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giovedì 30 aprile 2020

Parasite: cocktail di generi riuscito molto bene

Congeniato alla perfezione e senza reali difetti, Parasite è un film che merita il successo ottenuto.


Chi conosce un minimo la mentalità americana sa bene che per loro ciò che avviene oltre i loro confini (a meno che sia qualcosa che può arricchire le loro tasche) non esiste, non è importante e non è degna di considerazione, per la loro megalomania gli Stati Uniti rappresentano l'intero mondo. E' un discorso che vale in tutti i campi, dall'arte allo spettacolo, dalla politica al campo che personalmente conosco meglio, ovvero quello sportivo. Il basket? Per loro esiste solo la NBA e il college, il fatto che ci sia una lega di alto livello come l'Eurolega a loro non importa. E poi si sorprendono che arrivi un Luka Doncic a dominare (dopo che loro stessi, in modo tragicomico, gli imputavano come difetto il fatto di non aver giocato al college). Il baseball? Per loro esiste solo la MLB e il loro orticello, il fatto che ci siano leghe di altissimo livello come la Nippon League a loro non importa. E poi si sorprendono quando un Shohei Ohtani arriva e brilla come fosse niente sia a lanciare che a battere (dopo che loro lo descrivevano come battitore indegno persino della single A).
Per questo Parasite prima ancora di vederlo è un documento fondamentale, perché sfonda un muro epocale: il fatto che un film in lingua non inglese vinca l'Oscar come miglior film è una cosa clamorosa. Per cui, a parte che il tam tam su questa pellicola era già grosso prima della notte degli Oscar, Parasite è un film assolutamente da vedere anche solo per capire cosa ci fosse da piegare così il dna degli americani, cosa li ha potuti affascinare.

Si tratta di un capolavoro da far entrare nella storia del cinema? Su questo a livello personale non so mai giudicare, tanto che spesso i "miglior film" anno per anno a me non aggradano parecchio, con tutta onestà affermo con modestia che non ho la cultura cinematografica per esprimermi fino a questo punto. Ciò che posso dire con certezza è che ci si trova di fronte a un gran bel film, una visione assolutamente piacevole, 130 minuti di pellicola che scorrono benissimo.

A piacere molto è non solo la cura tecnica (eccellente la regia, splendida la fotografia), ma è soprattutto la capacità di cambiare registro più volte da un momento all'altro in modo naturale, senza alcuna pausa o senza alcuna forzatura, tanto da toccare via via più generi.
Si inizia come una commedia della disperazione (la famiglia Ki che vive nello scantinato), si entra poi nel meccanismo della truffa (la famiglia Ki che riesce a infiltrarsi nella villa da sogno), poi da un momento all'altro durante il campeggio dei Park tutto precipita, l'ingresso nel bunker (ripreso in maniera eccezionale) ha quasi una venatura horror, si entra nel pieno del thriller ma con un gusto sarcastico che ricorda la migliore black comedy. Tutto con un sostanziale retrogusto drammatico, che poi trionfa nel caos finale.
Tante volte il voler toccare così tanti tasti rende i film indigesti, perché non sempre c'è il gusto che ha Boon Jo Ho nel saperli gestire: in questo Parasite è assolutamente un film da vedere come punto di riferimento.

Apparentemente nulla è fuori posto, la vicenda intriga, appassiona e scorre benissimo. E le facce sembrano quelle giuste, su tutti mi hanno fatto impazzire le espressioni di Woo-sik Choi (il figlio dei Ki), ma anche un paio di smorfie facciali di Kang-ho Song (su tutte quando è in auto con alle spalle la ricca padrona di casa al telefono) diventano memorabili, mentre forse l'unico minimo difetto dell'intero film è il fatto che alla lunga la figlia dei Ki (che inizialmente è la fondamentale regina della falsificazione) finisca per eclissarsi un minimo prima dell'ambaradan finale.

La questione sulla critica sociale, che ho visto ripresa da tanti, per me lascia il tempo che trova. Più che un tentativo di satira sociale, io penso che Parasite voglia descriverci una semplice contrapposizione tra povero e ricco, che in questo senso riesce in pieno. D'altronde è proprio la forza del film quella di lasciarci dentro la situazione più crudele senza perdere tempo in moralismi non convinti.

Curiosità finale: suona piuttosto strano in un film coreano sentire dal vinile la voce di Gianni Morandi cantare "In ginocchio da te". Peraltro pare che il regista avesse scelto questa canzone solamente per il titolo, per il fatto che in contemporanea i protagonisti si trovavano inginocchiati nel salone, non sapendo assolutamente nulla del testo. Una sorpresa all'interno di un film che però lascia molto più di questo nella memoria.

Voto: 9

domenica 26 aprile 2020

Balthazar: serie crime francese di alto livello

Cambiando un po' il tiro, il forte impatto emotivo nel genere crime francese rende Balthazar degno erede non ufficiale di Profiling


A quasi un decennio di distanza dall'arrivo di Profiling (dall'impatto iniziale deflagrante, ma che alla lunga ha il classico problema delle serie tv tirate un po' per le lunghe, ovvero l'essersi stabilizzata a un livello ancora buono e interessante ma ben inferiore da quello delle prime 4-5 stagioni), Balthazar rappresenta bella boccata di aria nuova nel campo delle serie crime francesi.
Due serie che magari a livello concettuale di fondo hanno anche qualche punto in comune. In Profiling a elevare il lavoro della squadra poliziesca era la criminologa/psicologa, mentre qui il medesimo impatto lo ha il patologo forense, il Balthazar del titolo, assoluto protagonista in una serie ben congeniata in tutti i personaggi ricorrenti.

Raphael Balthazar è però il traino in tutto e per tutto, soprattutto per la sua capacità di alleggerire il tono delle puntate con la battuta pronta, andando anche oltre al classico "umorismo da medico forense" tipico di parecchia letteratura. Non è un caso infatti che Tomer Sisley (l'attore protagonista) nasca come comico e cabarettista (addirittura ha vinto il Just For Laughs). Non conoscevo particolarmente Sisley prima di questa serie, ma viene da pensare che con Balthazar abbia fatto il salto di qualità interpretativo, risultando eccellente anche nelle parti drammatiche e nelle scene d'azione.

Le puntate sono tutte di buon interesse a livello investigativo e scritte in modo convincente, mantenendo una qualità alta e apparentemente in crescendo. Infatti, se già la prima stagione era stata interessante, nella seconda si ha la sensazione che gli autori abbiano capito esattamente la potenzialità della serie e abbiano trovato la forma perfetta. Anche a livello di indagine si possono trovare punti in comune con il primo Profiling, con il quale condivide pure una fortissima componente emotiva: in 10 puntate della seconda stagione, almeno tre lasciano senza fiato e creano forte empatia per lo spettatore.

Ci possono anche essere dei cliche usati, vedi la comandante di polizia Helene Bach (molto brava Helene de Fougerolles, la migliore a duettare a livello sarcastico con Sisley) con problemi privati di coppia, o vedi il dramma psicologico che pesa sulle spalle del protagonista Balthazar per la perdita della compagna, e si può dire anche che (un po' come succede in CSI - Scena Del Crimine) è irreale pensare che un patologo si trovi costantemente al centro dell'azione durante un indagine, ma sono compenenti su cui lo spettatore è disposto a chiudere volentieri un occhio se il risultato finale funziona così bene: se il prodotto funziona, sei disposto a lasciar correre certe invenzioni narrative.
Peraltro nell'abitudine di Balthazar di parlare con i cadaveri, soprattutto durante le autopsie (ma non solo, visto che parla abitualmente con la ex compagna assassinata), si può vedere anche un richiamo a Michael C. Hall in Six Feet Under, ma anche questo è fatto con gusto ed è funzionale al disegno psicologico del personaggio, molto fuori dagli schemi e per certi versi un po' squilibrato.

Il livello in generale è molto alto e la serie si fa guardare con assoluto piacere. Da vedere.

Ho perso la testa per un cervello: cult assoluto

Costruito su una marea di gag demenziali e con uno Steve Martin irresistibile capace di reggere da solo il film sulle proprie spalle. Da ripescare.


Se si parla di commedia americana del periodo anni '80-inizio anni '90 e si cita il cognome Reiner, probabilmente ai più verrà in mente Rob Reiner, regista che deve la propria fortuna non solo all'esser stato scelto per traporre in video uno dei migliori libri di Stephen King (Misery), ma anche per il sopravvalutatissimo Harry ti presento Sally, film con un paio di gag azzeccate e con una (ancora) simpaticissima Meg Ryan ma che altro non era che un tentativo poco brillante di appropriarsi dello stile di Woody Allen, a mio modo di vedere riuscendoci poco.
Per me (da buon bastian contrario in tutto) il regista degno di nota è il padre Carl Reiner, da alcuni addirittura considerato "mediocre" ma capace in una filmografia nemmeno tanto abbondante di dirigere due film di assoluto culto per il sottoscritto, la scatenata parodia dei thriller erotici tanto in voga a inizio anni '90 Fatal Instinct e questo Ho perso la testa per un cervello (che rende molto meglio nel titolo originale "The Man With Two Brains").

Carl Reiner in quel periodo era il regista fidato di Steve Martin, con cui fece quattro film tutti molto diversi: una commedia per certi versi più tradizionale (Lo Straccione), una parodia noir molto particolare e ricercata tanto da essere anche in bianco e nero (Il mistero del cadavere scomparso), questa folle e demenzialissima parodia fantascienza-horror e infine una commedia-fantasy (Ho sposato un fantasma, per me il meno riuscito dei film del lotto, con meno idee riuscite).

Il migliore dei quattro, quello che rende nel migliore dei modi il talento comico di Steve Martin è proprio Ho perso la testa per un cervello, film che sarebbe da recuperare in ogni modo e che purtroppo è stato invece dimenticato quasi completamente in Italia, tanto che non mi pare sia stato mai passato in tv nell'ultimo decennio né nelle tv generaliste né nelle pay-tv, nemmeno quelle che hanno le dozzine di canali dedicati solo al cinema, e che quindi passano e strapassano ogni cosa, si ricordano di una perla simile: a volte il mondo è misterioso.

Si parte subito a ritmi insostenibili, con i primi 10 minuti che piazzano una quantità incredibile di gag visibile e labiali e mettono in chiaro subito la volontà di dirigersi verso una comicità demenziale ma non stupida (dico sempre che bisogna essere intelligenti per fare vera comicità demenziale, cosa che negli USA negli ultimi 10 anni abbondanti proprio non riescono a capire). Storica la scena in cui Steve Martin (il dottor Hfuhruhurr e guai a pronunciarlo male!) se la prende con una ragazzina.
Poi si entra nel vivo della trama, un po' franksteiniana e un po' futurista, il film cala un po' di ritmo e prende più la strada della commedia di parodia, non dimenticando per le gag demenziali che mostrano un certo gusto anche per l'assurdo e l'irreale (Steve Martin che col parapetto crollato riesce ad aderire al muro semplicemente leccando le dita delle mani!).
Per poi rimettere con forza il piede sul pedale dell'acceleratore per un finale scatenato e devastante, che piazza anche un'altra scena assolutamente storica e indimenticabile quando Martin viene fermato dalla polizia e costretto a degli improbabili alcol test.

Il risultato è a mio modo di vedere quasi perfetto, un film capace di far ridere di pancia e con una certa continuità dall'inizio alla fine, per la capacità di creare quelle situazioni demenziali anche quasi in anticipo rispetto agli ZAZ (i muri della casa del dottor Necessiter, la polizia che chiede un ariete a una vicina di casa, ma sono davvero una marea le gag che sarebbero da citare) e per la capacità di sfruttare l'espressività e la verve di Steve Martin, tarantolato dall'inizio alla fine e semplicemente fantastico. Vedendolo a questi livelli, spiace pensare a quante volte il suo talento è stato annacquato e sprecato, con tanti film per famiglie o tanti film incapaci di liberare tutta la sua qualità comica (per quanto nella sua carriera siano parecchi i film godibili, forse solo un'altra volta ha potuto scatenarsi del tutto come in questa pellicola, ovvero in Bowfinger). Qui ci dimostra che con alle spalle sceneggiature migliori avrebbe potuto toccare livelli alla Leslie Nielsen, pur con uno stile diverso.

Resta un fatto: film come questo sono assolutamente da ripescare, è uno spreco che con tanta melma che passa continuamente sugli schermi un lavoro del genere venga dimenticato ad ammuffire.

venerdì 24 aprile 2020

La scomparsa di Alice Creed: gioco a tre ad alta tensione

Buonissimo thriller degli equilibri instabili.


Tre attori (per l'intera durata del film non si vedrà altra anima viva, se non una mosca).
Un paio di stanze (per il 75% del film l'azione è racchiusa in un unico ambiente).
Tantissima tensione.
A volta con una buona scrittura basta davvero poco per intrattenere.

La scomparsa di Alice Creed è un thriller che sputa in faccia allo spettatore diversi lati spregevoli del lato umano, quello che gioca coi sentimenti, quello che segna in modo disgustoso la psiche, creando un'azione claustrofobica da incubo non tanto per la violenza visiva (tutto sommato contenuta), ma per la violenza delle azioni.
Il film è un gioco a tre particolare, con ogni lato del triangolo (rappresentato dai due sequestratori e dalla vittima, quest'ultima ovviamente punto debole del gioco) che viene eviscerato in maniera distinta e separata: cosa lega i rapinatori alla Alice Creed del titolo?

A parte la volontà di piazzare i classici colpi di scena da thriller, quello che convince di questo film è la severità con cui la vicenda è mostrata, come uno schiaffo in faccia allo spettatore, senza filtri né veli dettati dal buonsenso.
Per riuscire un film del genere deve esserci una sceneggiatura più che solida, ma anche tre attori credibili. E tutti e tre lo sono. Forse a spiccare un po' di più è Eddie Marsan, che poi avrebbe raggiunto la fama televisiva (o via streaming, a seconda delle Nazioni) nel ruolo di Terry Donovan nella serie Ray Donovan: devo dire che in questo film è anche più convincente rispetto a quel ruolo che lo renderà noto ai più. Notevole anche Gemma Arterton, che per forza di trama è costretta al ruolo più difficile, con impossibilità di muoversi e costretta a puntare tutto sull'espressività, che è notevole.

Il gioco funziona e il film vale assolutamente la visione.

Voto: 8

giovedì 23 aprile 2020

La casa di carta. Serie nata per essere vincente

Si può dire che non tutto sia originale e geniale. Ma non si può opinare sul fatto che tutto sia realizzato benissimo. Grande serie.


Tralasciando alcuni superlativi che piacciono molto a noi occidentali (abbiamo preso dagli americani il vizio di etichettare tutto come la "migliore/peggiore cosa di sempre"), la vera definizione che si può dare alla serie La Casa Di Carta è quella di vincente.

Per certi versi, dietro questa serie c'è una certa furbizia, un voler appetire un numero piuttosto ampio di potenziali fan con ingredienti messi tutti ad hoc, a cominciare dalle parecchie "belle facce" di cui è composto il cast. E per altri versi è facile dire che tante componenti sono ben lontane dall'essere originali (ma bisogna considerare che ormai l'originalità è difficile da raggiungere, in tutti questi decenni è stato un po' provato tutto).
Però a rendere vincente La Casa Di Carta è la qualità della messa in scena, quasi tutto è messo lì nel migliore dei modi, per una serie tv che parte subito col botto e riesce a essere appassionante.

A essere vincente è anche la capacità di avere una leggera ironia di fondo (ai miei occhi è sensazionale il personaggio di Arturito, uno degli ostaggi nelle prime due stagioni) e quella di non essere monotona nel suo svolgimento, nel saper alleggerire la situazione all'interno di ogni puntata. Anche componenti spesso abusate in modo negativo, qua diventano efficaci e mi viene da pensare ai vari flashback (perlomeno quelli relativi al primo colpo, un po' meno efficaci quelli per il secondo colpo, soprattutto all'inizio della quarta stagione).

Tutto ciò si mischia alla ormai chiara capacità degli spagnoli di saper gestire meglio di chiunque altro il genere thriller: nelle prime due stagioni la tensione del colpo è sempre crescente e fa venire allo spettatore la voglia continua di sapere cosa può accadere nella puntata successiva.

Le prime due stagioni filano via alla grande e sostanzialmente le puntate sono tutte molto piacevoli, mentre (come peraltro era prevedibile, senza spiegare il perché per evitare ogni possibile spoiler) la parte relativa al secondo colpo (le stagioni tre e quattro) sono un gradino sotto, perché ripetere lo stesso impatto in una serie di questo tipo è complicato, anche se La casa di carta riesce benissimo a bissare la tensione e l'emotività nelle scene relative alla rapina, nelle parti da heist movie. Quella che funziona un po' meno nel secondo colpo è la continuità della varie puntate, per il semplice fatto che gli sceneggiatori avevano meno materiale per riempire le sedici puntate, per cui il minutaggio della terza e quarta stagione è un po' più annacquato, riempito da situazioni personali all'interno della banda che potevano essere benissimo dimezzate. Resta comunque alto il livello di intensità alla lunga: sia la terza che la quarta stagione partono con qualche affanno, ma chiudono molto bene.

Lo è anche forte dei personaggi che ormai sono familiari e che piacciono allo spettatore. Due su tutti, quello del Professore (architetto di tutti i piani) e quello della straordinaria Nairobi, per una scrittura di qualità anche nel tracciare la psicologia dei personaggi (soprattutto nelle prime due stagioni, anche su questo però c'è un leggero passo indietro nella terza e nella quarta stagione, con qualche forzatura comunque prevedibile).

Si può dire allora di tutto, che ci siano ispirazioni da tanti film di genere passati, che parecchio sia stato studiato "a tavolino", ma la serie è proprio ben fatta e alla fine piace e appassiona ed è quanto si chiede a un prodotto simile.

Voto: 9

domenica 19 aprile 2020

Torno indietro e cambio vita: girato in modo ridicolo

I Vanzina dovrebbero spiegarci come poteva funzionare la connessione internet dello smartphone nel 1990. Film con una marea di errori imbarazzanti.



"Se potessi tornare indietro cosa cambieresti?" dice la locandina: io ne sono sicuro, non guarderei i film dei Vanzina.
A parte la storiella a sapore pseudo-romantico che è della solita pochezza a cui ci hanno abituato i Vanzina (specialmente negli ultimi 20 anni), a far specie è proprio come è girato questo filmettino, con sbavature e sciocchezze indegne persino di una fiction.
Basta vedere solo il come avvengono i "salti nel tempo", come vengono inquadrati gli incidenti, a toccare il ridicolo, con i poveri Memphis e soprattutto Bova costretti a fare delle espressioni che non sarebbero credibili nemmeno se (esagerando) a farle fosse stato Al Pacino.
Ma il tutto ha un quadro di sciatteria e superficialità surreale, basti vedere la 18enne del 1990 che (con al muro anche il poster dei Duran Duran) alla radio mette Maniac di Michael Sembello: ok, non è detto che i ragazzini ascoltino per forza la musica attuale, ma girare questa scena nel 1990 e mettere come colonna sonora una canzone uscita nel 1983 è abbastanza ridicolo. Oppure per i Vanzina inciampare su uno zaino porta a una caduta che Bova stesso definisce "un mortale che sembravi 'a Cagnotto", una roba che va oltre il ridicolo (tanto che la strepitosa parodia dello splatter fatta dai Monty Phyton nel Flying Circus risulta molto più realistica).
E poi che dire di Memphis che gioca la schedina di fine Aprile del 1990 usando lo smartphone a leggere i risultati del futuro? Domanda: con quale rete sta usando internet mobile dal cellulare nel 1990? Ma davvero non c'è stato un produttore, un tecnico, un qualcuno che si sia posto questa domanda?!

A parte questi imbarazzi tecnici, il film è poca roba, una storiella risaputa a cui i Vanzina per provare a mettere un po' di verve aggiungono gag di una pochezza risibile (vedi il personaggio a cui viene dato continuamente del "cornuto").
Bova (che tra gli attori bellocci all'italiana è forse tra i meno peggio, si vede che ha difficoltà a essere brillante ed è troppo rigido ma perlomeno ci prova e non è un completo disastro rispetto ai vari Scamarcio o Garko) e Memphis (che si vede che ha mestiere, ma che ha bisogno di uno scritto differente per rendere in una commedia) fanno quel che possono, ma è piuttosto ridicolo anche il quadro, è surrealmente sciocco vederli grandi e grossi in mezzo ai 18enni senza che nessuno dica niente, cosa che invece riesce meglio a Giulia Michelini (a cui pure viene affibbiato un personaggio piuttosto ridicolo che rende difficile la sua recitazione), la quale nel 2015 andava sulla trentina ma che a livello di aspetto fisico è sorprendentemente credibile in mezzo alle amiche 18enni, risultando quindi l'unica cosa non totalmente fuori posto in questo filmaccio.

L'unica altra cosa buona è che il film duri poco e appaia leggero, non facendo pesare la propria visione, ma resta poco rispetto ai colossali difetti.

Voto: 1

giovedì 16 aprile 2020

In Bruges - La coscienza dell'assassino: sceneggiatura superba

Film scritto in modo talmente intelligente da essere serio e far ridere molto più di tanti film pseudo-comici.


Nel cinema come in tanti campi artistici e della vita ormai inventare qualcosa di nuovo è estremamente difficile. In tanti casi, tutto sta nell'usare un certo stile in ciò che si vuole proporre. In Bruges è l'esempio perfetto.
Probabilmente di originale in questo film non c'è assolutamente nulla, ma è scritto in un modo talmente ottimale che la visione è estremamente piacevole.
Dopo un inizio un po' lento che serve per introdurre e caratterizzare i due protagonisti, il film esplode soprattutto per la capacità di restare serio e allo stesso tempo riuscire a fare ridere e molto. Infatti è scritto talmente bene che riesce a far ridere molto più di tanti film pseudo-comici, rendendo così molto più intrigare vedere le vicende dei due sicari e capire per quale motivo sono finiti a Bruges.

E' tutto molto ben fatto, con ogni personaggio di contorno che finisce per avere un peso sostanziale (semplicemente strepitoso Jordan Prentice, "nanetto" spesso bersaglio del sarcasmo di Colin Farrell), con un umorismo mai grossolano o sguaiato ma lo stesso capace di strappare parecchie risate, passando agilmente dal black humor alla comicità surreale (strepitoso in questo il "duello finale").

Molto bravi i due protagonisti, in particolare Colin Farrell che alla lunga ruba la scena e che personalmente non avevo mai apprezzato così tanto come in questo film (memorabile la scena al ristorante, quando prima inizia a dire assurdità sul Belgio e poi mena il tizio al tavolo vicino al suon di "questa è per John Lennon, cazzone di uno yankee di merda").

Esempio ottimo di cinema intelligente e capace di sapersi prendere in giro.
Assolutamente da vedere almeno una volta.

Voto: 9