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domenica 12 aprile 2020

Il primo Natale: banalità all'acqua di rose

Film sbagliato in partenza, incapace di far ridere e/o interessare. Completo disastro.


I grandi vuoti di sceneggiatura (esempio: Picone si accorge da un momento all'altro di essere nell'anno zero. Come? Ha visto il calendario?) diventerebbero un peccato perdonabile se ci trovassimo al cospetto di un film capace di divertire: d'altronde, se si vuole anche un film concettualmente paragonabile a questo (per il fatto che i due protagonisti senza motivo si trovano catapultati nel passato, non per altro) come Non ci resta che piangere aveva i suoi difetti di sceneggiatura, salvo però garantire un divertimento tale da permetterti di chiudere un occhio su ciò. Qua invece tutto questo si abbina a una regia sconclusionata e sciatta (ma perché in Italia un po' tutti gli attori comici si sentono registi, dall'alto di cosa?), incapace di imporre un ritmo accettabile.

In sostanza, ne Il primo Natale manca proprio la voglia di fare davvero ridere, le scene puramente comiche in 100 minuti di film sono due contate, per un lavoro che è proprio stato concepito male. Gli anacromismi fini a sé stessi non possono portare a nulla e lo si è visto più volte in alcuni film americani (su tutti Black Knight) e se non si ride si resta a guardare anche un po' imbarazzanti alle disavventure dei due protagonisti, senza che queste possano realmente interessare o affascinare. Un completo disastro di fondo.

Rattrista parecchio vedere Ficarra e Picone naufragare così, non avere da qualche anno più una verve comica, cosa che invece in passato rendeva accettabili alcuni loro film pur con tanti difetti presenti. In realtà Picone, che di recente non si era preso più nemmeno il ruolo di spalla ma faceva in sostanza la stampella di Ficarra, qui prova a elevarsi un tantino nella prima metà di film e a fare qualcosina, ma a mancare è proprio la vitalità di Ficarra, che invece di apparire irriverente in questa situazione si rivela stranamente controllato e quindi completamente spento. Sembra quasi che lavorare a Striscia La Notizia abbia ucciso anche la loro vis comica, come successo peraltro a parecchi altri negli anni (se ti abitui al fatto che certe idiozie fanno ridere un pubblico di bocca buonissima, allora pensi che limitarsi a questo possa bastare).

In sostanza il film non ha senso, specialmente considerando il numero delle sale in cui è uscito e per giunta in un periodo festivo: al massimo questo è un filmetto da produrre direttamente per la tv e di cui dimenticarsi dopo una proiezione, nulla più.

Tonfo prevedibile ma non per questo meno deflagrante.

Voto: 1

giovedì 9 aprile 2020

L'uomo senza gravità: bene per due terzi

Il film inizia ottimimamente, ha un bel finale ma si lascia andare in una fase centrale non all'altezza che rovina in parte il giudizio.


La sensazione che ho avuto guardando questo film è che chi lo ha scritto abbia avuto una grande idea di partenza, che abbia avuto chiaro l'idea su come dovesse concludersi la storia, ma non avesse chiaro in mente lo sviluppo centrale, perdendosi così in un già visto che intiepidisce in parte la soddisfazione della visione.
Perché il film ha momenti molto interessanti, anche molto belli, specialmente quando intraprende un tono surreale e favolistico, mentre c'è un certo tracollo nella fase più matura del film.

Si parte davvero molto bene, tutta la parte in cui il protagonista è bambino è scritta in maniera splendida, con un tatto notevole e descrivendo la sua vita con tratti da vera favola: quando un film è scritto bene, pur essendo adulti e vaccinati anche il tono favolistico (proprio a contrastare con la crudeltà della realtà) finisce per piacere molto. Tutta la prima parte, per quanto in apparenza leggerissima, ha la forza di entrare nell'animo dello spettatore e tutto scorre benissimo.

Di colpo poi il film ha un cedimento di schianto, tutta la fase centrale è troppo risaputa per convincere: il protagonista Oscar diventa un fenomeno da baraccone con uno spettacolino da niente che però lo porta ad avere successo, con a fianco un manager che sà tanto di Gatto e Volpe di Pinocchio in un solo uomo. Qua c'è un tentativo anche di critica ai media attuali (vedi il servizio tv totalmente distorto sull'infanzia del protagonista), ma risulta fiacco, al film manca la giusta incisività ed è un insieme di situazioni viste e straviste. Paradossalmente per la trama del film, il volto stranito di Germano (comunque non malaccio neanche in questa fase centrale) può poco per "risollevare" le cose.

Quando inizia a sorgere un po' di rammarico, ecco che il film ha una terza faccia, perché Oscar lascia il proprio manager (non vi anticipo come) e ritrova una dimensione in piccolo e il film torna a essere interessante, torna anche a coinvolgere a livello emotivo e ha un bel finale, che evita situazioni spettacolari e ritrova quell'atmosfera per certi versi eterea del film.

E' sicuramente un bel lavoro e va premiato, in particolare se si pensa al livello medio del cinema italiano, ma è un peccato che la fase centrale non sia così forte perché sarebbe stato bello assegnare a questo film un voto più alto.

Voto: 7

mercoledì 8 aprile 2020

Hunters: serie dalla forza deflagrante

La forza della messa in scena è notevole, più volte nel corso delle puntate l'impatto emotivo è altissimo.


Personalmente, considerando che quando potevo guardare History Channel ero piuttosto affascinato (se non di più) ai documentari sulla caccia di nazisti, una serie tv del genere non poteva che attirare immediatamente interesse. Il fatto che a essere coinvolto poi in questo lavoro fosse stato un maestro come Al Pacino, al primo ruolo in una serie tv, ha soltanto aumentato la curiosità.
Il risultato? Anche migliore delle attese.

Si tratta di una serie tv capace di imporre una buona coralità, con tutti i personaggi principali che via via vengono caratterizzati grazie a puntate molto ben centrate, permettendo di avere così dei caratteri forti al centro della vicenda, con attorno i "cattivi" che sono molto meno stereotipati che in altre serie tv e la mina vagante rappresentata dall'agente Millie Morris, molto interessante perché si trova continuamente in conflitto con sé stessa.
Il personaggio fulcro della vicenda è quello di Jonah, che inizialmente ci viene descritto come un pulcino bagnato in difficoltà per la morte della nonna, quasi un pesce fuor d'acqua nella vicenda, ma che grazie a un'ottima scrittura nel corso della stessa prima stagione ha una crescita psicologica davvero splendida e di pieno interesse.
Funzionano tutti i personaggi, tutti con un loro aspetto che ci viene descritto bene: tra questi, da fan di How I Met Your Mother, è sorprendente vedere anche lo sviluppo del Lonny Flash a cui dà volto Josh Radnor (l'ex Ted Mosby), il quale inizialmente sembra gigioneggiare eccessivamente ma che invece alla fine ha assolutamente un suo senso, mostrando peraltro buone capacità drammatiche e di azione dell'attore.
Per quanto riguarda Al Pacino, c'è poco da dire: basta la sua presenza a innalzare un lavoro.

Tutto è ben fatto, con le puntate centrali della prima stagione che servono anche ad approfondire sui personaggi, ma che non mancano di una forza deflagrante, spesso grazie a dei flashback molto sentiti e toccanti: in particolare quello della sesta puntata è molto commovente. La polemica su questi flashback è decisamente fuori luogo e inutile: un cervello funzionante di per sé dovrebbe capire cosa è messa in scena e cosa è reale, cosa è fiction e cosa è documentario, quindi se c'è qualche invenzione (viene tanto criticata la partita a scacchi umani della prima puntata) è perché appunto parliamo di qualcosa di romanzato, non è l'autore di una serie tv che deve documentarci qualcosa, men che meno qualcosa di storicamente orribile come l'orrore del nazismo.
Anzi, l'autore di questa serie tv riesce a imprimere nella sua finzione una forza molto spesso deflagrante e gli va solo dato merito.

Ottima la chiusura della prima stagione, con la penultima puntata più centrata sull'azione e l'ultima puntata che ci lascia spiazzati, tenendo spalancate le porte per le stagioni successive. Stagioni che già adesso sono molto attese, perché il risultato della prima stagione è eccellente. Si tratta di una delle serie più forti che si siano viste negli ultimi anni.

lunedì 6 aprile 2020

Donne amazzoni sulla Luna: la meravigliosa "squadra cazzate" e tanto altro

Si ride un po' meno rispetto a Ridere per ridere, ma l'occhio critico e satirico è molto centrato e si rispecchia anche adesso coi nostri tempi.


Rispetto a Ridere per ridere di una decina d'anni prima si nota un passo indietro a livello umoristico e soprattutto di demenzialità comica pura, ma il fatto che qua non ci siano gli ZAZ giustifica completamente questa differenza, manca la loro genialità unica.
Resta però che anche Donne amazzoni sulla Luna ha una vena dissacrante unica e che il giochino del film senza trama e di soli sketch funziona ancora, dimostrandosi un mezzo probabilmente da provare più volte per proporre film comici senza perdersi in morale, in storie o in chiuse. Così puoi sparare tutto ciò che ti viene in mente e via.

Possibilmente c'è anche una vena satirica maggiore rispetto a Ridere per ridere, o perlomeno una satira più "aggiornata" e quindi più vicina ai nostri tempi, tanto che nella "Squadra cazzate" di "Bullshit or Not?" possiamo intravedere la presa in giro di format arrivati anche da noi coi vari Voyager o Mistero et similia.
La svendita del museo (con la Gioconda venduta a 60 dollari!!) è un'altra presa in giro sull'ignoranza devastante di questi tempi, mentre la scena con Steve Guttenberg ci fa pensare a una privacy sempre meno esistente, mostrando come gli autori di questo film ci abbiano anche visto lungo sui tempi che corrono.

Ridere per ridere è devastante perché sostanzialmente si ride sempre dall'inizio alla fine, mentre qua il livello degli sketch è più altalenante, ognuno ha un suo perché a livello satirico ma non tutti sono egualmente centrati a livello comico, ma qui è migliore l'idea di spezzare in più parti quello che diventa l'episodio più lungo (il Donne amazzoni sulla Luna che dà il titolo alla pellicola), a differenza del "A fistuful of yen" di Ridere per ridere che invece era stato piazzato in un unico blocco.

Il giochino funziona ancora, pur se con meno classe rispetto a Ridere per ridere.
Voto 7,5

giovedì 2 aprile 2020

Searching: il dramma nell'epoca di internet

Dramma della modernità, ben reso anche con un uso insolitamente efficace delle nuove tecnologie.


John Choo è cresciuto. E' strano infatti pensare che il protagonista serissimo di questo Searching altri non è che colui che ha involontariamente reso famoso in tutto il mondo l'acronimo (di dubbio gusto) MILF per la sua interpretazione in American Pie, oltre che pensare che lui sia stato il protagonista della trilogia di Harold & Kumar giocata sulla grossolana (e spesso molto divertente) comicità demenziale e strafumata.
Adesso Choo lo ritroviamo così, padre affranto in un film davvero insolito e originale sulle nuove tecnologie.
Tutta l'azione infatti scorre tramite uno schermo, per il 90% è lo schermo del computer, per il resto sono telicamere di sorveglianza o televisive.
E' un film ad azione limitata che però fotografa al meglio una situazione di dramma, ben resa in modo realistico da una sceneggiatura sorprendentemente convincente.

Più che come un thriller (come ho letto in vari siti), di cui non ha la suspance e l'azione, definirei Searching come un dramma, il dramma di un uomo che fa di tutto per capire cosa è successo alla figlia, scomparsa da un momento all'altro in modo misterioso.
Quindi vediamo i suoi tentativi di rintracciarla, prima capendo di conoscere la vita della figlia meno di quanto pensasse e poi partecipando per certi versi alle indagini, con anche i suoi scambi con quello che diventa il secondo personaggio più visibile della pellicola, la detective a cui dà il volto Debra Messing (ovvero la Grace di Will & Grace, anche lei in buona vena).
Il film in sostanza ha un ritmo costante (e questa assenza di spettacolarizzazione inutile per me è un pregio) e ha un suo sviluppo coerente e sorprendentemente realistico, vedi anche la fase del tam tam mediatico in cui vedo sottintesa anche una critica sociale, quando ci mostrano i commenti di sconosciuti che tramite l'hashtag di Twitter si permettono (dall'alto del nulla) di giudicare le scelte del protagonista (uno lo definisce anche "papà dell'anno"), oppure quando una ragazza (che in una telefonata con Choo aveva detto di non conoscere così bene la persona scomparsa) per elemonisare un minimo di popolarità di Youtube mostra il suo dolore per la scomparsa della "migliore amica", in quella che probabilmente è la fase più ispirata del film.
Choo è davvero molto bravo nel restare coerente col proprio personaggio e nel creare una forte empatia con lo spettatore, che si rispecchia in pieno nella sua disperazione umana.

Molto buono il lavoro di editing del film, con tutte le parole di siti, messaggi ecc tradotti in italiano per garantire una visione facile anche per chi mastica meno la lingua inglese.

E' un film molto più curato di quanto ci si aspetterebbe, sia nelle immagini (la regia non sta tanto nella ricercatezza delle inquadrature ma nel modo con cui vengono legate le immagini) sia nella sceneggiatura e tutto sommato si può definire riuscito, nel suo tentativo di proporre un prodotto diverso dal solito.
Visione consigliata per chi è propenso ad adeguarsi a una visione diversa e non ha pregiudizi di fondo nei confronti delle nuove tecnologie.

Voto: 7,5

La carne: porcheria immonda

A confronto Tinto Brass è un idealista. 



La morale di questo film è una soltanto: la donna è un pezzo di carne da sottomettere.
La Dellera quindi è prima unicamente oggetto sessuale (un'ora e passa di film di una monotonia allucinante) e poi mangiata dal presunto maschio alpha.
Il fatto che il regista Marco Ferreri non solo non sia stato portato al manicomio per questo obbrobrio, ma sia stato addirittura apprezzato (ah, che trasgressivo) dimostra quanto ci sia di distorto e sbagliato nella nostra società, per una mentalità ridicola che in questi vent'anni scarsi (il film è del 1991) non è che sia poi cambiata così tanto.
Ciò che gli attori sono costretti a dire tocca il ridicolo quasi sempre ("non sono una cicogna, mamma!"), a dominare è il non-cinema e la noia.
A completare il quadro profondo da porcata assoluto, l'uso distorto della colonna sonora, in particolare di Innuendo dei Queen.
Orripilante catastrofe.

Voto: 0

mercoledì 1 aprile 2020

Misterioso omicidio a Manhattan: Woody Allen claustrofobico di fama mondiale

Il gusto con cui Woody riesce a miscelare vari generi è davvero unico e rende molto piacevole questo film.


Anche per prodotti del genere la filmografia di Woody Allen resta unica e inimitabile.
La storia non è certamente nuova nel panorama cinematografico, ovvero la coppia per certi versi annoiata dalla routine che si improvvisa maldestramente detective annusando una situazione misteriosa, un espediente visto tante volte.
Ma a fare la differenza è la messa in scena, in una New York come sempre sfondo ideale per le storie del maestro Woody.

Diane Keaton è la grande forza motrice del film, non solo perché è il suo personaggio a intuire che qualcosa non vada nella morte della propria vicina di casa, ma anche per la forza e l'energia che l'attrice riesce a mettere nel film, mostrandosi una volta più professionista ideale per i lavori del regista newyorchese, anche perché straordinariamente portata a inserirsi nel fiume di parole che è questo film per quasi la sua totale interezza.
A ciò si lega perfettamente Woody Allen, che riempie la pellicola con il suo classico personaggio paranoico e ansioso, piazzando una quantità di frecciatine sarcastiche di alta qualità e una serie di battute memorabili, specie quando anche il suo Larry Limpton (dapprima scettico, tanto da dire alla moglie "io trovo abbastanza fondata l'ipotesi che se una persona è morta non salta fuori sui mezzi della rete urbana") si lascia coinvolgere dal mistero, portando a una ventina di minuti di straordinario cinema comico all'interno di un intreccio da "giallo". Una delle sue battute che preferisco arriva infatti quando resta momentaneamente bloccato dentro l'ascensore, affermando di essere un claustrofobico di fama mondiale: davvero unico.

E' un film che funziona benissimo, perché riesce a mescolare bene i vari aspetti (non ultimo quello degli equilibri di coppia) senza mai tracimare da una parte o dall'altra, confermando ancora una volta lo stile impareggiabile dell'autore.
Anche vedendolo più volte, il film intriga nella sua fase da "mystery" e diverte molto nelle disavventure dei due protagonisti, peraltro ben spalleggiati dai personaggi di contorno (su tutti Anjelica Huston e il sempre bravo Alan Alda, un altro che conosce a menadito il cinema alleniano), in un film che si lascia guardare con il sorriso sulle labbra dal primo all'ultimo minuto.

Una curiosità finale. Il figlio della coppia protagonista (che appare in una scena soltanto) è nientemeno che Zach Braff, ancora lontano dal diventare attore di culto grazie alla serie tv Scrubs.

Voto 8