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mercoledì 5 agosto 2020

Nemiche amiche: melodrammone prolisso

La Hollywood di plastica e delle facili emozioni perfettamente enfatizzata in questo polpettone indigesto.


Nemiche amiche è uno di quei tipici film di Hollywood che danno la totale sensazione di essere preconfezionati a tavolino per cercare la via del comodo melodramma, lasciando invece solamente un amaro retrogusto di plastica e dimostrando di essere prodotti senza anima.
Si cercano tutte le vie possibili (il bimbo che si rompe la gamba, il cancro della madre, ecc) per cercare la lacrimuccia facile, ma il lavoro di fondo è mediocre, con la psicologia dei personaggi (e non solo quella dei bambini, che per la maggior parte del film appaiono insopportabilmente petulanti) che cambia come niente da una scena all'altra senza apparente motivazione: un momento si chiariscono, quello dopo pronti di nuovo a scannarsi, "così de botto senza senso" come direbbero gli sceneggiatori di Boris.
Magari un prodotto del genere può anche essere aprezzato da un certo pubblico di bocca buona (quello pronto a commuoversi con la tv del dolore o con i reality), ma per tutti gli altri la profondità inesistente dei dialoghi e tutti questi mezzucci pseudo-drammatici portano unicamente alla frustrazione.

In tutto ciò Ed Harris (che apparentemente è il volto perfetto per l'ipocrita americano medio) ci sguazza perfettamente, così come in regia il nome perfetto è quello di Chris Columbus, mestierante che è quasi specializzato in questi film fatti alla buona.
Si vorrebbe salvare la professionalità delle due protagoniste, che è l'unico motivo per cui il film non crolla totalmente, ma Susan Sarandon (peraltro probabilmente alla performance recitativa peggiore della illustre carriera) e Julia Roberts sono non solo i volti di questo filmaccio ma ne sono anche artefici essendone produttori esecutivi.

E allora via, due ore e passa di melassa insopportabile che fanno rimpiangere il fatto che la Sarandon e la Roberts non fossero state realmente nemiche: magari se avessero continuamente litigato durante la produzione di questo film, non ci saremmo sorbiti questo polpettone indigesto.

Voto: 3

mercoledì 29 luglio 2020

Vicini del terzo tipo: ibrido non riuscito

Vaughn e soci si trovano benissimo nella comfort zone demenziale della prima ora, ma la virata sci-fi e la lotta con gli alieni fa precipitare il film e risulta disfunzionale.


Come molto spesso capita in questo tipo di film "ibridi", specialmente con attori e autori particolarmente legati a un genere piuttosto immediato e riconoscibile, le cose funzionano quando si va per il semplice, quando gli attori vengono sfruttati sul loro terreno usuale, mentre le cose precipitano quando sia i protagonisti che gli autori escono dalla loro comfort zone tentando una via alternativa.

"Vicini del terzo tipo" ha esattamente questi pregi e difetti. Perché bene o male, senza arrivare a livelli eccelsi, la parte da "buddy movie" con venature demenziali funziona parecchio e riesce a divertire, nella sua semplicità, nella sua grettezza in alcuni momenti, con gag magari non sempre nuove e personaggi già visti in altri film di genere ma che a loro modo riescono ancora a intrattenere.
Però il soggetto del film vuole la virata sci-fi, questa lotta agli alieni (venuti ovviamente a conquistare la Terra, sai che novità) che francamente appare forzatissima. E si vede tutta la poca disinvoltura che gli autori hanno nel maneggiare un genere che non conoscono, riempiendolo di luoghi comuni e portando i protagonisti (già di loro non esattamente adeguati al genere) ad affondare completamente.

Un difetto che per certi versi è comune a parte della filmografia del Ben Stiller "maturo", un tentativo di non proporre l'attore newyorchese continuamente nei panni degli stessi personaggi e provarlo a inserire in situazioni diverse: fatto sta che da Una notte al museo in poi questo giochino non abbia mai funzionato davvero e Stiller appaia al solito bravo, naturale e simpatico quando propone sé stesso, quando resta nello stile recitativo e cinematografico che meglio conosce, ma mai convincente quando esce dal seminato.
Perché anche qui lo si vede in grado di reggere bene il gioco nella parte, ma anche particolarmente impacciato e poco credibile nelle situazioni di lotta aliena.

E' un peccato perché non si capisce nemmeno se questo ibrido sia figlio di ambizioni: se davvero ci fossero queste ambizioni, allora il genere sci-fi dovrebbe essere affrontato con meno banalità e con magari un tentativo maggiore di umorismo e originalità.
E dire che tre dei quattro attori principali erano abbastanza convincenti nella prima parte, perché semplicemente interpretavano ciò che sanno fare. Se Jonah Hill magari appariva più spento ma comunque simpatico nei panni di spalla, a ergersi come assoluto protagonista, strabordante sia fisicamente che per verve, era Vince Vaughn, particolarmente divertente e trascinante, in particolare nei battibecchi con Stiller che lo portavano a "vincere" sempre col mezzo di una demenziale arroganza. Vaughn riesce a strappare diverse risate, con l'ingenuità di quando scopre la matrioska oppure con la stupidità di alcune affermazioni, vedi quando consiglia allo sterile Ben Stiller di fare un trapianto di palle.

L'eccezione tra i personaggi principali è rappresentata da Richard Ayode, lo straordinario co-protagonista della serie tv The IT Crowd: qui però si vede chiaramente la difficoltà dell'attore londinese a immedesimarsi in questo stile di humor americano un po' grossolano, che non appare decisamente nelle sue corde e lo porta a essere un po' un pesce fuor d'acqua.

Insomma, per un'ora il film regge bene, ma globalmente non può raggiungere la sufficienza perché la parte finale (specialmente l'ultima mezz'ora quando si entra nel vivo della lotta con gli alieni) è troppo disfunzionale e finisce per essere particolarmente dannosa.

Voto: 5

domenica 26 luglio 2020

Re Carlo Pinsoglio: the History Man

Il grande eroe di cui tutti abbiamo bisogno


Pochi minuti fa il più grande eroe del calcio italiano attuale, Carlo Pinsoglio, l'unico uomo nello spogliatoio della Juventus che Cristiano Ronaldo considera un suo pari, ha vinto il suo terzo Scudetto della carriera. Tutti da splendido protagonista.

Questo porta Re Carlo nel gotha del calcio italiano: a tre Scudetti, considerando ovviamente solo il campionato italiano, Pinsoglio si ritrova adesso davanti nomi storici (tra cui anche quattro vincitori di Palloni d'Oro assortiti) che hanno vinto appena due Scudetti, come Diego Maradona, Zinedine Zidane, Frank Rijkaard, Michel Platini, George Weah e Cristiano Ronaldo.

Ma un vincente nato come lui non guarda indietro, guarda avanti e a tre Scudetti ha raggiunto nomi come Carlo Ancelotti (da calciatore soltanto), Pietro Anastasi, Roberto Boninsegna, John Charles, Didier Deschamps, Ruud Gullit, Pavel Nedved, Omar Sivori, Luis Suarez (quello che non morde) e Marcelo Zalayeta. Insomma, entra davvero a piè pari nella storia, come merita.

A tre Scudetti raggiunge anche Giuseppe Meazza. E qualcuno già si immagina che lo Juventus Stadium un giorno verrà rinominato come Stadio Carlo Pinzoglio in Vinovo.
Diamo tempo al tempo. 

venerdì 17 luglio 2020

Vivere due volte: film di classe

La malattia del protagonista viene affrontata con classe e tatto, per un film che miscela benissimo il dramma del soggetto con situazioni che strappano più di qualche risata.


Un ex professore universitario di matematica (Oscar Martinez) scopre di avere l'Alzheimer. Nel momento dello sconforto ripensa alla ragazza per cui aveva una cotta giovanile e, incoraggiato soprattutto dalla nipotina Blanca (Mafalda Carbonell), inizia a cercarla a decenni di distanza, raggiunti dalla figlia Julia (Inma Cuesta) che dal canto suo è in crisi col marito (Nacho Lopez).

Per un soggetto non esattamente originalissimo, uno di quei film per cui c'è da ringraziare Netflix, artefice della distribuzione italiana (per quanto non produttori originali del film in questo caso): se non fosse stato per la piattaforma di streaming, non avremmo conosciuto questa pellicola spagnola forte di una scrittura garbata e ispirata, che riesce a fondere con tatto una notevole dose di ironia sofisticata con il prevedibile tono drammatico dovuto alla malattia del protagonista, il quale alterna momenti di assoluto smarrimento a momenti di sorprendente lucidità.
La forza del film è nello stile, che commuove senza eccedere (se non negli ultimissimi minuti) sulla facile emotività, che anzi riesce a miscelare con continuità momenti toccanti a situazioni capaci di strappare risate, mantenendo un ritmo omogeneo con toni bassi e senza ricorrere alla facile spettacolarizzazione. In poche parole una gemma, piena sì di sentimenti forse anche "facili" ma gestiti in un modo che conquista anche chi non apprezza particolarmente le situazioni melodrammatiche.
La malattia del protagonista viene gestita con costrutto e la sceneggiatura è talmente ispirata che persino i temi social (trattati in modo ridicolo dal 90% del cinema attuale) non sono forzati, anzi sono inseriti in modo piacevole, tanto che risulta pure tenero (oltre che divertente) il modo con cui la nipotina al passo coi tempi prova a insegnare all'anziano il mondo delle nuove tecnologie.

A piacere poi sono anche le interpretazioni, a iniziare proprio dalla nipote, la giovanissima Mafalda Carbonell, ragazzina che peraltro ha dovuto affrontare già i propri problemi seri nel corso della sua giovane vita: la figlia del cantante e umorista Pablo Carbonell è nata con una forma di artrogriposi multipla congenita che limita i suoi movimenti (e lo si può vedere anche nel film), tanto da aver dovuto subire già quasi una dozzina di operazioni a soli 11 anni di età. E' lei l'elemento in più del film perché, a differenza di tanti attori giovanissimi utilizzati in pellicole simili, a spiccare è la sua spigliatezza e la sua simpatia naturale, tanto che probabilmente le parti migliori e più gustose del film sono quelle derivanti al suo rapporto con il protagonista.
Da par suo Oscar Martinez è assolutamente convincente nel ruolo di primo piano, capace di commuovere nella sua interpretazione e di divertire con ficcanti battute sarcastiche.

Finale prevedibilmente strappalacrime, ma che è adeguatissimo al contesto, che anzi risulta piacevole per il modo scelto dagli autori di chiudere questa storia.
Davvero un bel film, dotato anche di una certa classe stilistica.

Voto: 9

mercoledì 15 luglio 2020

Tutta la vita davanti: deriva radical chic

Ritratto del precariato giovanile sotto le lenti della visione radical chic, quindi completamente distorto. Virzì più che vittima del "vorrei ma non posso" resta vittima del "vorrei... ma non voglio davvero". E la morale definitiva è che chi si interessa dei diritti dei lavoratori fa solo danni a essi stessi: nulla di più sbagliato. 


Nonostante le buone prove generali degli attori (su tutti al solito un eccellente Valerio Mastandrea, ma notevole anche Sabrina Ferilli), un film del genere non può che lasciare grossa frustrazione a chi lo vede, per come è stato concepito a livello autoriale.
Il ritratto del precariato giovanile poteva essere importante e profondo, ma non incide a dovere, anzi rimane piuttosto sterile a causa di una sceneggiatura poco grintosa, che finisce per ritrarre in modo eccessivamente grottesco troppi personaggi e rende quasi surreale (ma senza la giusta ironia) una condizione serissima: davvero pessimo vedere il tentativo di metafora poco calzante che porta i lavoratori che non hanno inciso nel corso del mese a subire delle punizioni quasi fantozziane, un mezzuccio che non centra nessun obiettivo, non riesce a rendere spiritoso il film né lo rende realistico.

E' la scrittura a essere sbagliata in questo film, fin dall'inizio: nella prima mezz'ora infatti la sceneggiatura è talmente frammentaria che per unire le scene c'è bisogno di una fastidiosa e invadentissima voce fuori campo, mezzo che usato a modo può accompagnare bene un film ma che è solo urtante se serve a incollare le scene di un film che inizialmente è parecchio disunito.
La storia diventa più omogenea andando avanti, ma la sceneggiatura non sa essere efficace, ricorrendo a personaggi eccessivamente grotteschi (su tutti quelli di Elio Germano e Massimo Ghini, che da par loro salvano il salvabile ma che si trovano a impersonificare qualcosa scritta veramente male) per vivacizzare un film che non sa essere né satirico né di vera denuncia.
Virzì, come spesso gli capita (penso anche a Ferie d'agosto, dove la morale pseudo-politica finiva per essere facilotta e qualunquista), più che vittima del "vorrei ma non posso" finisce vittima del "vorrei ma... in realtà non voglio". Tanto che la morale finale è che chi si interessa dei diritti dei lavoratori fa solo danni a essi stessi: nulla di più sbagliato, ridicolo e osceno da portare come messaggio. In definitiva si ha un ritratto dei giovani senza realmente volerli capire, un film che sembra avere in sé una pesante incrostatura da radical chic, ovvero di coloro che pensano di sapere tutto ma che non si sono mai abbassati a vivere realmente quelle situazioni e finiscono per distorcerle malamente.

Aggiungiamoci nudità gratuite assortite e un pessimo finale e la frittata è completa.
Ancora una volta il cinema italiano odierno non sa raccontare in modo convincente la realtà, finendo per essere distorto nella sua visione perché incapace di immedersimarsi sul reale, come se gli autori italiani vivessero in una bolla estranea al contesto che vorrebbero riportare.

Voto: 2

martedì 14 luglio 2020

Mickey occhi blu: una godibile farsetta

Senza essere un film né originale né memorabile, la bravura di Grant e Caan rende la visione sufficientemente piacevole


Ci sono film che pur non spiccando in brillantezza di scrittura, pur procedendo in modo del tutto prevedibile e con situazioni non poi così originali, hanno comunque una messa in scena e una recitazione tale da garantire un intrattenimento accettabile: Mickey occhi blu rientra pienamente in questa categoria. Non è per nulla un film memorabile, anzi per certi versi si inserisce in un filone (quello di usare i luoghi comuni della mafia americana a scopo di commedia) abbastanza trafficato, considerando anche che giusto l'anno prima era uscito Terapia e pallottole, in cui peraltro appariva anche il solito Joe Vitarelli, presente anche qui nell'usuale ruolo di scagnozzo della famiglia mafiosa: eppure è un film che riesce ad avere un suo senso, perché per certi versi la stessa sceneggiatura poco originale riesce a crearsi dei margini per diverse scene gustose e perché la bravura dei protagonisti tiene in pieni la baracca.

Era questo il periodo d'oro di Hugh Grant e questo film è stato prodotto proprio per sfruttare facilmente il suo appeal verso il pubblico, affiancandogli un James Caan ovviamente veterano dei film di mafia, non fosse altro per essere entrato nella storia del cinema per il suo Sonny Corleone ne Il Padrino, che nel corso del film viene peraltro citato tra i film che Grant vuole ricordarsi di affittare per imparare la parlata delle famiglie italo-americane.
Pur restando in un continuo senso di déjà-vu, perché la storia procede su strade facilmente immaginabili, già l'incipit fa venire il sorriso, che resta per tutta la durata del film. Si inizia con la bella scena al ristorante cinese e la disastrosa proposta di matrimonio di Hugh Grant a Jeanne Tripplehorn (la ex dottoressa Beth Garner in Basic Instinct), ma chiaramente il film è fatto dal gioco a due tra Grant e Caan, con gli interessi della famiglia mafiosa a invadere la vita del tranquillo banditore d'aste. E il merito della sceneggiatura è proprio quello di lasciare comunque quella positiva sensazione nello spettatore: non tutto scorre perfettamente liscio, ma alcune trovate sono azzeccatissime, su tutte quella dei terribili quadri di Johnny Graziosi (figlio di uno dei boss più temuti), tra cui un incredibile e inarrivabile Gesù col mitra, che vengono battuti all'asta a 50mila e 115mila dollari.
Molto divertenti anche i tentativi di Grant (specialmente in lingua originale) di imparare a parlare con l'inflessione e la tonalità degli italo-americani, per la disperazione di Caan.

Insomma, non parliamo certo di un capolavoro, ma di un film che si lascia guardare con discreto piacere per il mestiere degli attori.
Il finale è un po' caotico, ma tutto sommato adeguato al contesto.

Piccolo ruolo tra i frequentatori della galleria d'arte per Mark Margolis, un decennio prima di diventare un personaggio di culto in tv per la sua interpretazione di Hector "Tio" Salamanca in Breaking Bad (e successivamente in Better Call Saul).

Voto: 6

lunedì 13 luglio 2020

Libera uscita: squallore farrellyano

I Farrelly continuano a proporre oscenità e volgarità a raffica, pensando che il cattivo gusto da solo basti a far ridere, qui con anche un pesante senso misogino. Film imbarazzante da vedere, soprattutto pensando che è uscito nemmeno dieci anni fa.


Libera Uscita è l'ennesimo film che sta lì a confermare la pazzesca sopravvalutazione dei fratelli Farrelly, due che vivono ancora di rendita per due film effettivamente gustosi se non addirittura di culto come soprattutto Scemo & più Scemo e anche Tutti pazzi per Mary ma che da lì in poi non solo hanno perso completamente la bussola, ma che hanno proposto anche oscenità ributtanti come Comic Movie, che è uno dei film più schifosi che siano mai stati concepiti.

Libera Uscita è un disastro colossale. Non bastasse il pesantissimo tono misogino di alcuni dialoghi e della storia in sé (poverini, i maschi americani di mezza età sono dei frustrati solo a causa delle proprie mogli, roba patetica solo a sentirla) vengono proposte situazioni insulse e volgari senza minimo ritegno dei tempi comici: il film è fatto di genitali e scurrilità continue da finti ribelli senza un gusto umoristico. Il film è solo volgare, l'unica scena con una minima costruzione comica è nella fase ancora introduttiva quando gli amici e le mogli dentro la panic room sentono i discorsi triviali dei due protagonisti. Da lì in poi lo squallore regna sovrano.

L'unica impresa dei Farrelly è riuscire a rendere antipatico persino uno simpaticissimo come Owen Wilson.
Le mogli dei protagonisti sarebbero un'attrice di buon livello e con una bella espressività come Jenna Fischer (la deliziosa Pam di The Office) e la bravissima Christina Applegate: il ruolo che i Farrelly le assegnano è carico di preconcetti e maschilismo da far venire la nausea, roba che nemmeno il peggior Brizzi.
E Libera Uscita non è un film che mostra la palese misoginia solo perché figlio di altri tempi, altri usi, altri linguaggi: è uscito appena nel 2011, nemmeno dieci anni fa. Il che lo rende ancora più preoccupante. Perlomeno le dottoresse, le liceali e le soldatesse del cinema italiano vanno per la quarantina di anni fa!

Voto: 0