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giovedì 23 novembre 2023

Cento domeniche: vero cinema sociale

Un grande Antonio Albanese si immedesima alla perfezione nel protagonista, rifugge dalla retorica radical chic tipica dell'attuale cinema italiano e dà una strepitosa prova d'attore. 


Che Antonio Albanese avesse a cuore alcune dinamiche sociali reali lo avevamo già visto in passato.
Che però fosse così in grado di esprimerle con forza, sfuggendo dai concept tipici dei prodotti radical chic all'italiana (intendendo come "radical chic" quei registi e autori che provano a parlare di certe tematiche quando in realtà vivono in una loro bolla, senza capire mai realmente le dinamiche da "vita vera" e quindi fallendo totalmente anche nella trasposizione di essa) era tutt'altro che scontato. Ebbene, in "Cento domeniche" ne esce fuori un Albanese impressionante: non perfetto, ma davvero notevole, in particolare nel grigissimo e falsissimo panorama del cinema italiano attuale.
 
Il fatto che questo tatto e questa sensibilità arrivi poi da quello che è uno dei grandi talenti comici italiani in attività risulta ancora più impressionante: ma che Albanese fosse un attore vero, con la A maiuscola, anche in contesti totalmente seri, lo avevamo appurato soprattutto ne "L'intrepido". Oggi però si ha una conferma pesante: almeno a livello soggettivo, Antonio Albanese è l'attore numero 1 nel panorama attuale italiano.
Davvero strepitoso il tatto con cui riesce a immergersi in una storia del genere, aiutato comunque da uno script che regge, che è sensibile al tema dei raggiri bancari, che (come detto) non cade nei luoghi comuni e nella retorica del cinema italiano attuale, che permette di riconoscere senza nessun problema il protagonista come un essere reale, esistente, che può essere ognuno di noi o ogni persona che ci è attorno: l'Antonio protagonista del film (un Albanese sostanzialmente sempre in scena) non è una caratterizzazione triste e poco attendibile come centinaia di altre viste recentemente nel cinema italiano, è tangibile e riconoscibile. Proprio per questo il film fa più "male", arrivando a lungo andare a colpire come un pugno allo stomaco.
E Albanese è sensazionale nella sua espressività, riportandoci con una recitazione senza eccessi la vera essenza di un uomo tranquillo caduto in una spirale devastante di disperazione: il viso che via via si fa sempre più tramutato e corrucciato, le occhiaie a lungo andare sempre più marcate, la devastazione dovuta ai sempre più forti attacchi d'ansia, con conseguente mano tremante e ogni segnale tipico del soggetto in pesante stato ansioso. Sembra chiarissimo che dietro questo film ci sia uno studio della realtà, un riuscire a comprendere il come si senta una persona "vera" di fronte a queste situazioni. E poi c'è il tatto di uno splendido attore nel saper vestire questi panni e riuscire a rivedersi nel protagonista. Bravissimo.
 
Non è un film perfetto, probabilmente il tono dimesso dell'intera messa in scena può non appassionare qualche spettatore, sicuramente la regia poteva avere qualche trovata maggiore. Ma il film funziona. Ed è cinema sociale come purtroppo non se ne vede più da tanto, troppo tempo. Un film che va crescendo via via in parallelo alla disperazione di Antonio. Fino al finale forse non del tutto imprevisto, ma forte. Come un pugno allo stomaco.
Voto: 8


giovedì 24 marzo 2022

Genitori vs Influencer: film scritto davvero male

L'analisi delle nuove tecnologie non esiste nemmeno, perché i social vengono trattati con una imbarazzante faciloneria che finisce per banalizzare tutto.

Che il cinema italiano (specialmente nella commedia) non sappia trattare l'argomento social e nuove tecnologie è un fatto risaputo: può cambiare la tendenza un soggetto così centrato proprio su tali argomenti?
Potrebbe. Se solo si avesse coraggio e idee, creatività e capacità di comprendere gli argomenti. Cosa che però in "Genitori vs Influencer" non esiste.
 
Cosa vuole essere questo film?
Non sa essere una commedia di costume, perché il mondo reale è trattato in modo palesemente superficiale e non c'è l'acume per entrare in certi dettagli fondamentali.
Non sa essere una satira sul mondo social, perché non c'è il coraggio di creare una vera critica né su questo né su coloro che lo criticano senza capirlo (e d'altronde non puoi fare satira se poi nel cast in un ruolo abbastanza importante metti Giulia De Lellis, ovvero proprio il profilo che dovrebbe entrare nel calderone).
Non sa essere un anti-teen movie, perché (come spesso capita nel cinema attuale che non si abbassa a provare a comprendere le nuove generazioni) i giovani vengono descritti come esseri vuoti unicamente attaccati al cellulare, descrizione ancora più superficiale della superficialità giovanile descritta: salvo poi andare su passaggi risaputi sembrando esattamente un teen movie dei più banali.
E infine non sa essere un film rivolto al pubblico giovanile, perché non lo fai certo unicamente descrivendo gli adulti come dei cretinotti del tutto incapaci di comprendere le nuove tecnologie.
 
Si crea un vero e proprio pasticcio per l'incapacità di avere presente una vera strada da seguire. E soprattutto per l'incapacità di osare realmente, di criticare tutto e tutti e di non voler tracciare già dopo mezz'ora strade forzate per intravedere la comoda via dell'happy ending.
E' proprio la faciloneria con cui viene descritto il mondo social la base del disastro di questo film, dando la sensazione che gli autori per primi non sapevano bene ciò di cui parlavano: e poi quanto è facile al cinema diventare "virali"?

In questo caso non è certo un problema di attori, anche se alcuni vengono sfruttati malissimo (dal gruppo dei vicini, con Frassica che nel vuoto generale riesce a piazzare un paio di battute simpatiche, al preside di Massimiliano Bruno), caratterizzati in maniera sciatta e banale. Anche perché il Fabio Volo tanto vituperato come scrittore (anche dal sottoscritto a essere sinceri), come attore non è poi così male e riesce a rendere umano il proprio personaggio in un film di personaggi poco vivi. E nemmeno Ginevra Francesconi (nella banalità del proprio personaggio) finisce per sfigurare.

Il problema, come troppo spesso capita nella commedia italiana attuale, sta nella scrittura che vorrebbe strizzare l'occhio a tutti, finendo per non raccontare nulla, per rendere tutto estremamente banale. E finendo per cui per scontentare tutti.
Velo pietoso per la ruffianeria delle comparsate delle Iene o di Barbara D'Urso, che non meritano nemmeno il commento.

Voto: 2

mercoledì 23 marzo 2022

Una notte da dottore: rarissimo esempio di remake piacevole

Nonostante le attese prossime allo zero, il film finisce per essere piacevole e divertire soprattutto nella sua fase centrale.


Le mie attese all'approccio di questo film erano prossime allo zero per tre semplici motivi.
1) L'ennesimo remake a cui la commedia italiana si trova a ricorrere. Come se ormai non si abbia più mezza idea in croce, per un genere che continua a proporre una quantità industriale di film, un numero però inversamente proporzionale alla creatività degli autori.
2) Non solo, l'ennesimo remake di una commedia francese, nonostante una miriade di fallimenti in prodotti di questo tipo (chiaramente lo stile di quei film non si confa particolarmente agli attori italiani).
3) La presenza di Frank Matano, uno che (ammetto) mi aveva portato al sorriso alle prime scemenze fatte su internet ma che poi non mi ha mai più fatto ridere, né in tv né tantomeno nel cinema.

Disastro annunciato? No, perché alla fine il risultato è spiazzante (almeno per me): non solo non si vede un film squallido, ma ci si ritrova tra le mani un film piacevole. E stop the press: Frank Matano mi ha fatto ridere!

Non tutto è perfetto, sia chiaro. Il film ci mette un po' ad accendersi e le fasi seriose/drammatiche (la genera del dottore) sembrano un po' tirate lì per i capelli, ma evidentemente quando c'è un minimo di ispirazione nel produrre una pellicola su certi difetti è più facile per uno spettatore esser portato a chiudere un occhio.
Soprattutto perché alla fine il giochino che sta alla base del film funziona, ovvero quello di portare un rider (Matano) a visitare dei pazienti per l'indisposizione del medico (Abatantuono), il quale da par suo commenta sardonicamente fuori campo (per mezzo dell'auricolare del cellulare).
Funziona perché funziona il feeling tra i due attori, tra di loro e coi loro personaggi. Abatantuono gioca di mestiere, trovando il mix giusto tra l'ironia e la certa malinconia del suo personaggio. Mentre a sorprendere è proprio Matano, che finalmente (per una volta) sembra uscire dai panni della macchietta (panni di rispetto se portati bene, ma che incutono frustrazione e antipatia se portati male) e che pare voler per una volta recitare, riuscendo quindi a trasporre in maniera abbastanza convincente lo straniamento del rider ritrovatosi a compiere delle visite mediche a domicilio: riuscito in questo l'attore, riesce poi la parte comica, con più di una situazione che riesce a portare alla risata facile per l'assurdità della situazione ("ma che combina?" dice il genitore allibito, "è un dottore lei?", "sì sono un chirurgo").

Certo, il doversi giocare continuamente l'arma del remake (che poi adesso come adesso risulta ancora più inutile rispetto a decenni fa, visto che è ancora più facile andarsi a cercare il film originale) resta qualcosa di rivedibile, ma per una volta il giochino funziona e il film regala un'ora e mezza piacevole.

Voto: 7

martedì 22 marzo 2022

La casa di famiglia: leggero ma (quasi) del tutto dimenticabile

Non più che sufficiente. Ma la gag del "busto di Beethoven" vale da sola la visione.

 


"La casa di famiglia" è il riadattamento di una pièce teatrale che dà la chiara sensazione di essere sceneggiata in modo vagamente superficiale: si vedono le potenzialità discrete del soggetto, ma tanti punti nel film vengono appena abbozzati e poi dimenticati con una facilità non certo consona a un lavoro di un certo livello. Viene da pensare all'ex marito della sorella (Matilde Gioli) o all'opera del fratello pianista (Stefano Fresi), tutti abbozzi mai realmente approfonditi che penalizzano il giudizio su un film che pure non è certo brutto o frustrante da vedere. Anzi la visione scorre abbastanza piacevolmente, con anche un paio di gag piuttosto riuscite che portano facilmente al sorriso.
Su tutte è fantastica la trovata del busto di Mussolini che, con su una parrucca delirante, viene spacciato al padre come raffigurazione di Ludwig van Beethoven, un acuto geniale che arriva del tutto inatteso.

Risulta quindi questa scena l'unica cosa realmente memorabile in un film che scorre facilmente, ma che altrettanto facilmente non lascia tracce reali. Professionale ma non ispiratissima anche la prova degli attori, con Stefano Fresi che si innalza facilmente (per differenza di talento) tra i quattro fratelli protagonisti, pur risultando piuttosto contenuto nella propria recitazione, mentre appare desueto (non una novità nel panorama del cinema italiano dove davvero c'è terrore nel provare a rendere forti i personaggi femminili) il personaggio appiccicato a Matilde Gioli, che deve restare attaccata all'ex marito (e quindi portata facilmente al pianto) per poi sfoggiare tutto lo charme nel sedurre il nuovo acquirente della casa. Insomma, ispirazione generale rara in tutto il film, anche se comunque il quadro è piacevole e non cade nelle presunzioni e nei moralismi tipici della commedia italiana attuale.

Voto: 6

venerdì 11 marzo 2022

Pietà per Abramovich e il Chelsea FC? Not for me



Ieri il governo britannico ha congelato il Chelsea con questa spiegazione:
"Abramovich is associated with a person who is or has been involved in destabilising Ukraine and undermining and threatening the territorial integrity, sovereignty and independence of Ukraine, namely Vladimir Putin, with whom Abramovich has had a close relationship for decades. This association has included obtaining a financial benefit or other material benefit from Putin and the Government of Russia."

Sostanzialmente quello che ho sempre detto e saputo io nel mio piccolo.

La ESPN dà una buona lettura sulla questione:


Ora tutti a dire "che c'entra il Chelsea, povero Chelsea".
Eh no bimbi miei. No.
In sostanza: io tutta sta pietà sul Chelsea non ce l'ho.
È diventato cuore e anima del suo proprietario da oltre 25 anni, non da ieri.
Tutto quello che è successo in quel club in questo periodo è frutto del mafioso sistema Putin.
Tutti gli oligarchi sono questo, figli di quel sistema, né più né meno.
Poi si può discutere sul fatto che se ti staccavi completamente da quel sistema (o peggio lo criticavi) semplimente Putin ti ammazzava o incarcerava (basta recuperare certi documentari per trovare esempi).
Qui però il "signor" Abramovich ha avuto "close relationship for decades". Ergo, il "signor" Abramovich da decadi sguazza allegramente nella melma della mafia Putin. Il fatto che certi personaggi vogliano farcelo apparire come un santo rende codesti personaggi dei buffoni indicibili.
Si può discutere sul fatto che il governo britannico si sia svegliato adesso (Putin è quello che faceva saltare palazzi a Mosca per giustificare il massacro dei ceceni), qui si può ragionare. Ma di certo non verso lacrime e non ho pietà per Abramovich e tutto ciò associato a lui.

Prima di piangere per il Chelsea mi appurerei che abbiano pulito bene il sangue dai trofei conquistati nelle ultime due decadi abbondanti. Thanks.

giovedì 10 febbraio 2022

Don't Look Up: regole per un mondo difettoso

Lo si può definire un film di "fantascienza attuale". E soprattutto lo si può definire un film riuscito. Più che un tentativo di far satira, è un tentativo intelligente di spogliare l'umanità dalle proprie idiozie odierne. Riuscite anche le parti ironiche, anche se vengono del tutto abbandonate nella fase finale.

[Premessa doverosa prima di parlare del film: il blog è stato inattivo per tutti questi mesi causa forza maggiore. Il 6 Settembre mi sono procurato una devastante frattura scomposta alla spalla, con tanto di operazione e di recupero prevedibilmente a rilento, che sostanzialmente mi rendeva impossibile scrivere al computer. Ancora adesso il recupero al 100% non è così vicino, ma per fortuna alcune funzionalità sono tornate e Don't Look Up diventa la buona occasione per tornare a scrivere e iniziare a riaggiornare il blog]
 
Cast di extra-lusso, produzione magnificente e un soggetto abbastanza sagace. Cosa può non funzionare in un film come Don't Look Up?
Su una base simile solo una gestione scellerata di un regista, o magari una sceneggiatura insulsa, può portare alla delusione, ma tutto ciò non va banalizzato alla voce "successo atteso".
Don't Look Up può non essere perfetto, la stesura estremizzata (138 minuti) può rendere sfilacciate alcune parti di raccordo e (a mio modesto modo di vedere) il livello di satira in sé per sé non è particolarmente azzeccato, ma resta un film che a suo modo funziona in ogni suo aspetto.
Non sarà granché originale a livello satirico, ma è un film capace di divertire per tre quarti della sua durata, con gli autori che però sostanzialmente accantonano ogni spunto ironico nella fase finale drammatizzandola un po' eccessivamente. La satira è modesta, ma i tempi della commedia sono buoni e non mancano le scene capaci di indurre alla risata, su tutte quella in cui Leonardo DiCaprio prima dell'apparizione nello show televisivo palesa la propria preoccupazione per la recente separazione di Ariana Grande.
Dove il film riesce pienamente è nell'intento critico di una società allo sbando, schiava dei brand e delle follie di certi magnati, capaci persino di decidere la tempistica sulla missione salva-pianeta. Il film risulta così un'operazione intelligente di spogliare la società occidentale da tutte le idiozie di moda attualmente, una società instupidita da reality e dall'uso eccessivamente serioso (o superficialmente ironico da parte di personaggi che dovrebbero rappresentare delle autorità) dei social network, con gente della strada che si permette persino il lusso di dubitare della scienza (il "per me la cometa non esiste nemmeno" è tanto lontano dall'ideologia no-vax?).

Può esistere il concetto di "fantascienza attuale"? Se sì, questo film ci rientra in pieno. La sensazione è che, pur con alcuni aspetti semplicistici, in "Don't Look Up" si veda fedelmente cosa accadrebbe se una situazione d'emergenza simile si verificasse realmente. Proprio come l'esplosione di una disastrosa pandemia è stata capace di palesare agli occhi di tutti troppi lati imbarazzanti di una società tragica.

Il cast stellare fa il proprio lavoro ed eleva in maniera irrefrenabile il film, con DiCaprio che al solito non sbaglia un personaggio neanche per sbaglio e Jennifer Lawrence efficacissima specialmente nella prima parte, ma sarebbero tanti da citare, vedi Meryl Streep strepitosa "female Trump" e il sarcasmo arrogante e presuntuoso di Jonah Hill nella parte del figlio della Presidente. Ma davvero sarebbe stato difficile per tutti non far funzionare questo cast.

Da vedere.

Voto: 8

lunedì 30 agosto 2021

Football Weekend Recap: Leonardo Mancuso l'anti-Superlega; North London agli antipodi; il povero Unai, and so on


Approfittando un po' del weekend tronco, ovvero senza Monday Night causa Nazionali, torno un po' a usare il blog con questo nome tornando un po' ai vecchi tempi, ovvero parlando (e sparlando) di calcio: senza tornare alle abitudini di anni fa, ma andando un po' di libero pensiero e di opinioni personali, magari per un appuntamento continuo, magari fino a quando mi stufo, magari discontinuo da buttare lì solo quando ho qualcosa da dire, vedremo, non ne ho idea al momento.
L'idea è di voler cambiare un po' il punto di vista, senza fossilizzarsi sulle solite squadre, sui soliti nomi, su quei personaggi ridicoli che volevano scegliere con chi giocare e chi era degno o meno di sfidarli su un campo da calcio. Per iniziare, parlo a ruota libera dei Top 5 campionati europei e poi un po' in generale del resto. Di solito la mia preferenza personale è (come forse qualcuno sa) sul calcio inglese, ma oggi direi di iniziare a parlare di altro perché c'è una squadra che merita la copertina.

SERIE A. Il primo discorso lo merita l'Empoli, in quella partita da sabato sera che proprio rientra nell'elenco delle "partite inutili" secondo un figlio di papà che è riuscito soltanto a rendersi ridicolo facendosi manovrare a piacimento da Florentino Perez, giocandosi la faccia: già, povero Agnelluzzo coi suoi sogni da Superlega e che in pochi mesi s'è trovato a vedere i propri "gioielli" perdere in casa da Benevento e Empoli. Proprio quel genere di squadra che non dovrebbe essere degno di affrontare la Juventus, secondo il suo modo di vedere: d'altronde gli Agnelli sono sempre stati questo genere di personaggi persino quando erano "persone forti", figurarsi questa animella che è finita soltanto a essere il lacchè di Florentino.
E che Empoli s'è visto a Torino: Aurelio Andreazzoli è riuscito a mettere del suo senza stravolgere il grande lavoro svolto da Alessio Dionisi in Serie B l'anno scorso, con un calcio aggressivo anche sul campo di una big, con movimenti continui e mai causali, esaltati soprattutto da un incredibile Nedim Bajrami, che riesce sempre a trovare la posizione giusta (l'ha fatto tutto l'anno in B, lo sta continuando a fare in A) per pungere con pericolosità. A volte non si capisce quanti Bajrami ci siano in campo, sembra essere ovunque, a destra e a sinistra. Oltretutto, l'Empoli ha un calcio efficace e pungente, grazie alla capacità di attaccare con buon numero e già contro la Lazio (specie nel primo tempo) aveva mostrato un impatto interessante: alla prima era mancata completamente la difesa, compreso Guglielmo Vicario che era stato incertissimo. Ebbene, un Sebastiano Luperto in più al centro e un Vicario ben più sicuro hanno cambiato tutto. C'era anche un avversario diverso, perché la Lazio affrontata alla prima era ben più insidiosa della Juventus smarrita di sabato sera, in preda anche ad alcuni deliri tattici che evidentemente non sono passati con l'addio di Andrea Pirlo: Federico Chiesa era apparso imprendibile da punta nei primi 20 minuti, perché a quel punto spostarlo a destra? E in una partita simile, Danilo a centrocampo per 90 minuti? Tecnicamente la Juventus è stata sconcertante, ma l'Empoli è stato brillantissimo e sembra già aver trovato la propria quadratura per un degnissimo campionato di Serie A, perché come gioco e come personalità c'è parecchio materiale e Andreazzoli finora è stato eccellente nel non stravolgere quanto era stato costruito l'anno scorso.

La differenza di impatto tra l'Empoli e le altre neopromosse è notevole: il salto di categoria (specialmente nel calcio dei sempre maggiori squilibri economici e delle big che hanno rose infinite e miliardi di calciatori da mandare in prestito, uno dei principali cancri di questo sport) è sempre tosto, quando per ristrettezze economiche fai mercato tardi lo è ancora di più. Questo è soprattutto stato il problema del Venezia finora, che oltretutto aveva mezza squadra fuori alla prima a Napoli (ma i nostri giornalisti parlano di "emergenza" solo quando alla big mancano un paio di calciatori in una rosa di 20+ titolari, mica quando a un Venezia mancano quattro squalificati e due infortunati in una rosa meno ricca e per giunta incompleta!) e che ancora deve inquadrarsi bene: a Udine si sono visti sprazzi e qualche nuovo innesto potrebbe diventare importante (soprattutto Thomas Henry), ma questa è sfacciatamente una squadra che ha iniziato il campionato quando ancora non era totalmente pronta. Forse per pareggiare questi squilibri si potrebbe anche agire a livello generale europeo: ovvero, portare a una data fissa per l'inizio dei campionati di quasi tutta Europa (tanto a pensarci, nel weekend di Ferragosto sono partiti tre dei campionati considerati Top 5, sfalsati di una settimana c'erano Ligue 1 e Serie A, a iniziare rispettivamente sette giorni in anticipo e in ritardo) e far coincidere con essa la fine della sessione estiva di mercato. 
Discorso un po' diverso per la Salernitana, che comunque con Castori ha la sua identità precisa: il problema è che contro la Roma questa identità era unicamente difensiva. Ci sta anche che si giochi con una linea a 9 in difesa (perché sostanzialmente questa era), ma bisogna anche avere qualche carta per ripartire e cambiare fronte, mentre nel primo tempo all'Arechi era un "attacco vs difesa" continuo. E infatti appena a inizio ripresa la partita s'è stappata, non c'è stata più storia. Anche per i campani c'è bisogno di un po' di tempo per capire cosa possano fare (anche perché finora l'acquisto più importante non s'è visto, e parlo di Simy), ma è altrettanto ovvio che l'atteggiamento deve essere poco simile a quello di questa partita e più simile a quello visto a Bologna, dove anche in inferiorità numerica la Salernitana riusciva a buttarsi in avanti (tanto da casuare un'espulsione avversaria e ritrovarsi due volte in vantaggio).
A tal proposito, dopo settimane in cui si cercava e si auspicava il presunto "arbitraggio all'europea", la cosa peggiore delle prime due settimane di Serie A è stata proprio la linea di arbitraggio: squallido che nel primo weekend due partite normalissime siano finite con tre espulsi (Bologna-Salernitana) o due espulsi (Roma-Fiorentina)! Un metro assolutamente folle, che porta a vedere in un Juventus-Empoli sostanzialmente senza contatto un totale di quattro ammonizioni. Senza entrare nel merito moviolistico (che personalmente odio) che vede segnalato come fallo un contatto inesistente come quello su Meret a Genova, mentre quello grossolano su Lautaro Martinez a Verona non viene considerato un fallo da calcio di rigore. Se si vuole iniziare a essere meno antiquati nella linea arbitrale bisogna iniziare dai cartellini, che vanno spesi solo quando servono: la realtà è che arbitri di poca personalità (come quelli attuali in Italia soprattutto) li usano per "tenere in controllo" la partita. Follia.

PREMIER LEAGUE. North London che apre e chiude la classifica: e davvero c'è poco da sorprendersi. Il Tottenham sta riuscendo con intelligenza a cambiare completamente volto dopo la sballatissima era Mourinho, con un nuovo coach (ormai non riesco a chiamarli più "manager": perché nessuno di questi è un vero manager più) che finora intelligentemente ha saputo snaturarsi. Si sono visti tre 1-0, un gioco non certo simile a quelli del Wolverhampton di Nuno Espirito Santo, ma questo serviva all'allenatore portoghese per iniziare col piede giusto. A giusto tempo verosimilmente vedremo sempre più attuate le sue idee, sperando che Harry Kane possa essere più coinvolto: se Espirito Santo fosse stato un fondamentalista, che ciecamente avrebbe voluto imporre tutte le sue idee immediatamente, un inizio campionato con sfide toste come quelle contro Manchester City e Wolverhampton non avrebbe certo portato questi nove punti. Non bisogna vederci troppo in questo primo posto dopo tre giornate, ma intanto è un segno di un uomo intelligente che si crea un giusto credito nell'ambiente.
Credito che incredibilmente nel Nord di Londra continua ad avere (in società almeno) un allenatore agli antipodi come Mikel Arteta: uno scempio che insieme all'altro disastro che è Edu (capace di spendere 150 milioni di euro in estate per peggiorare la squadra) sta distruggendo definitivamente l'Arsenal, che ora non casualmente è ultimissimo in classifica, incapace di segnare un gol (ma d'altronde quando tiri raramente in porta...). Cosa deve fare un allenatore per essere cacciato? Proprio il fatto che ancora non sia stato fatto fuori dimostra tutto quello che non va all'Arsenal: quali sono le prospettive?

E' una Premier League sempre più lontana dal "calcio inglese", è un calcio ormai omologato e lontano da ciò che aveva fatto appassionare non dico i tradizionalisti (perché il sottoscritto tutto è meno che un tradizionalista) ma gli amanti di certe ruvidezze e certe fisicità tipiche di un altro calcio inglese (un calcio che si vede ancora in certa Championship e in generale nella Football League). Ed è una Premier League che, pur mantendendo un livello tecnico accettabile in sé per sé (i risultati europei lo testimoniano), è reduce da un paio di stagioni completamente negative a livello di qualità visiva e spettacolare: lo scorso anno un po' tutti i big match sono stati inguardabili (tranne casualmente le due sfide tra Liverpool e Tottenham). Quest'anno, a parte l'Arsenal (che d'altronde è tutto meno che una big al momento), in tre giornate abbiamo avuto due big match: Tottenham-Manchester City e Liverpool-Chelsea. Nonostante una di queste sia stata completamente influenzata da un rosso rivedibile prima dell'intervallo, devo dire che sono state entrambe due partite parecchio godibili: nonostante nessuna delle quattro squadre abbia segnato più di un gol! Se si guarda un po' tutti i campionati, specialmente nel primo tempo di Anfield di sabato scorso si poteva appurare come si stesse viaggiando a dei ritmi che altrove si vedono molto raramente, ritmi che potrebbero anche esser sofferti da un grandissimo acquisto come Romelu Lukaku: reduce da due stagioni spettacolari all'Inter, sabato sembrava più simile al Lukaku che si palleggiava addosso e si sparava le rovesciate in faccia ai tempi del Manchester United. Questo perché intanto s'è abituato a un campionato che dava un paio di secondi in più di tempo per effettuare la giocata, ma forse questo anche perché a livello tecnico potrebbe anche soffrire l'aggressione continua che si vede ogni tanto in Premier League (quella che ha fatto vedere il Liverpool specie nel primo tempo): potrebbe anche servire un semplice riadattamento, se Lukaku è davvero cresciuto a livello globale dai tempi di Old Trafford lo dimostrerà presto, ma lì per lì nel primo tempo di sabato veniva da ripensare a "quel" Lukaku più che al Lukaku strabordante e coinvolgente visto in Serie A (ma attenzione, anche all'Inter non lo si era visto ai livelli veramente alti europei, il che fa sorgere qualche dubbietto).
 
In un calcio inglese continentalizzato, il West Ham sembra essere qualcosa più vicino alla Premier League di 15-20 anni fa: compreso quel centravanti di tutto muscoli che è Michail Antonio, impossibile da non amare se si è cresciuti con un certo football. Già era stato sorprendente il West Ham dello scorso anno, ma forse qua c'è una base solida per rinconfermarsi: giocatori come Said Benrahma hanno iniziato con una produttività che lo scorso anno non si era vista (e sicuramente non con continuità) e questo potrebbero aiutare a fronteggiare un possibile calo a livello di numeri (intesi come gol segnati) che potrebbe verificarsi in alcuni giocatori, specialmente Tomas Soucek che comunque il suo continuerà a farlo, visto che ha una eccellente tempistica nell'inserimento offensivo.
Chi gioca ancora un buon calcio è il Wolverhampton, che però viaggia completamente al contrario del Tottenham: tre sconfitte per 1-0. Già l'anno scorso si produceva tanto e segnava poco, quest'anno per ora il problema sembra addirittura peggiorato. Contro il Manchester United domenica i Wolves hanno giocato a tratti benissimo, ma davvero negli ultimi metri fanno di tutto per non segnare. E quando sbagli così tanto, spesso sono gli avversari a trovare il gol (per giunta in modo beffardo come accaduto coi Red Devils, con Jose Sà davvero inguardabile). Raul Jimenez sembra esser rientrato abbastanza bene dopo il terribile infortunio ma non ha ancora trovato la concretezza in fase realizzativa, mentre Trincao sembra uno di quei giocatori che non vogliono segnare neanche con le cannonate. E così finora il trend è stato identico: tre partite con tanta produzione offensiva, ma senza mai riuscire a segnare. E se in porta hai Jose Sà (che pare essere persino peggio di Rui Patricio) allora sono guai.

LA LIGA. Quello che è (tra i Top 5) il campionato che mi appassiona meno in Europa è casualmente quello che a livello di simpatie mi sta dando le soddisfazioni migliori. Merito soprattutto del Maiorca, che da neopromosso sta dimostrando di avere un ottimo impianto tecnico e che clamorosamente nel gruppo di vertice dopo tre partite. Ma anche il Rayo Vallecano è riuscito domenica a sbloccarsi, quando invece aveva avuto un impatto choc col campionato.
La copertina però va allo scellerato Villarreal, che dopo il colpaccio dell'Europa League era partito con due scialbi 0-0. Domenica sera arriva la grande occasione per sbloccarsi e lanciarsi anche per le primissime posizioni, se riesci a battere l'Atletico Madrid nel proprio catino sei una squadra potenzialmente competitiva, in particolare in una Liga che dopo anni di spese ridicole (e indebitamenti imbarazzanti delle solite due) sembra finalmente in fase di ridimensionamento. Invece, al 95' Aissa Mandi e il portiere Geronimo Rulli confezionano uno dei disastri tecnici più beffardi degli ultimi tempi, per la disperazione assoluta (e giustificata) di Unai Emery. Davvero folle che un difensore centrale a 15 secondi dalla fine opti per un retropassaggio senza guardare e che un portiere lasci la propria porta così senza pensare. Emery è apparso buffamente comico nella reazione, ma al posto suo ogni altro allenatore avrebbe spaccato tutto: e sarebbe stato difficile dargli torto. 
E' un campionato in cui fioccano i pareggi: per capirci, dopo tre giornate solo la metà delle squadre hanno vinto almeno una partita. Per fare il paragone, dopo due giornate in Serie A le squadre che hanno ottenuto almeno una vittoria sono 11.
 
BUNDESLIGA. Altro campionato che ancora deve decollare, anche per la serie di cambi di panchina (cosa che lo accomuna alla Serie A): sostanzialmente le squadre della prima metà di classifica della scorsa stagione si sono un po' scambiate gli allenatori. A farne maggiormente le spese in questo avvio sono Lipsia e Borussia Monchengladbach, con entrambe le squadre che finora ne hanno perse due su tre e che non sembrano aver inquadrato ancora bene le idee dei nuovi allenatori. Si conferma già in maniera piacevole, pur con il "nuovo" impegno europeo già assaggiato, un ottimo Union Berlino, che potrebbe anche avere un Taiwo Amoniyi in rampa di lancio. Piacevolmente sorprendente anche l'inizio di stagione del Mainz, che specialmente in casa sembra avere un bel calcio ficcante e organizzato: dopo aver fatto impazzire alla prima il Lipsia per mezz'ora (per poi difendersi abbastanza bene), la squadra di Bo Svensson ha spazzato via il Greuther Furth nei primi 25 minuti di partita che ho avuto modo di vedere, dimostrando di poter essere anche più interessante da osservare rispetto agli ultimi tempi. Devo personalmente ancora inquadrare bene quanto sta succedendo al Wolfsburg, partito con tre vittorie tutte e tre col minimo scarto (ma a differenza del Tottenham qui un gol è stato subito) con Mark Van Bommel in panchina. Aver battuto anche il Lipsia questa domenica è sicuramente un bel colpo per l'autostima dei lupi. Autostima che invece (come ormai abitudine) non ha l'Hertha Berlino, club che ormai da diverso tempi sembra continuare a scherzare col fuoco: mentre i cugini sembrano volare su una nuvola, quelli dell'Hertha invece sono gli unici a secco di punti alla pausa delle Nazionali, nonché gli unici a doppia cifra per reti subite. C'è davvero poco da ridere.
 
LIGUE 1. L'ex campionato più equilibrato d'Europa (quando ancora non c'erano gli sceicchi e il massimo della dittatura sembrava essere il Lione di Aulas) è già a livello di vertice morto e sepolto dopo un mese: oltre a essere drogato da assurdi squilibri economici che poco c'entrano con la competitività che dovrebbe avere una lega sportiva, non aiuta il fatto che la prima, la terza e la quarta della classifica finale della scorsa stagione, ovvero le tre squadre che sulla squadra dovrebbero competere coi super-ricchi, siano riuscite a partire senza mettere a segno una vittoria che una nelle prime tre giornate di campionato. Tutte e tre sono riuscite a vincere in questo weekend, ma insomma ormai i buoi sono scappati e non esisterà una lotta per il titolo. 
Perlomeno questo weekend ci siamo evitati scene imbarazzanti come quelle viste nelle prime due trasferte del Marsiglia, entrambe piazzate nello slot d'orario della domenica sera, quello che sulla carta per i francesi è da considerare il "principale". Insomma, una figuraccia enorme in tutto e per tutto.
Interessante (quando certi pseudo-tifosi non si intromettono) la partenza del Nizza, con Christophe Galtier che sembra non sbagliare più un colpo dopo aver vinto clamorosamente il titolo lo scorso anno con il Lille: i rossoneri giocano bene, sono convinti di ciò che fanno e hanno già ottenuto due vittorie rotondissime contro lo stesso Lille e contro il disastrato Bordeaux.
In tanto "brutto", fanno bene invece le partenze di due squadre costruite con più idee che mezzi economici come Angers e Clermont, che ovviamente non terranno il passo di certi club ma che stanno mettendo in tasca punti importanti per puntare a una classifica tranquilla anzitempo e magari a qualche sorpresa a livello di piazzamento.
 
ELSEWHERE. C'è stato il primo Old Firm stagionale in Scozia. Nonostante l'influenza del maledetto virus, alla fine è stato il solito Old Firm da ultimi tempi, tanta corsa, tanta battaglia ma pochi spunti brillanti, garantiti specie nel primo tempo soprattutto dal bravo giapponese Kyogo Furuhashi. A decidere è stato però come prevedibile un corner con la zuccata devastante di Filip Helander, a dare la vittoria a dei Rangers debilitati pesantemente dal suddetto virus (tanto che non c'era nemmeno Steven Gerrard ad allenare). Continua a lasciarmi perplesso la strada intrapresa dal Celtic, col nuovo allenatore Ange Postecoglou che finora è sembrato poco elastico nel suo approccio alla squadra: specialmente nel disastroso preliminare di Champions League contro il Midtjylland (preliminari deludenti per entrambe le big scozzesi peraltro), il coach greco è sembrato esattamente ciò che Nuno Espirito Santo non è sembrato al Tottenham, ovvero uno con idee fondamentaliste che ha provato a imporre tutto e subito immediatamente, senza pensare al materiale che si aveva a disposizione e senza pensare che magari per non toppare una doppia sfida da dentro o fuori come quella sarebbe servito giocare un calcio più semplice e più "conosciuto" dai propri calciatori. In SPL in vetta al momento ci sono le due squadre di Edimburgo, ma ovviamente è solo questione di tempo per vedere le due squadre di Glasgow staccare tutte. Spiace soprattutto che il St. Johnstone (re di coppe della scorsa stagione a livello nazionale) non sia riuscito a entrare nei gironi di Conference League o Europa League.

Il Midtjylland appena citato ha subito un brusco stop nel weekend, perdendo la vetta della classifica in Danimarca in quella che invece è stata appena la prima vittoria in campionato per il Brondby, capace di qualificarsi per i gironi di Europa League ma che ancora era a secco in Superligaen. Hanno deciso di sbloccarsi alla settima partita e proprio contro la rivale più accreditata per strappar loro il titolo di campione.

Sorpassi un po' ovunque in Scandinavia, dove il livello tecnico più basso porta anche a campionati più equilibrati (e più divertenti). In Svezia siamo alla giornata numero 17 (su 30) e nel weekend si sono fermati sia il Djungarden capolista che il Malmo campione in carica: clamorosa la sconfitta del Djungarden contro il Sirius in lotta per non retrocedere, mentre il Malmo (ben allenato da John Dahl Tomasson) paga prevedibilmente i tanti impegni europei (per qualificarsi ai gironi di Champions League hanno giocato quattro turni preliminari, quindi otto partite infrasettimanali senza pause, sfiancante per una rosa non certo ampia come quelle di altri campionati) e che anche per questo ha perso due delle ultime tre partite. Per Tomasson la pausa delle Nazionali è un toccasana e paradossalmente adesso che la Champions League sarà più tosta (e più "inaffrontabile" per il livello tecnico dei campioni di Svezia), sarà meno sfiancante visto che queste partite non arriveranno puntualmente a ogni martedì o mercoledì e quindi ci sarà modo per ripartire bene anche nella lotta per il titolo. Ad affrofittare degli stop delle rivali è l'AIK, che chiude il weekend in vetta alla classifica in quella che è una gran bella lotta a quattro.

Impegni europei in Norvegia anche per il Bodo/Glimt, che però in quello che è un meraviglioso "derby a distanza" con il Tromso tra le squadre più a nord dell'Eliteserien deve lottare e soffrire per ottenere il successo per 3-2 e operare il sorpasso ai danni del Molde, sconfitto in casa del Kristiansund. Anche qui siamo alla giornata numero 17 su 30, esattamente come in Svezia.

In Svizzera continua la partenza a rilento dello Young Boys, mai convincente a livello interno in questo inizio di stagione (anche se è riuscito nell'ottenere la qualificazione ai gironi di Champions League): sembrava esser iniziata bene la partita contro il Basilea (che al momento era capolista, ora è stato superato dallo Zurigo) col gol di Jordan Siebatcheu, ma prima dell'intervallo Quentin Maceiras in maniera folle si fa ammonire due volte e allora la squadra di David Wagner perde il pallino del gioco e finisce per subire il gol del pareggio, firmato da Sebastiano Esposito, il quale sembra finalmente iniziare a trovare quella continuità che gli era mancata anche in Serie B (sono 4 i suoi gol in campionato, alle spalle solo dello scatenato Arthur Cabral, suo compagno di squadra, in vetta alla classifica cannonieri a quota 7).

Infine, è stata una domenica interessante in Belgio, dove il Club Bruges ha subito un clamoroso 1-6 in casa del Gent, che era anche partito parecchio male in campionato (anche qui con lo "zampino" dei faticosi preliminari europei, con la qualificazione ottenuta per i gironi di Conference League). Ho avuto modo di vedere l'ultima mezz'ora della partita tra Genk e Anderlecht e, in un quadro magari un po' scellerato a livello tattico, c'è stato parecchio da divertirsi con una partita apertissima, piena di occasioni e di ribaltamenti di fronte. Sorprendentemente (visto che che Vincent Kompany mi sembra un po' un Arteta belga) l'Anderlecht se la giocava bene alla pari, con un Christian Kouamé costantemente pericoloso, ma alla fine è stato il Genk ad avere la meglio con una splendida combinazione tra Kristian Thorstvedt e Ike Ugbo, con quest'ultimo a segno per la prima volta in questo campionato. Insomma, anche quando Paul Onuachu non incide, proprio il suo sostituto Ugbo dopo appena cinque minuti dal suo ingresso in campo riesce a essere decisivo, in una squadra che è piena di giocatori interessanti e divertenti da veder giocare (il mio preferito è l'ala giapponese dinamicissima Junya Ito). E' una Jupiler League finora pazza, tanto che in vetta (e dopo sei giornate, non dopo due o tre) troviamo nientemeno che il Royale Union Saint Gilloise, ovvero una neopromossa che mancava a questo livello da 48 anni: insomma, ci si può divertire, entusiasmare ed emozionare anche non seguendo le solite super-ricche, non pensate?

giovedì 1 luglio 2021

Sfida tra i ghiacci: agghiacciande (come direbbe qualcuno)

Seagal eroe ecologista ha credibilità nulla e ovviamente il tema dell'ecologismo è un pretesto per la solita raffica di esplosioni della fase finale del film: tipico Seagal-movie usa e getta, dalla scrittura rozza che si lascia dimenticare in fretta.

Steven Seagal paladino dell'ecologia solo a pensarci fa scompisciare dal ridere, un po' come se Massimo Boldi si ergesse a paladino della raffinatezza.
Ovviamente poi il tema pseudo-ecologico è appena abbozzato ed è solo un pretesto (puramente ridicolizzato) per cambiare minimamente scenario e poi spargere sangue come il tipico Seagal-movie, qui non a caso deus ex machina in toto essendo anche regista e tra i produttori.
 
A far specie in questo film è che a fare da contraltare al nostro "grande eroe" è una vecchia volpe come Michael Caine, che deve impersonificare un personaggio completamente banale come quello del petroliere affarista che se ne strasbatte di tutto pensando solo ai suoi ricavi, ma riesce comunque a innalzarlo rispetto al livello del film con alcune frasi perfide e ciniche, dimostrando di meritare un altro genere di scrittura: d'altronde, che Michael Caine sia attore vero a differenza di Steven Seagal non lo si scopre certo con questo film.
 
In un quadretto del genere non poteva certo mancare R. Lee Ermey, manco a dirlo al comando in stile generalesco nella caccia abnorme che la compagnia petrolifera compie per zittire Seagal, il quale finisce persino a far comunella con gli eschimesi in una fase di film buttata lì a casaccio in attesa dell'esplosione di violenza finale.
E come previsto le scene action sono tanto piene di esplosioni e di fuoco quanto prive di una minima creatività, non creando un minimo di tensione né tantomeno di adrenalina: e per arrivarci c'è da fare una faticaccia per mantenersi svegli, anche se non mancano alcuni elementi di comicità involontaria (il covo di Seagal attrezzato per far guerra a un'intera Nazione è delirante).
 
Il colmo arriva nell'epilogo, quando Seagal ci regala anche un monologo straordinariamente banale che sembra scopiazzato da Wikipedia, se non fosse che nel 1994 Wikipedia non esisteva ancora (ascoltare per credere).
 
Insomma, il solito action usa e getta per passare un paio di ore a vedere stuntman volare e fiammate di ogni tipo, che non ha nulla per lasciare il segno e che si segnala solo per la rozzezza della sceneggiatura.
 
Nel cast in un ruolo abbastanza importante (è il braccio di Caine nella ricerca e caccia di Steven Seagal) da segnalare la presenza di John C. McGinley, ai tempi relegato in ruoli di secondo piano provando faticosamente a mettersi in luce (l'anno dopo avrebbe avuto un ruolo anche in Seven), cosa che poi avrebbe fatto in maniera brillantissima nel ruolo cult del Dr Cox di Scrubs.
Nel cast da evidenziare anche la presenza di Billy Bob Thornton, qui decisamente meno incisivo di quanto sarà anni dopo nella prima stagione della serie tv Fargo.
 
Voto: 2

lunedì 28 giugno 2021

Io sono Nessuno: Bob Odenkirk ancora impeccabile

Nella giungla di action poco creativi, diretti (e recitati) col pilota automatico, ogni tanto spunta qualche mosca bianca: violenza e morti arrivano a raffica, ma in parallelo c'è anche una buonissima dose di ironia (grazie allo straordinario Bob Odenkirk, ma gustosa anche l'apparizione di Christopher Lloyd) per un film elettrizzante e divertente.

La mancanza generale di creatività e originalità nel cinema americano ha danneggiato e saturato un po' tutti i generi, ma due in particolare sono usciti con le ossa rotte, portando alla visione di tantissimi film frustranti se non proprio inguardabili: la parodia-demenziale e l'action.
Quest'ultimo genere in particolare ha visto negli anni l'uscita di una marea di pellicole sostanzialmente difficilmente distinguibili, tanto poca è la creatività riscontrabile in essa: variano minimamente i plot e soprattutto le scene portano a un continuo senso di già visto parecchio fastidioso e completamente lontano dall'elettricità che invece questo genere dovrebbe portare allo spettatore.
 
Nella giungla di action poco degni di nota ogni tanto spunta una mosca bianca: magari a livello di plot e trama è difficile inventarsi qualcosa di nuovo, ma si può comunque garantisce una visione divertente e intrigante grazie a una buona direzione e un'ottima recitazione, che non vadano avanti apparentemente col pilota automatico come troppo spesso succede.
Ecco, "Io sono nessuno" (per una volta il titolo italiano si discosta, pur poco, dal titolo originale "Nobody" senza fare danni, visto che proprio il protagonista nel film pronuncia questa frase) è la classica mosca bianca, che magari viene vista senza particolari pretese e porta a 90 minuti circa di visione finalmente realmente elettrizzante e molto divertente.
 
Ovvio, con il solito senso di esagerazione, non mancano sparatorie e esplosioni gigantesche, non mancano morti a raffica e una dose clamorosa di violenza, ma quando il film è girato in questo modo tutto ciò non diventa un fastidio, anzi diventano proprio una parte del divertimento. La regia di Ilya Naishuller ha una buona mano e una discreta creatività e porta subito lo spettatore a impattare in modo positivo col film, che poi schiera in prima linea quello che (soprattutto a livello televisivo con le sue apparizioni in Breaking Bad e Better Call Saul, ma evidentemente anche a livello cinematrografico) sta diventando sempre più una sicurezza di intrattenimento, col suo viso normalissimo (perfetto per il "signor Nessuno" che sembrerebbe apparire dal modo inerme con cui affronta la rapina di inizio film) e la sua capacità di riuscire a infilare sempre e comunque una dose di ironia che non è eccessiva né finisce per cozzare col tema del film, anzi diventa un accompagnamento gustosissimo: parliamo di Bob Odenkirk, attore che ormai ha trovato uno stile specifico che modifica leggermente a seconda del personaggio e che proprio per la sua unicità è diventato un elemento eccellente a livello recitativo. Ancora una volta la sua prova è semplicemente impeccabile ed eleva ulteriormente un film girato con gusto, in grado di appassionare e divertire.
 
Non sarà certo una pellicola in grado di entrare nella storia del cinema, difficilmente lo vedremo in qualche "Top 100" di genere di qualche critico e/o esperto, ma altrettanto difficilmente si troverà uno spettatore non totalmente allergico al genere action che si annoierà alla visione.
 
E il film non è solo Odenkirk, perché tra i personaggi secondari ritroviamo (nel ruolo del padre del protagonista) una vecchia gloria come Christopher Lloyd: se inizialmente sembra relegato al classico ruolo senile di vecchietto da accudire, col passare dei minuti l'ex Emmett Brown prenderà bene la sena risultando una splendida arma in più nell'arsenale del film.
 
Insomma, pretendere troppo di più da un film del genere è eccessivo. Finché ci si diverte, tutto va bene e il voto per forza di cose diventa positivo.
Voto: 8

domenica 27 giugno 2021

La banda dei tre: Bocci-atissimo

Tentativo di noir all'italiana low cost e soprattutto basso a livello di idee e di scrittura, con un pastrocchio che viene "impreziosito" dall'ennesima prova da cane attoriale di Marco Bocci. Inguardabile.

Una delle fotografie dell'abisso culturale che sempre più si sta creando in Italia? Il pensare che questo incredibile scempio di scrittura che è "La banda dei tre" è tratto da un libro, di Carlo Callegari: se già a livello visivo il risultato è questo, chissà che imbarazzo a leggere il libro.
Il film è un tentativo di noir all'italiana, in cui le poche cose buone vengono totalmente devastante da uno script letteralmente osceno, pieno di luoghi comuni e senza lo straccio di un'idea passabile: esempio, quando non si ha nulla da dire, tirare fuori la storiella dei russi cattivoni fa sempre comodo.
Le idee sono talmente poche che per allungare il brodo e arrivare alla durata dei 90 minuti vengono abbozzate stupidaggini di ogni tipo, come la violenza domestica sulla cameriera (che il protagonista conosce in un modo ridicolo) che viene messa lì a mò di barzelletta, in un minestrone insipido che vede anche dei momenti semplicemente incredibili, come i deliri para-religiosi del criminale devotissimo alla Madonna o come il padre del "nano" che appena entra in scena vede partire in sottofondo delle assurde e oscene risate finte da sit-com (scelta incompensibile all'interno della "storia").
 
E' per questi e tanti alti motivi che "La banda dei tre" finisce per essere un film sostanzialmente uscito sotto silenzio e ignorato da tanti, per un prodotto low cost che peraltro non avrebbe tutto da buttare. La regia affidata a un carneade come Francesco Dominedò è (a parte l'assurdità delle risate finte all'ingresso di "Babbo Natale") perlomeno competente: nulla per cui strapparsi i capelli, ma nemmeno quella serie di assurdità finte-pop giovanilistiche che vanno di moda oggi per provare a creare ritmo in prodotti senza appigli, finendo per portare invece a una direzione che non è per nulla dannosa ai livelli della visione, anzi proprio la regia è ciò che impedisce a uno spettatore di staccare in anticipo il film quando (dopo una ventina di minuti) si era capito che la storia non aveva proprio nulla da dire.
 
Nel disastro si può salvare anche la prova di qualche attore che solitamente in questo genere di ruoli invece annaspa. Parlo soprattutto di Carlo Buccirosso, eccellente spalla di Salemme ma che in passato aveva dimostrato di non essere particolarmente portato al genere del noir: qui invece di esperienza riesce a elevarsi nel grigiore generale.
Discorso simile per Francesco Pannofino, eccellente doppiatore che però da attore (a parte un ruolo strepitoso per cui gli sono e sarò riconoscente per sempre, quello di René Ferretti nel mitico Boris): qui al contrario dimostra di essere in parte e di inquadrare in modo per me sorprendente il personaggio, che pure era stato scritto in maniera disastrosa (vedi i già citati deliri para-religiosi) con cliché a non finire.
 
Questo per trovare qualcosa di positivo in un quadro insalvabile, devastato anche dalla sballatissima scelta del protagonista. Se il titolo parla di banda dei tre, il protagonista assoluto è invece Marco Bocci, elemento che misteriosamente viene considerato ancora "attore" e che trova ancora dei ruoli (anche importanti, visto che è stato un volto di punta di una delle rare fiction televisive italiane degne di nota come Squadra Antimafia, anche se pure lì il 90% delle sue espressioni facciali specialmente nelle scene di azione risultavano indescrivibili) pur essendo assolutamente un cane a livello recitativo. Qui dimostra che negli anni non ha imparato proprio nulla e che evidentemente in Italia conta molto più avere santi in Paradiso che avere qualità: non sono così negativo da pensare che in questa Nazione non ci siano attori più capaci e competenti di questo, che tra coloro che restano con pochi lavori e che non riescono a sfondare non esistano volti più adeguati.
 
Insomma, catastrofe totale, che si chiude degnamente con l'apparizione da "guest star" di Pupo: già. Bocci-atissimo.
 
Voto: 1

martedì 22 giugno 2021

Il silenzio dei prosciutti: al Greggio non c'è mai fine

Talmente brutto, sciatto e scriteriato da essere diventato un vero e proprio trash-cult movie. 
 

Uno dei più grandi e profondi misteri oscuri della storia italiana è sicuramente la misteriosa carriera ultra-decennale di Ezio Greggio. Partito a fare dei tormentoni cretini al Drive In, finito a toppare puntualmente a ogni sua prova da attore, per motivi che prima o poi sarei curioso di sapere (anche se pare chiaro che c'entri parecchio il conoscere le persone "giuste" e saper entrare nelle grazie di codeste persone) Greggio è diventato uno dei volti di punta nel totale pattume televisivo e nel degrado culturale che è il gruppo Mediaset.
In questi vari passaggi, tacendo di alcune storielle personali piuttosto imbarazzanti, un capitolo incredibile è il tentativo di Greggio di sfondare a Hollywood, sfruttando (toh) una serie di amicizie altolocate. Tentativo, manco a dirlo, fallito grossolanamente.
 
Il suo primo film da regista è diventato nel tempo uno "scult" colossale, essendo uno dei più brutti e scriteriati film mai visti: ormai per tanti "Il silenzio dei prosciutti" è entrato nell'immaginario come uno dei film più sconci di sempre, talmente sconcio da avere assolutamente nella collezione e da vedere se possibile in lingua originale, per comprendere al meglio la pochezza delle trovate. Già, perché un po' come Calà in Chicken Park, il film è stato girato in inglese e non in italiano, tanto era alta l'ambizione del progetto: pensa un po'.
 
Qualcuno (bisognerebbe capire bene chi) mise in testa a Ezio Greggio di avere una somiglianza con Anthony Perkins e così il "nostro" si fissò in testa l'idea di proporre una parodia di Psycho, anche se poi i produttori lo costrinsero a modificare il progetto e concentrarsi anche sul più recente Il silenzio degli innocenti: nasce così il pastrocchio totale, con "The Silence of the Lambs" che diventa "The silence of the Hams" (che risate).
 
Non bastasse una scrittura incasinata e imbarazzante, che punta su gag visive da due soldi spesso e volentieri basate tristemente su una sballata ironia di genere (il protagonista che dorme con la vestaglietta da donna per dirne una, risate grasse!), Greggio sbaglia totalmente anche la scelta dell'attore protagonista, con il ruolo di Jo Dee Fostar (altre risate infinite) che finisce sulle spalle di Billy Zane, che tra l'altro non troppi anni prima era stato tra i bulletti di Ritorno Al Futuro - Parte II, ma che in questo film se la gioca con lo stesso Greggio per ottenere lo scettro di peggior cane della pellicola.
A rendere ancora più misteriosa la portata del progetto subentra un elenco infinito di volti noti o comunque importanti che compaiono con ruoli più o meno ampi: basti pensare che qui appaiono registi come Joe Dante, John Carpenter e John Landis, senza dimenticare ovviamente lo stesso Mel Brooks, che più avanti sarebbe diventato anche co-protagonista di un altro pessimo progetto hollywoodiano di Greggio, un ruolo che evidentemente convinse Brooks che non era più il caso di far cinema in nessuna veste.
E così tra i vari "F-B-Ahiiiii" vediamo in ordine sparso Shelley Winters, Bubba Smith, John Austin (con tanto di "Mano" che diventa un Piede, rinominato in lingua originale "Smelly Thing" visto che nell'originale della Famiglia Addams la Mano è chiamata semplicemente "The Thing") o Martin Balsam (che fa la parodia di sé stesso in Psycho, tanto da regalarci un "Ancora?!?!" quando "muore" allo stesso modo del capolavoro di Hitchcock), passando per un grande comico come Dom DeLuise, con il suo Dr Animal Cannibal Pizza davvero mortificato da uno script mai all'altezza del suo talento.
 
Magari alcune trovate potrebbero essere così demenziali e stupide che in mano ad altri registi sarebbero anche risultate simpatiche (alcune, poche, di certo non tutte perché la maggior parte sono proprio insalvabili), ma il quadro è talmente sciatto che queste portano solo a momenti trash e/o imbarazzanti, che sfociano in un finale completamente scriteriato che quasi vorrebbe rifare Invito a cena con delitto, solo in maniera totalmente sballata e senza un minimo di raziocinio, senza un minimo di senso. Le idee sono talmente poche che i titoli di coda partono dopo 75 minuti: e per arrivare a questa durata s'è dovuto far ricorso di scempiaggini indicibili.
 
Insomma, al Greggio non c'è mai fine.
Un lavoro talmente sconclusionato che è impossibile anche dare un voto: semplicemente risulta incredibile che una roba del genere sia potuta uscire, che sia stata prodotta e addirittura con ambizioni "internazionali". Resta però uno dei titoli imprescindibili in una cineteca del trash che si rispetti.

sabato 19 giugno 2021

Easy Six: Sands si insabbia malamente

Una sceneggiatura che riesce a essere allo stesso tempo sciatta e caotica appesantisce un film davvero mal strutturato. Si salva solo Jim Belushi.

Easy Six è il classico esempio di film fatto di poche idee ma molto confuse.
 
Julian Sands impersona un professore di college di mezza età incaricato da un amico di andare alla ricerca della figlia, nonché alunna dello stesso professore. La ritrova a Las Vegas a lavorare da prostituta e pensa bene di andarci a letto. Non solo, inizierà una relazione con questa ragazza che lo porterà al disastro personale e professionale.
 
A prevalere su tutto è una certa sciatteria, sia nella messa in scena (pigrissima tanto da portare alla noia) che nella sceneggiatura: sciatteria di scrittura che si combina a un totale caos strutturale, per un mix disastroso.
Si fa fatica a capire la strada che vorrebbe prendere il film, che inizia con i pensieri moralisti da quattro soldi del protagonista, vira malamente sul dramma personale non riuscendo a marcare con alcuna incisività la psicologia dei personaggi (anche a causa di dialoghi perlopiù insulsi) e nel finale sfocia in una conclusione thrilling messa lì senza nessuna convinzione.
La regia fiacca di Chris Iovenko (che non a caso non dirigerà nessun altro lungometraggio nella vita) non aiuta di certo, per un film che va avanti con una opprimente caoticità, tanto che la durata breve degli 86 minuti (e i titoli di coda partono parecchio prima, effettivamente non si supera gli 80 minuti) risulta essere ben più pesante agli occhi dello spettatore.
 
C'è davvero poco da salvare. Katharine Towne (la fanciulla di cui il personaggio di Julian Sands si invaghisce) è un bel vedere, ma da lì a breve abbandonerà la carriera da attrice ed evidentemente non è poi così capacissima a livello recitativo. Le uniche sequenze simpatiche riguardano così Jim Belushi, con la sua assurda e surreale ossessione-odio per Elvis Presley.
 
Insomma, un film di Serie B ma che meriterebbe una categoria ancora inferiore.
 
Voto: 3

lunedì 14 giugno 2021

Scappiamo col malloppo: inspiegabilmente un flop

Film sottovalutato (fu un grosso flop al botteghino) ma parecchio spassoso, con un Bill Murray in grande forma e semplicemente straordinario nella rapina. Poi subentra una serie di personaggi secondari perlopiù azzeccati, con anche volti famosi come Tony Shalhoub (lungi dal diventare Monk: non dice una parola in inglese!) e Stanley Tucci


Ci sono film bruttissimi che per motivi strani diventano dei successoni (o diventano addirittura "cult movies") senza meritarlo minimamente. E film che nascono male, diventano dei flop enormi all'uscita al cinema e che invece avrebbero meritato attenzione decisamente diversa da parte del pubblico.
"Scappiamo col malloppo" (solita scelta straomboide dei titolisti italiani, ben più efficace l'originale "Quick Change") appartiene decisamente alla seconda categoria: è un film stranamente sfortunato, nonostante tutto sommato abbia tutte le componenti per essere un film degno di nota. Un motivo su tutti: un Bill Murray così (purtroppo) non lo si è visto spesso sul grande schermo.
 
Si parte subito alla grande, con Bill Murray modello Al Pacino ne Quel pomeriggio di un giorno da cani a entrare in banca cammuffato da clown per compiere una rapina: lo fa ovviamente in uno stile tutto suo, con un'ironia sopraffina e strafottente specialmente nei confronti del poliziotto (un Jason Robards che lo braccherà per tutto il film), immenso quando convince un ostaggio presuntuoso e pieno di sé (Jack Gilpin) a cedergli un orologio prezioso per appena 300 dollari.
Il piano curato nei dettagli voleva la fuga del rapinatore uscendo dalla banca facendosi passare per ostaggio, insieme ai due complici Geena Davis e Randy Quaid. Tutto andrà liscio per gli autori del colpo? Ovviamente no, perché si troveranno di fronte a situazioni paradossali e assurde e quella che doveva essere una fuga da New York in tutto silenzio diventa una disavventura negli angoli più tortuosi della città, tra taxi, edicole, autobus (strepitosa la parte con il pignolissimo autista) e persino un'involontaria irruzione in un covo di mafiosi.
Ovviamente non tutte le situazioni sono brillanti al massimo, ma in generale il film mantiene un tono scanzonato e bizzarro che intrattiene e in alcune parti diverte parecchio, con Murray che regge benissimo la scena e con Quaid che si ritaglia un paio di buoni momenti, anche se Geena Davis non sembra centratissima nel personaggio, quasi avesse preso la propria parte in un modo eccessivamente serioso.
 
Poco male, perché a tenere alta l'attenzione c'è un cast secondario ampio e con nomi anche di buon rilievo: ho già citato Jason Robards e Jack Gilpin (noto soprattutto al pubblico televisivo), ma nel film vedremo persino un volto come quello di Stanley Tucci (pochi minuti ma incisivi), così come nel finale appare anche il sempre irascibile Kurtwood Smith (reduce da poco dall'apparizione in Robocop e che qualche anno dopo avrebbe trovato una buona ribalta nella serie tv That '70 Show). Ma a sorprendere di più è l'apparizione nel ruolo del taxista mediorentale di Tony Shalhoub, ancora agli inizi della carriera, degli inizi che lo portavano a delle particine secondarie e sempre abbastanza stereotipate viste le proprie origini, per un attore che avrebbe trovato il proprio personaggio cult nel Detective Monk (una sorta di meraviglioso Colombo ossessivo-compulsivo): gli viene assegnato un ruolo parecchio sciocco, tanto che per tutto il film non lo si sentirà pronunciare una parola in inglese (o nella lingua del doppiaggio, per chi guarda il film non in lingua originale) ma già così riesce a far vedere una mimica notevole.
 
Ovvio, non siamo ai livelli da capolavoro della comicità, ma questo film è una commediola che scorre in maniera parecchio spassosa e che non manca di lasciar sottointendere degli aspetti non del tutto positivi di New York (il personaggio di Bill Murray è parecchio critico sulla vita newyorchese).
Da ripescare.
 
Voto: 7,5

giovedì 10 giugno 2021

7 volte 7: Moschin al comando

Film godibile che miscela bene i toni dell'heist movie con una serie di situazioni da vera e propria farsa, risultando decisamente interessante. Su tutti spicca uno straordinario Gastone Moschin, ma degna assolutamente di nota è anche la prova di Adolfo Celi, pur in un personaggio decisamente secondario.
 

 

7 volte 7 inizia subito forte. Siamo in una prigione londinese e i detenuti organizzano una protesta, scatenando le ire e le sadiche reazioni di un immenso Adolfo Celi nelle vesti del direttore, spettacolare nei suoi annunci via interfono.
Sei di questi detenuti finiscono in infermeria e approfittando di una Londra paralizzata dalla finale di FA Cup di calcio, ne approfittano per un'evasione organizzata ai minimi dettagli, tranne per la presenza di un intruso come Lionel Stander, a portarci ai sette elementi del titolo.
Ma è una "semplice" evasione? Assolutamente no. In realtà l'intento è quello di finire alla zecca di stato per stampare uno svariato numero di banconote (arriveranno a due milioni di sterline), senza fare ricorso alle maschere di Salvador Dalì.

Si entra nei meccanismi di un film ben congeniato e capace di intrattenere in maniera più che dignitosa, giocando a metà tra il classico heist movie e la farsa, con buona tensione ma con ottimi momenti sarcastici miscelati. Tra i protagonisti, da citare assolutamente un ineffabile Gastone Moschin, semplicemente impeccabile col suo inimitabile sguardo di ghiaccio, così come straordinario nel suo ruolo di "disturbo" risulta il Sam di Lionel Stander, mentre Raimondo Vianello risulta forse un po' eccessivamente ingessato nel suo ruolo.

Tra una situazione beffarda e l'altra (vedi la vecchietta che si imbatte suo malgrado nella banda), un ruolo centrale ha la partita di calcio che paralizza la città, tanto che persino le guardie finiscono per distrarsi più volte a guardarla. E' un quadro non certo incoerente, vista l'importanza che ha sempre avuto la finale di FA Cup per gli inglesi, in particolare negli anni '60. Nel film si parla di una finale tra Everton e Sheffield Wednesday, che in effetti più o meno in quegli anni (il film è del 1968) ci fu realmente, esattamente nel 1966 (pochi mesi prima del Mondiale e del gol fantasma di Geoff Hurst): nel film però la partita ha uno svolgimento diverso dalla realtà, visto che ad andare in vantaggio per 3-2 è lo Sheffield Wednesday, andando a subire il gol del pareggio sul filo di lana con la partita che finisce ai tempi supplementari. Nella realtà invece la finale del '66 finì per 3-2 ma per l'Everton, che rimontò uno svantaggio di due gol: distorcimento ai fini di trama probabilmente, anche perché i pochi nomi dei calciatori che si sentono citati (in particolare nella lettura delle formazioni) sono aderenti alla realtà, così come accadde realmente l'invasione di campo che viene raccontata dal telecronista. Anche se, per un purista, sentire qualcuno parlare de "lo Sheffield" dà un filino di fastidio (un po' come quelli che parlano de "il Manchester").

A parte questo è un film godibile, che scorre bene e che ha davvero pochi difetti: forse il maggiore di questi consiste nella colonna sonora che, seppur godibile, risulta un filo troppo invadente in alcuni passaggi.
Il voto? Ovviamente un... 7

mercoledì 9 giugno 2021

Il metodo Kominsky: la serie Netflix più matura (in tutti i sensi)

Bello ritrovare un Michael Douglas in questa forma: serie bellissima.


Andando un po' fuori dal proprio target, Netflix ci regala una serie decisamente deliziosa.
Ne Il metodo Kominsky infatti vengono affrontati i vari problemi della terza età, ma una scrittura con punte di notevole sarcasmo e la grande interpretazione dei due protagonisti permette di non vedere questi problemi in modo "pietoso", bensì si riesce a ridere su argomenti davvero delicati.
Una scrittura eccellente, una regia che permette puntate svelte ma non a ritmo eccessivo (un ritmo che probabilmente sarebbe stato poco adeguato all'ambiente), sono combinate a due mostri sacri che mostrano un affiatamento eccellente e dimostrano di essere in eccellente forma: Michael Douglas e Alan Arkin dominano la scena e regalano duetti decisamente memorabili.
In particolare è bello vedere uno come Douglas ancora in grado di essere così pungente e così incisivo, capace di dominare ancora la scena in questo modo: il volto sarà scalfito dalle rughe, lo sguardo sarà un po' invecchiato, ma il carisma di un grande come lui resta intatto.
Si ride tanto ma non è certo una serie sguaiatamente comica: si tratta di una serie agrodolce e intelligente nel trattare i vari temi. Una serie che magari non sarà apprezzata dai teenager a cui solitamente si rivolge Netflix (banalizzando certi prodotti), ma che è assolutamente da vedere.
Il numero limitato di puntate (8 per ognuna delle due stagioni) permette anche di non avere puntate dispersive.
Il livello poi resta decisamente alto per tutte e tre le stagioni, compresa la terza in cui Douglas si ritrova senza la spalla Alan Arkin (ma lo stesso non mancano dei duetti gustosi, in particolare con Kathy Bates), per una serie che resta una vera chicca nell'insieme delle serie tv targate Netflix.

giovedì 22 aprile 2021

Estraneo a bordo: disavventure spaziali

Viaggiando a ritmi volutamente compassati, si riesce a toccare buoni livelli di intensità e il risultato risulta interessante. La buona prova dei quattro attori coinvolti porta a un film decisamente solido.

La quantità oggettivamente eccessiva di film "usa e getta" che sono stati prodotti nel tempo da Netflix ha reso tanti (tra cui me stesso) piuttosto prevenuti al momento di affrontare la visione di una pellicola realizata dalla piattaforma di streaming.

In casi come "Estraneo a bordo" però bisogna capire cosa si pretende di vedere: ogni film dev'essere per forza un capolavoro indimenticabile o si può anche apprezzare un film più "normale"?
Le prime recensioni viste sui siti americani, infatti, con puntualità svizzera sono finite a stroncare questo film, che in realtà alla fin fine non è per niente male.
Probabilmente per molti americani l'assenza di spettacolarità fine a sé stessa porta un prodotto a risultare mediocre, invece proprio i toni sommessi sono il punto di forza di questo film, che riesce a creare un bel livello di tensione all'interno delle disavventure affrontare dai protagonisti, senza usare nulla di particolarmente esagerato o eccessivo. I ritmi procedono in maniera lenta ma con una bella costanza e lo spettatore si immedesima bene nei panni dei personaggi, portando a un intrattenimento assolutamente all'altezza della situazione.
 
La chiave del film è proprio la presenza dell'estraneo del titolo italiano (evidenziato in maniera più efficace dal titolo americano che è "Stowaway", ovvero "passeggero clandestino", che fotografa ancora meglio la situazione), con Shamier Anderson (che per certi versi anche all'interno del cast ristretto di quattro attori è quello decisamente meno noto) che suo malgrado si ritrova all'interno di una navicella partita per una missione biennale su Marte, portando a una situazione di assoluto pericolo per i tre membri dell'equipaggio previsti: la navicella infatti era stata costruita per due persone e già era una forzatura inserirvi all'interno un terzo componente, rendendo quindi insufficiente la riserva di ossigeno presente, ancora più insufficiente dopo alcuni imprevisti che colpiscono l'equipaggio. Allora che fare? La soluzione più "immediata" sarebbe quella di lasciar morire l'intruso, soluzione però non certo accolta in maniera semplice dall'equipaggio che allora le tenterà tutte.
 
Il film gira bene, con una sceneggiatura volendo abbastanza spoglia, che però soprattutto evita di inserire elementi futili, lasciando lo spettatore immerso continuamente nella storia. Il film per un buon 70% della sua durata si svolge all'interno della navicella, ma non sono male a livello tecnico le scene esterne più tipicamente da sci-fi, per un prodotto che tutto sommato si può definire estremamente solido, anche per una prova parecchio professionale del cast.
Se magari Toni Collette (solitamente straordinaria) in questo caso si limita a recitare col pilota automatico inserito, a spiccare piacevolmente è Anna Kendrick, che ancora una volta mostra una bella capacità di rendere empatico il proprio personaggio e che risulta credibile anche nelle scene all'esterno della navicella. Molto buona anche la prova del redivivo Daniel Dae Kim, noto ai più per aver dato il volto a Jin-Soo Kwon nella serie tv Lost.
 
Alla fin fine, senza spiccare il film si fa vedere piacevolmente: d'altronde, se in Italia a qualche scriteriato piaceva addirittura l'idea incresciosa della SuperLega di calcio, perché a me non può piacere questo "Stowaway"?
 
Voto: 7+

giovedì 15 aprile 2021

Raid - Una poliziotta fuori di testa: per una volta Boon non convince del tutto

Dopo un inizio discretamente simpatico (per quanto si segua una strada piuttosto canonica e non certo originale), il film diventa eccessivamente serioso nella seconda parte, finendo per avere il fiato corto.

Dany Boon è uno degli esponenti di spicco della commedia francese più "commerciale" e leggera, per la sua mimica e qualità attoriale e (da regista-autore) per la capacità di saper giocare con intelligenza e garbo sui luoghi comuni, riuscendo a far ridere con essi. Un cinema senza troppe pretese e per certi versi diretto, ma decisamente lontano dal becero che troppo spesso le commedie commerciali toccano in Italia, e per questo degno di stima.

In questo "Raid Dingue" (che nella distribuzione italiana deve diventare un banale e triste "Una poliziotta fuori di testa", per la mania tutta nostrana di stravolgere in modo patetico i titoli originali) però dimostra un difetto già visto in Supercondriaco (il suo film da regista cronologicamente precedente a questo), difetto che in questo caso risulta più penalizzante (visto che quel film sopra citato comunque restava di buon livello): ovvero una frustrante incapacità di rendere equilibrate la prima e la seconda metà del film, quasi come se l'idea su cui si poggia il lavoro finisse per avere il fiato corto e portasse a una seconda parte eccessivamente seriosa e non all'altezza di quella iniziale.
La differenza sostanziale è che se qui nella prima parte si sorride, in Supercondriaco si rideva tanto e quindi il giudizio finale finiva per essere più "permissivo" a fronte di questo grosso diretto.
 
Sì perché, pur non essendo da buttare via, la prima parte di questo Raid scorre bene ma non esalta e diverte come ci si potrebbe aspettare: le gag ci sono e finiscono per apparire simpatiche, ma manca un impatto forte che possa portare a divertirsi realmente. Oltretutto, si segue una linea piuttosto canonica (addestramento della recluta, avanzamento di carriera nonostante qualche disastro combinato dalla protagonista, e via dicendo) che sarebbe stata accettabile qualora il proseguimento del film sarebbe stato all'altezza.
Invece purtroppo qua si ha un cedimento piuttosto vistoso, con il film che finisce per non avere quasi più cartucce a livello umoristico e diventa troppo serioso, senza avere la dovuta profondità: la seconda parte diventa un miscuglio sentimental-action che proprio non convince e porta a un giudizio sotto la sufficienza.
 
Da attore, Boon in questo caso appare anche parecchio spento, forse per l'essersi ritagliato un ruolo sostanzialmente di secondo piano, visto che la protagonista assoluta è la poliziotta del titolo (italiano), peraltro interpretata in maniera anche decente da Alice Pol, che sembra avere quell'aria sia simpatica che imbranata che serve per il ruolo. Non è certo lei insomma il problema del film, anzi sembrava poter essere lei il motore comico della pellicola, ma purtroppo la sceneggiatura finisce per abbandonarla col passare dei minuti.
Simpatica la partecipazione di Michel Blanc nel ruolo del padre della protagonista, in grado di ritagliarsi un paio di scene discretamente gustose.
 
Ma in questo caso, la ciambella non riesce col buco e il film non soddisfa.
 
Voto: 4