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venerdì 9 aprile 2021

Ingrid va a ovest: film che non lascia indifferenti

La naturale apatia di Aubrey Plaza rende perfetto il personaggio di Ingrid, stalker figlia dei nuovi media, in un film che riesce in ciò che tantissimi falliscono: nel trattare con maturità e serietà le potenziali conseguenze dei mezzi social.
 

Raramente il tema delle pulsioni che possono essere figlie dirette o indirette dei nuovi media e network vengono riportate su schermo con la necessaria maturità: anzi, anche nel cinema o nelle serie più impegnate spesso e volentieri l'argomento è trattato con sufficienza, con macchiettismo, senza reale interesse e comprensione da parte di registi e autori (in Italia in particolare si sono visti in argomento totali disastri figli proprio dell'incapacità degli autori nostrani di sapersi correlare con la realtà, vivendo essi in una bolla a parte).
Una bella eccezione è invece questo "Ingrid va a ovest", che ci propone un quadro sicuramente romanzato ma decisamente più fedele e serio del solito non solo delle ossessioni che possono partire da un mezzo social (in questo caso la protagonista crea tutto questo per avvicinarsi a una ragazza "famosa" su Instagram), ma anche in seconda battuta delle finzioni che ci sono dietro quelle vite perfette all'apparenza con tutti quei sorrisi e quel "cibo perfetto" che sono l'immagine riflessa di una piccola parte di quotidianità distorta dai social network tanto in voga di questi tempi.
 
La Ingrid del titolo altri non è che una di quelle follower che tanto rendono importanti le "internet stars" di questi tempi, ma che allo stesso tempo per queste "internet stars" vale nulla. L'idealizzazione della vita di questa star inganna la psiche fragile di Ingrid, che così sogna di avvicinarsi a questa, di vivere come lei, utilizzando le tecniche classiche dello stalking, salvo poi agire con frustrazione malata al momento in cui verrà respinta.
Con uno stile un po' asciutto, quasi sommesso, piace il modo con cui viene portata la vicenda allo schermo, senza troppe estremizzazioni ma con un ritratto parecchio fedele di una realtà plausibilissima, con il rapporto contorto tra le due protagoniste e l'interferenza di svariati personaggi secondari.
 
Se è buono il lavoro a livello tecnico (regia/fotografia, ecc), sarebbe stato tutto vano se nei panni della protagonista Ingrid non ci fosse stata un'attrice all'altezza: e Aubrey Plaza nel riportare sullo schermo personaggi di questo tipo appare decisamente a suo agio, con quell'aria naturale quasi apatica e la funzionale inespressività che ricalcano perfettamente il carattere psicopatico del personaggio. In un film ben progettato, è proprio la Plaza l'aspetto migliore, spiccando straordinariamente senza per forza voler dare dei contorni "positivi" o simpatici al proprio personaggio.
 
Probabilmente non un film per tutti, visto anche che nei vari siti non mancano le stroncature (in particolare su IMDB), ma un film che difficilmente può lasciare indifferenti, in un senso o nell'altro.
 
Voto: 8-

venerdì 19 marzo 2021

Lockdown all'italiana: completamente vetusto

Fiacco, noioso, senza una minima idea e un minimo costrutto: esattamente, a quale pubblico si voleva puntare girando sta schifezza, che sembra un brutto episodio di una fiction più di un film?

Inutile provare (con un certo sciacallaggio) a inserirsi sul tema attuale del covid per cambiare le cose: questo è cinema italiano vetusto, con le ragnatele che spuntano a ogni angolo, stanco e fiacco da far paura. Con Lockdown all'italiana si tocca il fondo del fondo, tanto che le sceneggiature abbozzate di tanti film alla Franco e Ciccio o peggio ancora della commedia scollacciata delle dottoresse e liceali a confronto sembrano Shakespeare: già, almeno lì i vari protagonisti (a costo di ripetere sé stessi) provavano a mettere un po' di verve, mentre qui ci appioppano un Ezio Greggio che nemmeno più ci prova a ottenere qualche risultato cinematografico, quasi come se avesse accettato di apparire in questo film perché non aveva nulla di meglio da fare (o forse per far apparire in una scena brevissima la compagna attuale, con cui ha saputo "conquistare" alcune copertine di quelle riviste spazzatura di Serie Z di Cairo & Co).

In Lockdown all'italiana è tutto un disastro: Vanzina (come sempre fuori dal mondo) ci appioppa zinnone a caso senza ritegno, senza nemmeno pensare alla nulla serietà che può avere per uno spettatore attento il mostrare la data dell'8 Marzo 2020 e poi proporre Martina Stella a stendere panni sul balcone in shorts e top scollatissimo (sarà colpa del riscaldamento globale?). Così in un contesto del genere non stupisce la presenza di Maria Luisa Jacobelli (guai a sbagliare il nome e scriverlo unito in Marialuisa come è nella maggior parte dei casi, sennò la signorina si incazza pure), perfetto segno di cosa serve nel maschilista mondo dello spettacolo (all'italiana) per spiccare per una donna giovane: il talento? Sia mai. La raccomandazione (ovviamente è la figlia del Jacobelli direttore di Tuttosport, a proposito di giornali di alto livello) e una marea di fatture pagate al chirurgo plastico per farti sembrare una bambolona di plastica (dando alle ragazzine un modello di bellezza pessimo e lontano del tutto dalla grazia della normalità), messa lì per mostrare (appunto) le zinnone in reggiseno, recitando peggio della Corinna Negri di Boris of course.

Il guaio è che non si può nemmeno considerare questo filmaccio come una vanzinata: perché non c'è nulla. Già i tentativi di racconto sociale dei Vanzina da decenni erano fasulli, a fotografare un paese che esisteva solo per loro, mentre qua non ci si prova nemmeno, perché il riferimento al lockdown è giusto da inserire in locandina (con un paio di dialoghi di una superficialità più unica che rara).
Così come non esiste nemmeno più il tentativo di piazzare gag o qualcosa di apparentemente umoristica: i dialoghi sono insulsi, scritti in 5 minuti, e si sposano perfettamente con un ritmo registico inesistente.

E dire che Memphis e la Minaccioni non sarebbero nemmeno pessimi attori, ma in questo quadro disastroso non possono che affondare anche loro (la Minaccioni peraltro non merita nemmeno le giustificazioni d'ordinanza, essendo autrice della sceneggiatura insieme allo stesso Enrico Vanzina).

La storia? Ovviamente non si va oltre alle corna, ma qui il tutto viene immediatamente scoperto da entrambi i "cornuti", non dando nemmeno il "vecchio brivido" di vedere i cornificatori a provare a nascondersi: non c'è manco questo in questa schifezza che definire "film" è pure eccessivo, sembra più un episodio scartato di una pessima fiction.

Allora a che pro viene girato questo film? Quale sarebbe il pubblico a cui rivolgersi? Vorrebbe saperlo anche il sottoscritto, perché si fa fatica a capire chi possa apprezzare una tal roba, nemmeno gli amanti del trash più pessimo (quello da reality show e da tv Mediaset). E' semplicemente un tentativo di estorcere soldini a chi crede ancora a questo orrendo cinema italiano (che non è nemmeno più "cinema all'italiana"): se qualcuno ha l'ingenuità per cascare al tranello evidentemente non si merita niente di meglio.
Perlomeno chi ha avuto (come me) la scellerata idea di guardare questa porcata (da prevenuti e no) sta dando al film la valutazione che merita: su Filmtv al momento il voto medio è 1.6, su Imdb è 1.9. Giusto così.

Voto: 0-

lunedì 22 febbraio 2021

L'arte di arrangiarsi: presa in giro dei furbetti all'italiana

Sordi rappresenta perfettamente l'Italia dei furbetti e dei voltagabbana, in un film con una satira ancora clamorosamente attuale.


Può un film datato 1954 apparire ancora assurdamente attuale?
Questo lavoro di Luigi Zampa lo è, tristemente. La dice lunga sull'importanza capitale di questo film, ma anche e soprattutto la dice tutta sulla situazione sociale di questa Nazione, che in alcuni atteggiamenti e personaggi è rimasta ancora clamorosamente simile a quasi 70 anni fa. Ripeto: 70 anni fa. Il mondo è cambiato, la tecnologia ha stravolto le nostre vite, ma certa mentalità è dura a morire.
Alberto Sordi si ritrova un personaggio perfetto per le proprie qualità attoriali, con quella sua faccia tosta che lo porta a vestire diverse "camicie" e a trovarsi perfettamente a suo agio in certi ambienti e poi in quelli completamente opposti.
Il suo Sasà Scimoni è l'italiano per eccellenza, il furbetto con la "faccia come il culo", pronto a dire tutto e il contrario di tutto per i propri interessi: è socialista, spera nell'inizio della guerra ma poi si scopre contrario alla violenza (ovviamente per evitare di combattere in prima persona in guerra), poi si riscopre fascista (per evitare da vigliacco un duello con la sciabola) e poi comunista, diventa affarista e produce un film religioso, poi fonda un proprio partito (al suon di "questi polsi che hanno conosciuto il freddo acciaio delle manette": meraviglioso!) con una coerenza del tutto inesistente ma perfetta per il personaggio. Sarebbe bello considerare "incredibili" i voltafaccia di Albertone in questo film, ma purtroppo per i tanti personaggi visti nella storia italiana ma anche e soprattutto nell'attualità qui di incredibile non c'è nulla.
Anzi, L'arte di arrangiarsi diventa un reperto eccellente per un genere ormai del tutto estinto nello spettacolo italiano: questa è satira vera, cosa che purtroppo non si vede più da nessuna parte o quasi (per un popolo rimbambito da decenni di Mediaset e berlusconismo mediatico che adesso pensa che la satira sia quella di "Striscia la notizia"... No comment). Un film da ripescare e rivedere assolutamente.
Può esserci il difetto di una messa in scena un po' didascalica, che poteva essere più fluida per certi versi, ma è impossibile non apprezzare un film del genere, capace di far sorridere amaramente e pensare tanto.

Voto: 8

mercoledì 17 febbraio 2021

Il giorno sbagliato: follia quotidiana

In bilico tra "Un giorno di ordinaria follia" e "Duel", un discreto thriller ansiogeno in grado di regalare buon intrattenimento senza eccessivo impegno.


Basta un gesto piuttosto usuale e banale nella caotica vita moderna, come quello di un suono spazientito di clacson in mezzo al traffico, a scatenare la follia e la furia di Russell Crowe, contro tutto ma soprattutto contro la malcapitata Caren Pistorius.
Anche solo guardando la trama (con un suggerimento implicito anche nel titolo italiano), questo "Uninghed" (la cui traduzione letterale è "Squilibrato") fa pensare a un super-classico come Un giorno di ordinaria follia, di cui però non possiede né la carica di lettura sociale né la straordinaria ironia nelle frasi dell'impazzito Michael Douglas, anche proprio per la differenza nello stile di recitazione tra i due protagonisti: dove Douglas riesce comunque a usare il sarcasmo, il pur bravo Russell Crowe risponde con un atteggiamento ben più serioso, dimostrandosi attore più da "reazione".
Più ancora però che al film di Joel Schumacher però, il fatto che lo sfogo folle si concentra su un unico "nemico" fa pensare a un Duel in salsa metropolitana, tanto che Crowe e la Pistorius risultano essere nella pellicola (anche se non sulla locandina, dove appare unicamente il primo) protagonisti paralleli alla pari.

Nella sua follia, ne esce un film che non ha certo le pretese e la profondità dei suoi illustri predecessori, ma che riesce nel proprio obiettivo: ovvero quello di un intrattenimento anche un po' "usa e getta", ma intrattenimento che funziona. Merito anche di una regia di Derrick Borte abbastanza professionale, buona nel riprendere sia le scene violente che quelle di inseguimento, in grado di dare un ritmo più che adeguato al film. Ne esce fuori allora un thriller in grado di creare "ansia" allo spettatore, nel senso di accerchiamento che finisce per colpire la protagonista. Non mancano certo esagerazioni, ma il giochino funziona bene anche perché Russell Crowe (pur imbolsito fisicamente) si conferma essere attore di rango, non unicamente abile nell'azione ma in grado di rendere piuttosto credibile il proprio personaggio.

In definitiva, un film che si può benissimo guardare per una serata senza grosse pretese a livello di "impegno".
Voto: 7

lunedì 11 gennaio 2021

Il campione: storia ben... ferrata

Apprezzabile favoletta formativa, in cui non c'è nulla di realmente originale, ma è ottimo il voler raccontare una storia senza strafare. Il film è interessante dall'inizio alla fine e funziona il gioco a due tra Carpenzano e Accorsi.

Chi si aspetta da un film come "Il campione" una storia dallo sviluppo originale e imprevedibile può benissimo lasciar perdere in partenza.
Chi invece si aspetta di vedere un film ben fatto, piacevole e capace di creare interesse allo spettatore invece troverà pane per i propri denti.
Ogni tanto fa piacere vedere un film italiano più curato del solito, evitando certi pressappochismi fastidiosi, pur dovendo incorrere in qualche luogo comune (il calciatore con la vita sregolata, col padre a spolparlo e l'immancabile macchinone, con il protagonista che in questo caso più che un Balotelli appare essere un Cassano con però qualcuno che riesce a metterlo in riga a livello intellettivo).
Il film allora funziona, proponendo quella che tutto sommato è una favoletta formativa, evitando esagerazioni e forzature gratuite: quando non si ha l'ispirazione per proporre qualcosa di originale, allora è più serio evitare certi voli pindarici, limitarsi a raccontare la storia senza andare a prendere in giro lo spettatore. E in questo il film di Leonardo D'Agostini va apprezzato, anche per aver usato lo sport e il calcio in particolare come un mezzo per tratteggiare il carattere del protagonista, senza scadere nel puro film sportivo (pur essendoci delle scene "di campo", con anche le presenze canoniche d'obbligo di telecronisti e giornalisti reali: in questo si appura un inevitabile retrogusto farlocco, con Caressa che non evita di piazzare le solite trite e banali catchphrase e il duo Trevisani-Adani che appare supponente e insopportabile come nella realtà. Mentre risulta piuttosto improbabile che Tuttosport dedichi l'intera prima pagina a un giocatore della Roma: o perlomeno che lo faccia senza piazzare un "La Juve su Ferro"!).
 
Funziona bene il gioco a due tra i protagonisti, con Andrea Carpenzano da apprezzare per un'interpretazione che senza strafare riesce però a rendere non banale la caratterizzazione del calciatore, risultando anche discretamente credibile nei suoi atteggiamenti.
Per quanto riguarda Stefano Accorsi, non lo si vede far altro che... l'Accorsi: il che non è un male, visto che il film porta a confermare ulteriormente la bravura dell'attore bolognese, divenuto con gli anni ormai una garanzia per quanto riguarda un certo tipo di ruolo da portare sullo schermo.

Il film evita accelerazioni e picchi particolari (anche se non manca qualche scena godibile: molto divertente quella di Accorsi alla guida della Lamborghini), mostrando anche qui una volontà di raccontare una storia senza andare a strafare in maniera forzata, portando a un centinaio di minuti in cui l'interesse resta costante. Può non essere un capolavoro, ma probabilmente non mirava nemmeno a esserlo. Però è un film decisamente interessante che si fa apprezzare, soprattutto pensando alla media del grigio panorama cinematografico italiano.

Voto: 7+

sabato 9 gennaio 2021

Il colpevole: claustrofobicamente intenso

Visivamente non si esce dal centralino del Pronto Intervento della polizia danese. L'azione è sentita e mai vista. L'impatto però è straordinario, per un thriller di rara intensità.

 

Asger Holm al centralino del Pronto Intervento riceve la chiamata di una donna apparentemente sequestrata dal suo ex marito, mentre i figli piccoli sono rimasti soli a casa. Che fare? E quale è la verità?
 
Quando ci si mettono gli scandinavi riescono a proporre, sia in letteratura che a livello cinematografico, dei thriller di straordinaria efficacia, spesso legati all'atmosfera ambientale con i paesaggi unici dei paesi nordici. In "Den skyldige" però si entra in un vortice claustrofobico, perché non si esce mai dagli uffici del centralino del Pronto Intervento della polizia danese, tanto che si può dire che l'azione non sia mai vista ma solo sentita. Il risultato è un thriller di grande impatto, tutto mirato alla scrittura, ai dettagli che via via vanno scoprendosi scoinvolgendo la visione iniziale, mirando tutto sull'intensità dell'emergenza e della situazione.
Forte anche di una durata di poco superiore agli 80 minuti, il ritmo diventa incandescente per un film che lascia col fiato sospeso, coinvolge ed emoziona, portando lo spettatore a immedesimarsi perfettamente nei panni del protagonista, ovviamente onnipresente: e in tal senso per la riuscita del film è fondamentale non sbagliare l'attore principale, con Jakob Cedergen che propone un'eccellente interpretazione portando ai nostri occhi tutta la tensione vissuta dal protagonista.
 
A livello visivo non si esce mai da due uffici del centralino, eppure questo è un film di respiro molto più ampio di tantissimi altri.
Un thriller davvero notevole e da vedere assolutamente.

Voto: 9

sabato 2 gennaio 2021

Il talento del Calabrone: Castellitto v Richelmy, un duello improbo

Se un grande Castellitto e una bella fotografia creano interesse, ci pensano una scrittura banale e approssimativa e un Richelmy ancora una volta insopportabile a rovinare tutto, per quello che resta un thriller d'atmosfera pesantemente incompiuto.


Film come "Il talento del Calabrone" sono sostanzialmente portati avanti da un solo attore, che innalza il livello e tiene alta l'attenzione dello spettatore sostanzialmente da solo, lasciando da un lato un senso finale di occasione persa e dall'altro una frustrazione per la pochezza d'insieme.
Non si può non iniziare allora da un Sergio Castellitto assolutamente eccellente, in un ruolo non certo facile visto che (da voce al telefono che terrorizza il programma radiofonico e la città) è costretto a una certa staticità d'azione. Quando tutti intorno strepitano e sembrano volersi far notare con un over-acting fastidiosissimo, Castellitto domina andando al contrario, con una recitazione misurata al massimo e proprio per questo straordinariamente intensa.
 
Dovrebbe essere abbastanza per un buon film, purtroppo attorno c'è poco di convincente in questo thriller che vorrebbe riprendere l'ambientazione del bellissimo "Io uccido" di Giorgio Faletti, senza avere però minimamente la profondità nella scrittura: anzi ogni dettaglio, dalle situazioni a come vengono trovati gli indizi passando per la descrizione dei personaggi, appare di una sterilità preoccupante, con tutto che appare appena abbozzato e mai approfondito. Come ho letto in altre recensioni, la sensazione chiara è di vedere un film approssimativo, un vorrei ma non posso che lascia parecchio perplessi.
Perché oltre Castellitto non si trova nulla da salvare, se non un'atmosfera intrigante in una Milano notturna fotografata in maniera insolita ma brillante, per un film che per questo riesce a interessare lo spettatore ma che per la pochezza della scrittura non convince: si resta appunto sul thriller d'atmosfera senza volere o potere andare oltre, restando una prova acerba.

A spiccare completamente in questo film è anche la pochezza recitativa, visibile in particolare in Lorenzo Richelmy, un totale oggetto misterioso che ci viene appioppato non si sa perché in diversi film: da DolceRoma in poi (in cui sembrava schizzato sempre allo stesso modo in ogni scena del film) mi lascia un pesante senso di inadeguatezza e fastidio, tanto che è sulla buona strada per diventare l'attore più detestato dal sottoscritto, pronto a togliere lo scettro a Riccardo Scamarcio. Richelmy rende odioso il suo dj con il solito senso di esagerazione che finisce per urtare continuamente lo spettatore. E davvero risulta imbarazzante la differenza di stile e di qualità attoriale tra costui e Castellitto.

In questo caso male male anche Anna Foglietta, non aiutata da una sceneggiatura che le ricalca un personaggio abbastanza ridicolo, che deve stare sul set sempre in abito da sera e che nonostante la carica elevata (è lei a comando delle operazioni per la polizia) non conosce cosa sia un VoIP, salvo poi tirare fuori così dal nulla intuizioni che girano le indagini: appunto, il senso di approssimazione che il film lascia allo spettatore per la sua scrittura davvero incoerente. Il personaggio della Foglietta più che agire va a reagire, subendo continuamente gli eventi della vicenda.

A creare un senso di frustrazione anche il finale, che prima ha dei monologhi fin troppo dilungati, in cui peraltro il pessimo Richelmy strascica le parole risultando persino poco comprensibile (tanto mica è il momento in cui si dovrebbe capire tutto del film! Levatemelo da davanti gli occhi per favore questo cane!), per poi avere una risoluzione troppo affrettata, incapace di avere un impatto minimo sul piano della tensione e dell'intensità.

Insomma, con una maggiore competenza attorno a Castellitto e a questo bell'impatto visivo si poteva e doveva creare qualcosa di molto più forte. Invece qua tutto sembra appena accennato, compresa la sterile critica sociale con il web che viene attirato dall'interesse e con la Radio che sembra interessata solo ad attirare il maggior numero di ascoltatori: e visto che parliamo di Radio 105, capace di "regalarci" feccia devastante come il terribile Zoo, non mi sorprenderei che in una situazione reale del genere quei simpaticoni si comportassero esattamente in questo modo.

Voto: 4-