggio non sarà una passeggiata con il cross che trova in zona centrale Saha, la cui incornata si stampa in pieno sulla traversa. Da quel momento il Fulham prende in mano il gioco e spinge, trovando sulla destra un Gera molto più vivace rispetto a quanto aveva abituato in stagione, ma la squadra di casa non è in forma negli ultimi metri come invece lo è l’Everton, che poco prima dell’intervallo sblocca il match: Cahill e Pienaar pressano bene il disimpegno di Pantsil finché Pienaar (che sta attraversando un momento di grande vena) si appropria del pallone e serve dentro per il taglio centrale di Osman, ottimo a smarcarsi e poi freddo ad appoggiare in rete da ottima posizione. Il Fulham sa del risultato negativo del Tottenham ma non vuole chiudere con una sconfitta, fa fatica a superare l’ottima fase difensiva dell’Everton ma poi spreca due ottime chance con il subentrato Zamora, che avrebbe dovuto realizzare almeno in una delle due occasioni. Chi non ha intenzione di sbagliare è Leon Osman, che si accende bene dopo un lancio lungo e pesca l’angolino sinistro della porta dell’ottimo e incolpevole Schwarzer con un sinistro a giro eccellente, per una doppietta ottima che spiega anche come l’Everton abbia le carte in regola per giocarsi fino in fondo la finale di FA Cup. Oltretutto, i Toffees confermano il quinto posto in classifica e per il secondo anno consecutivo rimangono la prima inseguitrice delle Big Four, nonostante una stagione contrassegnata da tanti infortuni importanti: il bello però arriverà sabato prossimo. Fenomenale invece il cambio di passo del Fulham negli ultimi 14 mesi e gli applausi vanno a Roy Hodgson, che probabilmente meriterebbe il premio di manager dell’anno in Premier League.
Liverpool-Tottenham 3-1: Dopo aver subito a White Hart Lane due delle cinque sconfitte stagionali (una in campionato e l’altra in Carling Cup), il Liverpool si riscatta pienamente andando ad impedire al Tottenham l’accesso all’Europa League, che era diventato possibile con la sconfitta interna del Fulham, ma gli Spurs che avrebbero bisogno di una vittoria ad Anfield non riescono neppure ad avvicinarvisi, venendo di fatto dominati dai Reds. Al termine di un match divertente, il Liverpool mette in tasca il secondo posto e diventa la prima squadra a chiudere una Premier League con due o meno sconfitte senza però riuscire a mettere le mani sul titolo, merito assoluto del Manchester United capace di chiudere a quota 90 punti. I tifosi di Anfield dedicano la gran parte dei propri cori a Sami Hyypia, che dopo 10 anni di militanza con il Liverpool in estate lascerà l’Inghilterra per chiudere la carriera in Germania al Bayer Leverkusen, ma che all’ultima ufficiale con i Reds sorprendentemente non viene schierato da titolare da un Benitez abbastanza ingrato nell’occasione. Il Liverpool gioca bene, comanda a centrocampo con uno Xabi Alonso al solito dominante e fa girare molto bene il pallone, prendendo le misure della porta di Gomes fino a sbloccare il match con il 50esimo gol di Fernando Torres con la maglia dei Reds: il pessimo Assou-Ekotto va malissimo al rinvio difensivo, Gerrard riprende palla e apre sulla destra per Kuyt che crossa di sinistro, King si dimentica di marcare Fernando Torres che può mirare benissimo il colpo di testa ravvicinato mandando il pallone a toccare la base interna della traversa. Il Tottenham ha l’occasione per l’immediato pareggio con la coppia centrale Skrtel-Agger (Carragher gioca largo a destra, a posto di Arbeloa lasciato in tribuna dopo il litigio di domenica scorsa con lo stesso Carragher) che fa male il fuorigioco lasciando chilometri di spazio a Defoe, che però solo davanti a Reina cerca un tocco eccessivamente lezioso e permette allo spagnolo di chiudere facilmente. Il Liverpool continua a fare bene e trova un’altra bell’azione per raddoppiare, con Kuyt e Benayoun che dialogano di prima finché l’olandese non va al tiro che in realtà è un po’ strozzato ma che finisce in rete per la deviazione decisiva di Hutton, che batte il lento Gomes e realizza l’autogol. Il Liverpool sembra poter dilagare, con Fabio Aurelio che lancia benissimo Gerrard in area di rigore e il capitano dei Reds che da posizione ravvicinata ma defilata trova un tiro acutissimo ma efficace che non entra soltanto per l’opposizione del palo. La difesa dei Reds però si addormenta ancora con la linea altissima e sull’assist di Modric è l’ex di giornata Keane che stavolta ha chilometri di spazio per puntare Reina, non commettendo l’errore di Defoe e riuscendo freddamente a trovare il gol davanti a quelli che per sei mesi sono stati i suoi tifosi e soprattutto davanti a Benitez, con cui ha avuto un rapporto tempestoso. La partita si riapre per poco, perché Gerrard smarca Benayoun solo davanti al portiere con un gran passaggio filtrante e l’israeliano riesce a superare Gomes (che esce in modo inguardabile) con un tocco facile e chiudere nuovamente il match. A cinque minuti dalla fine è finalmente il momento di Hyypia, che indossa anche la fascia da capitano e sfiora addirittura il gol con una delle sue solite incornate dopo un corner, ma in modo abbastanza goffo Gomes riesce a respingere. Dopo il fischio finale gli occhi sono tutti per il finlandese, che viene salutato in modo davvero splendido dal popolo di Anfield.
Arsenal-Stoke City 4-1: Difese allegre, atmosfera rilassata e gioco offensivo all’Emirates Stadium in un classico match da fine stagione inglese che permette ai 60mila spettatori di divertirsi, anche se probabilmente lo show più bello (e a tratti straordinario) è andato in scena venerdì sera, ovvero nel match di andata della finale della FA Youth Cup dove i ragazzini dell’Arsenal hanno giocato in modo delizioso, battendo il Liverpool per 4-1 (in attesa del ritorno che si giocherà martedì sera). Il prepartita contro lo Stoke City è decisamente monopolizzato da una buona parte di tifosi dell’Arsenal che, probabilmente pungolata dalle improbabili voci di un interessamento del Real Madrid, fanno sentire chiaramente quello che pensano su Arsene Wenger: nonostante la quarta stagione consecutiva senza trofei, tutti erano d’accordo nell’inneggiare per l’alsaziano e quella frangia di tifosi che vorrebbero un suo addio (o peggio ancora una sua cacciata) non sembra essersi fatta sentire. Lo Stoke City vuole chiudere in bellezza la stagione, inizia bene il match ma al 10’ minuto vede la partita sfuggirgli di mano: Van Persie e Fabregas giocano corto un corner, il cross basso del catalano è diretto verso nessuno ma in area piccola Beattie sbaglia malamente l’intervento e manda il pallone alle spalle di Sorensen, segnando per una volta nella porta sbagliata. A questo punto l’Arsenal travolge i Potters per una decina di minuti: la grande giocata di Van Persie viene fermata da un intervento in ritardo di Shawcross, che vale un penalty realizzato molto bene dallo stesso olandese. I Gunners sono cinici e già al 18’ sono sul 3-0: ancora Van Persie batte una punizione dalla trequarti, Diaby svetta su tutti anche per delle marcature non rigidissime e schiaccia bene il colpo di testa iscrivendosi anche lui alla festa. Nonostante la difesa dei Gunners non sia esaltante, l’esordiente Vito Mannone non ha grande lavoro da svolgere e non può far molto per evitare il suo primo gol subito da professionista, anche perché il solito disastroso Denilson combina un altro pasticcio sgambettando inutilmente Fuller in area: il giamaicano spiazza il portiere italiano firmando il suo undicesimo gol in campionato. L’Arsenal conclude in bellezza il suo buon primo tempo, anche se più che altro è Delap a chiuderlo in bruttezza con un tocco arretrato di testa del tutto malpensato che libera Van Persie in area, per la facile girata a battere il subentrato Sorensen e firmare il 4-1. Nella ripresa i ritmi calano, con i Gunners a fare maggiormente accademia e non riuscire a trovare più la via della rete, mentre i tifosi dell’Arsenal mostrano una pazienza enorme con la loro squadra celebrando la chiusura della stagione addirittura con una “onda messicana” sugli spalti. Lo Stoke City chiude non certo nel modo migliore una stagione che rimane del tutto positiva, con Tony Pulis che adesso ha il compito di stabilizzare i Potters nella massima serie inglese, magari puntando sempre sulla grande forza fisica della sua rosa.
Wigan-Portsmouth 1-0: Una nuova grande prestazione sul piano del gioco chiude una stagione davvero molto positiva per il Wigan, che senza il crollo delle prestazioni di Zaki nel 2009 (che hanno influito pesantemente sul rendimento realizzativo degli ultimi mesi) avrebbe potuto anche pensare ad una posizione di classifica migliore rispetto a quella ottenuta, ovvero quindi ad un piazzamento nella prima metà di classifica, non riuscendo così ad eguagliare lo storico decimo posto ottenuto nella prima stagione in Premier League con Paul Jewell in panchina. Il match del JJB Stadium vede soltanto una squadra in campo ed è proprio quella dell’ottimo Steve Bruce, che è riuscito a creare un impianto di gioco molto ben organizzato ma che allo stesso tempo riesce a premiare la creatività dei vari Rodallega, N’Zogbia o Valencia, quest’ultimo in campo un po’ a sorpresa in quella che è anche l’ultima sua uscita con la maglia del Wigan, visto che è destinato all’approdo ad una grande squadra, con tanto di compenso molto elevato per le casse dei Latics: l’ecuadoregno lascia il JJB Stadium con una prestazione splendida, macinando chilometri su chilometri sulla fascia destra e divorandosi Hreidarsson, un po’ come fece Theo Walcott dell’Arsenal qualche giornata fa. I Latics però sciupano un po’ troppo sottoporta, anche perché Rodallega dimostra grandi qualità ma deve crescere come rendimento negli ultimi metri, visto che riesce a dare il meglio di sé in fase d’appoggio nonostante in Sudamerica avesse un eccellente media gol. Proprio Rodallega però decide il match con il suo terzo centro in Premier League: N’Zogbia corre molto bene sulla sinistra e crossa basso, Campbell manca malamente l’intervento con il destro e manda a vuoto anche l’incerto portiere Begovic, per un pasticcio che regala a Rodallega un pallone semplice semplice da appoggiare con calma a porta sguarnita. Il Portsmouth non dà alcun segnale di sé nel primo tempo, dato che sembra ancora una volta messo molto male in campo da Paul Hart, il cui futuro è davvero da discutere, anche se l’impressione è che per i Pompeys sarebbe meglio trovare un manager più adatto per non rischiare grosso la prossima stagione. Gli ospiti si svegliano un po’ nella ripresa, ma di fatto a comandare il gioco è sempre il Wigan, che diverte il proprio pubblico con alcune azioni di buonissima qualità ma che colpevolmente non trova il secondo gol: è proprio sul settore offensivo che Bruce deve lavorare particolarmente nel corso dell’estate, per trovare un realizzatore che possa dare il dovuto sbocco alla bella manovra della squadra.
Manchester City-Bolton 1-0: Vittoria striminzita ma tutto sommato piuttosto facile per il Manchester City nell’ultima uscita casalinga che ha mostrato i pregi e i difetti dell’impianto di gioco di Hughes, tanto insidioso quando riesce a innestare la quinta marcia con la velocità degli esterni quanto fragile quando la difesa viene messa alle strette, nonostante di fatto il Bolton visto al City Of Manchester Stadium fosse decisamente timido e quasi dormiente, quasi a confermare una stagione vissuta nella mediocrità e che ha portato una salvezza tranquilla grazie alle grandi conclusioni di Matthew Taylor e all’insolita vena realizzativa di Kevin Davies, per la prima volta in doppia cifra in Premier League. Il pubblico di casa si illude di poter vedere una nuova goleada casalinga visto che i Citizens ci mettono appena 8 minuti per scardinare la difesa avversaria: Robinho finta di calciare verso la porta una punizione ma poi tocca breve per Ireland che scodella verso l’area, decentrato sulla destra Richards riesce a mettere in mezzo in acrobazia trovando un ottimo assist che diventa comodo per Felipe Caicedo, che appoggia in rete e sblocca il match. Proprio l’ecuadoregno però è il punto debole dei Citizens, visto che non riesce poi a concretizzare su qualche accelerazione interessante sugli esterni di Robinho e di un Wright-Phillips rientrato abbastanza a sorpresa dopo il lungo infortunio. Oltretutto, a tenere in piedi la baracca del Bolton è il solito Jaaskelainen, ancora autore di interventi di grande agilità, a confermarsi nuovamente uno dei migliori estremi difensori della stagione inglese. Come detto, però, il Manchester City di tanto in tanto va a ballare in difesa, faticando spesso nel disimpegnarsi sulle mischie create dal Bolton, come nel finale di primo tempo quando una corta respinta di Given consente al difensore centrale Cahill di andare al tiro in modo molto pericoloso, ma Richards è molto bravo a salvare sulla linea. Nella ripresa il ritmo cala sensibilmente, con il Manchester City che appare meno attivo in fase offensiva nonostante l’ingresso del vivace Vladimir Weiss, slovacco 19enne che ha infiammato gli ultimi 20 minuti con i suoi spunti. Si chiude così una stagione che per il Manchester City non può certo essere considerata positiva: con Hughes in panchina, infatti, i Citizens sono finiti una posizione e cinque punti sotto rispetto alla scorsa stagione, quando c’era Eriksson e soprattutto non c’erano alcuni strapagati acquisti, come in primis Robinho.
Blackburn-West Bromwich 0-0: Non il match più brillante della giornata quello di Ewood Park, dove sicuramente il maggiore spettacolo lo s’è visto nelle tribune, con le due tifoserie davvero spettacolari nell’incitare i propri beniamini nonostante tutto sommato la stagione non sia stata positiva per entrambe le squadre. I tifosi del Blackburn danno il loro addio a Tugay Kerimoglu, vero e proprio idolo ad Ewood Park dove il turco ha giocato alcune stagioni ad altissimo livello, reggendo discretamente anche quest’anno nonostante a 38 anni sia arrivato giustamente il momento di lasciare il calcio: l’ex bandiera del Galatasaray ha trascorso otto anni eccellenti con il Blackburn e ha saputo farsi molto amare dai tifosi, che infatti lo hanno celebrato in maniera splendida per tutti i 90 minuti, tanto che lo stesso Tugay a fine partita non ha nascosto una certa commozione. Sono scene davvero belle, come quelle mostrate dai tifosi del West Bromwich, che hanno seguito la squadra nonostante la ormai certa retrocessione per tributare un ultimo applauso ai giocatori, ma anche per mostrare il supporto verso il proprio manager: molti tifosi, infatti, indossavano anche una sorta di maschera a raffigurare il volto di Tony Mowbray, per una mentalità che davvero deve fare scuola. Il match non è molto divertente, anche se le due squadre di tanto in tanto creano qualche occasione interessante, come quando Samba si propone in un azione personale al limite dell’area e cerca un bel tiro di sinistro sfiorare la traversa: non male per un difensore centrale che Allardyce ha dovuto reinventare come centravanti d’emergenza, ricavandone anche delle prestazioni efficaci, anche se sarebbe bene adesso acquistare un attaccante vero. Il WBA onora il suo ultimo match in Premier League sfiorando più volte in vantaggio: Greening va al cross ben calibrato dalla sinistra, Brunt cerca la volèe pericolosissima da posizione ravvicinata ma in qualche modo Robinson trova lo splendido riflesso per mandare il pallone sulla traversa, celebrando così il suo ritorno in Nazionale, visto che in serata è stato convocato da Fabio Capello. Nella ripresa è Fortunè ad andare vicinissimo al gol con un colpo di testa che sfiora il palo, per un WBA che prende in mano il gioco in maniera evidente dal 71’ minuto, quando l’arbitro Jones si inventa un cartellino rosso al rientrante Jason Roberts, colpevole di una mezza reazione su Olsson (non il difensore più simpatico del calcio inglese): davvero una decisione esageratissima. I Baggies provano più volte a trovare il gol della vittoria che significherebbe anche il sorpasso al Middlesbrough, ma non riescono a sbloccare lo 0-0 e chiudono il campionato all’ultimo posto in classifica, nonostante spesso il gioco espresso sia stato davvero buono. Per il Blackburn adesso si apre un’estate molto importante, in cui Allardyce dovrà rinnovare la rosa in molti settori per evitare grossi patemi nella prossima stagione.
Risultati ultima giornata Premier League:
Domenica 24 Maggio:
Arsenal-Stoke City 4-1: 10’ autogol Beattie (SC), 16’ rigore Van Persie (A), 18’ Diaby (A), 31’ rigore Fuller (SC), 41’ Van Persie (A)
Aston Villa-Newcastle 1-0: 38’ autogol Duff (N)
Blackburn-West Bromwich 0-0
Fulham-Everton 0-2: 45’ Osman, 88’ Osman
Hull City-Manchester United 0-1: 24’ Gibson
Liverpool-Tottenham 3-1: 31’ Fernando Torres (L), 64’ autogol Hutton (T), 77’ Keane (T), 81’ Benayoun (L)
Manchester City-Bolton 1-0: 8’ Caicedo
Sunderland-Chelsea 2-3: 47’ Anelka (C), 53’ Richardson (S), 74’ Kalou (C), 86’ Ashley Cole (C), 90’ Jones (S)
West Ham-Middlesbrough 2-1: 33’ Cole (WH), 50’ O’Neil (M), 58’ Stanislas (WH)
Wigan-Portsmouth 1-0: 26’ Rodallega
Classifica finale Premier League (posizione, squadra, punti, partite giocate, differenza reti):
1 Manchester United 90 (38; +44)
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2 Liverpool 86 (38; +50)
3 Chelsea 83 (38; +44)
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4 Arsenal 72 (38; +31)
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5 Everton 63 (38; +18)
6 Aston Villa 62 (38; +6)
7 Fulham 53 (38; +5)
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8 Tottenham 51 (38; =)
9 West Ham 51 (38; -3)
10 Manchester City 50 (38; +8)
11 Wigan 45 (38; -11)
12 Stoke City 45 (38; -17)
13 Bolton 41 (38; -12)
14 Portsmouth 41 (38; -19)
15 Blackburn 41 (38; -20)
16 Sunderland 36 (38; -20)
17 Hull City 35 (38; -25)
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18 Newcastle 34 (38; -19)
19 Middlesbrough 32 (38; -29)
20 West Bromwich 32 (38; -31)
Queste sono le formazioni con i migliori e i peggiori della settimana:
TOP 11 (4-1-4-1):
Mark Schwarzer (Fulham);
James Milner (Aston Villa), Curtis Davies (Aston Villa), Titus Bramble (Wigan), Ritchie De Laet (Manchester United);
Xabi Alonso (Liverpool);
Antonio Valencia (Wigan), Abou Diaby (Arsenal), Gareth Barry (Aston Villa), Leon Osman (Everton);
Nicolas Anelka (Chelsea)
Manager: Steve Bruce (Wigan)
FLOP 11 (4-4-2):
Brad Jones (Middlesbrough);
David Edgar (Newcastle), Fabricio Coloccini (Newcastle), Abdoulaye Faye (Stoke City), Hermann Hreidarsson (Portsmouth);
Rory Delap (Stoke City), Denilson Neves (Arsenal), Nicky Butt (Newcastle), Peter Lovenkrands (Newcastle);
Bobby Zamora (Fulham), Johan Elmander (Bolton)
Manager: Phil Brown (Hull City)
Questi sono tutti i verdetti espressi dalla Premier League 2007/08:
- Il Manchester United è campione d’Inghilterra per la diciottesima volta della sua storia
- Manchester United, Chelsea e Liverpool parteciperanno alla prossima Champions League direttamente dalla fase a gironi, mentre l’Arsenal dovrà passare dal turno preliminare
- Everton e Aston Villa parteciperanno al primo turno della prossima Europa League, mentre il Fulham partirà dal terzo turno preliminare
- Newcastle, Middlesbrough e West Bromwich retrocedono in Championship
- Wolverhampton e Birmingham City parteciperanno alla prossima Premier League dopo aver ottenuto la promozione dalla Championship. A loro si aggiungerà la vincente della finale dei playoff tra Sheffield United e Burnley, match che si giocherà lunedì pomeriggio alle ore 16.00
Classifica marcatori finale:
19 reti: Nicolas Anelka (Chelsea)
18 reti: Cristiano Ronaldo (Manchester United)
16 reti: Steven Gerrard (Liverpool)
14 reti: Robinho De Souza (Manchester City), Fernando Torres (Liverpool)
12 reti: Darren Bent (Tottenham), Kevin Davies (Bolton), Dirk Kuyt (Liverpool), Frank Lampard (Chelsea), Wayne Rooney (Manchester United)
11 reti: Gabriel Agbonlahor, John Carew (Aston Villa), Peter Crouch (Portsmouth), Ricardo Fuller (Stoke City), Robin Van Persie (Arsenal)
10 reti: Emmanuel Adebayor (Arsenal), Djibril Cissè, Kenwyne Jones (Sunderland), Jermain Defoe (Portsmouth/Tottenham), Robbie Keane (Liverpool/Tottenham), Benni McCarthy (Blackburn), Matthew Taylor (Bolton), Amr Zaki (Wigan), Carlton Cole (West Ham)
Classifica assistman finale:
11 assist: Robin Van Persie (Arsenal)
10 assist: Frank Lampard (Chelsea), Steven Gerrard (Liverpool), Cesc Fabregas (Arsenal)
9 assist: Stephen Ireland (Manchester City), James Milner, Ashley Young (Aston Villa), Luka Modric (Tottenham), Dirk Kuyt (Liverpool)
8 assist: Gabriel Agbonlahor (Aston Villa), Ryan Giggs (Manchester United), Steed Malbranque (Sunderland), Morten Gamst Pedersen (Blackburn)
7 assist: Emmanuel Adebayor, Andrey Arshavin, Denilson Neves (Arsenal), Nicolas Anelka (Chelsea), Mikel Arteta, Leighton Baines, Steven Pienaar (Everton), Michael Carrick, Wayne Rooney (Manchester United), Robbie Keane (Liverpool/Tottenham)
Queste sono le formazioni stagionali basate sul numero di apparizioni nella Top 11 e nella Flop 11:
TOP 11 STAGIONALE (4-4-2):
Mark Schwarzer (Fulham);
Josè Bosingwa (Chelsea), Curtis Davies (Aston Villa), Joleon Lescott (Everton), Leighton Baines (Everton);
Stephen Ireland (Manchester City), Steven Gerrard (Liverpool), Xabi Alonso (Liverpool), Ryan Giggs (Manchester United);
Fernando Torres (Liverpool), Wayne Rooney (Manchester United)
Manager: Tony Pulis (Stoke City)
In panchina: Shay Given (Manchester City), Gretar Steinsson (Bolton), Titus Bramble (Wigan), Frank Lampard (Chelsea), Jimmy Bullard (Fulham/Hull City), Andrey Arshavin (Arsenal), Nicolas Anelka (Chelsea)
FLOP 11 STAGIONALE (4-4-2):
Scott Carson (West Bromwich);
Andre Ooijer (Blackburn), Abdoulaye Meite (West Bromwich), Fabricio Coloccini (Newcastle), Emmanuel Ebouè (Arsenal);
Jermaine Jenas (Tottenham), Michael Ballack (Chelsea), Denilson Neves (Arsenal), Cristiano Ronaldo (Manchester United);
Afonso Alves (Middlesbrough), David Di Michele (West Ham)
Manager: Mark Hughes (Manchester City)
In panchina: Heurelho Gomes (Tottenham), Richard Dunne (Manchester City), Anton Ferdinand (Sunderland), Luis Deco (Chelsea), Gelson Fernandes (Manchester City), Nicklas Bendtner (Arsenal), Roman Pavlyuchenko (Tottenham)
La prossima settimana si giocherà a Wembley la finale della FA Cup:
Sabato 30 Maggio:
ore 16.00
Chelsea-Everton


