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domenica 12 luglio 2020

Il buco: splendido anticlassismo spagnolo

"La merda è più efficace della solidarietà spontanea"


I malcapitati personaggi sono inseriti in una costruzione verticale di oltre duecento piano. La piattaforma parte dal piano zero con ogni possibile prelibatezza cibaria, in quantità sufficiente per saziare le coppie presenti a ogni piano, dal primo all'ultimo: basterebbe quindi razionalizzare il cibo a ogni piano per accontentare tutti.
Ovviamente però chi senza alcun motivo meritorio (ogni mese casualmente le coppie vengono spostate in piani diversi) si trova ai primissimi piani si abbuffa senza ritegno lasciando solo scarti e avanzi a chi si trova nei piani inferiori.

Soggetto semplice semplice per un film di altissimo impatto metaforico, girato apparentemente a bassissimo budget visto che in sostanza (a parte un paio di flashback che ci spiegano come il protagonista sia finito dentro questo buco) ci si trova claustrofobicamente rinchiusi in queste mura oscure tutte uguali per tutto il film. Ma non conta l'impatto visivo, conta il messaggio e la storia. E qui si vola molto alti.
Siamo sulla metafora della lotta sociale, riportata meravigliosamente in auge da Parasite, qui non raggiungendo la stessa ampiezza di discorso ma toccando parecchio: il messaggio è lì pronto a essere colto da chi ha un po' di mente aperta, la metafora è efficacissima.

Il film poi non eccede in spettacolarismi, pensa più alla forza della metafora che a rendere la visione appetibile per tutti (non molti potranno digerire i passaggi che vedono parti violente e mezzi di sopravvivenza che sfoceranno nel cannibalismo) e riesce con ottima cura nella sceneggiatura a non diventare monotono e ripetitivo nonostante non si esca dall'unico ambiente. Ed è facile immedesimarsi nel protagonista, pensare a come sopravvivere nella situazione se si fosse al suo posto: si procederebbe per bassezze impossibili da accettare moralmente (vedi l'aggredire il compagno di piano allo scopo di cibarsene quando ci si trova nei piani più bassi) o si proverebbe a cambiare qualcosa, e come fare?

Ivan Massagué, già visto in un ruolo completamente agli antipodi nella vivace e divertente serie tv Benvenuti in famiglia, si dimostra protagonista più che adeguato e rende facile empatizzare con la sua situazione: essendo per forza di cose pochi i personaggi e i volti con cui si familizzerà nel corso della storia, il suo ruolo era assolutamente fondamentale nella riuscita del film.

E il film riesce, ha un finale a modo suo cruento ma con un senso che è tutto meno che forzato: e lascia il segno indelebilmente.

Voto: 9


[Metafora personale bonus: immaginate di trovarvi in quella situazione. Con Salvini al piano di sopra. Una sfiga pazzesca. Lui un mese ad abbuffarsi e a te non rimarrebbe assolutamente nulla ogni giorno]

mercoledì 8 luglio 2020

È per il tuo bene: discreto intrattenimento

Non è certo questo il film che risolleverà il cinema italiano dalla propria crisi nerissima, ma è un film che riesce a intrattenere e a tratti anche a divertire. Merito soprattutto del mestiere degli attori protagonisti, Salemme su tutti.


Peggiori auspici per un film proprio non potevano esserci. La polemica sulla locandina (per quanto a creare il pastrocchio sia chi l'ha distribuito, non chi ci ha lavorato sopra), il fatto che si tratti dell'ennesimo remake (a questo giro si ricicla dalla Spagna dalla pellicola Es por tu bien), una scena introduttiva parecchio infelice e un film che per i primi 10 minuti sembra il prologo del disastro (vedi la scena dei "vaffa").
Eppure, nonostante tanti difetti, la noia non arriva sostanzialmente mai durante la visione di E' per il tuo bene, che solo nella parte finale lascia un sapore non convincente per come viene rincorso il solito facile "happy ending".

Anche se (come il sottoscritto) approcci la visione con parecchi pregiudizi, sostanzialmente il film non crea mai quel "punto di rottura" che porta alla frustrazione, anzi il film si mantiene vivace grazie alla regia di Ravello e le situazioni alla lunga diventano simpatiche, portano al sorriso se non proprio alla risate. Certo, la storia è quella che è, ma i tentativi strampalati dei tre protagonisti portano a una fase centrale del film parecchio piacevole.
Buon merito va dato agli attori, pur in dei ruoli non esattamente congeniali. Sia Battiston che Giallini infatti sembrano metterci un po' a entrare realmente in personaggi che non sfruttano benissimo le proprie doti attoriali, ma entrambi hanno la bravura per cavarsela più che discretamente con mestiere: se Giallini deve un po' contenersi ma comunque riesce a mantenere costante la propria prestazione, Battiston dopo un inizio stonato (anche per una sceneggiatura che gli mette in bocca delle frasi non esaltanti) si accende e finisce per creare probabilmente il momento più gustoso della pellicola nella scena del furto, quando per creare i presupposti dello scasso finisce per diventare eccessivamente distruttivo.
Su tutti però a spiccare e ad alzare il livello del film è Vincenzo Salemme, che da troppi anni sembrava essersi perduto e spento. I fasti delle prime commedie "teatrali" restano lontani, anche perché qui non c'è quel feeling innato che il napoletano aveva coi Casagrande e Buccirosso di turno, ma nell'ormai solito ruolo di padre apprensivo si rivede un Salemme convincente e divertente come non lo si vedeva da tanto tempo: a un certo punto del film il napoletano riesce a strappare il sorriso ogni volta che apre bocca e sono abbastanza azzeccati i suoi pregiudizi con il trapper fidanzato della figlia ("le tue canzoni parlano di canne" "mica vuol dire che me le faccio davvero, mica Gianni Morandi andava davvero a prendere il latte" "sì ma nei testi si parla sempre di sparare" "perché Gianni Morandi sparava davvero ai vietcong?").

Non c'è nulla di trascendentale, non è certo questo il film che risolleverà il cinema italiano dalla propria crisi nerissima, ma il film riesce a intrattenere ed è già qualcosa.
Tutto ciò nei difetti evidenti, in particolare per quanto riguarda il solito ruolo di puro contorno assegnato in questo genere di film alle donne: verrebbe da dire che se nella locandina originale non c'erano i nomi delle attrici un motivo c'era ed era legato al ruolo totalmente marginale che queste avevano. Al solito per gli sceneggiatori italiani, le mogli dei protagonisti servono per spaccare piatti e per cacciare da casa i mariti quando le cose non vanno. Fine. Giusto la Lodovini per qualche minuto ha un ruolo di minima presenza, ma finisce subito.

Negativo e spento il finale, con sceneggiatura e regia che non riescono a mantenere il brio e le situazioni divertenti che si erano viste per tutto il film e con i personaggi che hanno un cambio di idee e mentalità troppo repentino per essere credibile.

Voto: 5,5

domenica 5 luglio 2020

Gli uomini d'oro: De Luigi d'oro

Apprezzabile tentativo di proporre un qualcosa di diverso nel cupo panorama del cinema italiano attuale. Non tutto funziona al meglio, ma globalmente il film si fa apprezzare, forte anche di buone interpretazioni di tutto il cast, un superbo De Luigi su tutti.


Dopo aver fatto le prove generali con I Peggiori (film non esattamente riuscitissimo), Vincenzo Alfieri alza il tiro, migliora la scrittura e sfrutta un casting molto più ambizioso per proporre un secondo lavoro che, per quanto imperfetto nella sua globalità, finisce per forza di cose per spiccare nel grigio panorama del cinema italiano.
Partendo (liberamente, visto che viene cambiata la data dell'evento) da un reale fatto di cronaca, viene costruito un noir cupo decisamente insolito per il cinema italiano attuale. Proprio questo volersi staccare da un tipo di cinema troppo omologato e poco coraggioso rappresenta la caratteristica più interessante de Gli uomini d'oro, anche per il semplice fatto di riuscire a dare agli attori coinvolti un modo nuovo di esprimersi, dimostrando di come questi siano più che capaci di interpretare qualcosa di diverso dal solito personaggio stereotipato e senza ambizioni che trovano puntualmente nelle tipiche produzioni italiane.
Già, perché il problema del cinema italiano attuale non è certo imputabile agli attori, o perlomeno non soltanto a loro: gli attori scarsi che diventano popolari ben oltre i loro meriti ci sono stati anche nel periodo d'oro del cinema italiano e si trovano facilmente anche nel cinema internazionale (quanti ce ne sono a Hollywood?). Il vero problema di fondo però sta a monte, nella mancanza di idee, nella mancanza di ambizioni, nella mancanza di coraggio che caratterizzano ormai da decenni questo cinema.

E questo film lo dimostra, perché tutti gli attori (persino Giampaolo Morelli, che pure con i Manetti Bros aveva legato il proprio nome a qualcosa di diverso per il panorama italiano) trovano un ruolo e un linguaggio più alto e rispondono con delle interpretazioni decisamente soddisfacenti.
Così si crea un filo doppio parallelo: gli attori sfruttano una scrittura più particolare e lo stesso Alfieri sfrutta il succitato casting più ambizioso, due circostanze che portano buona vena al film.

Su tutti spicca chiaramente un nome, quello di Fabio De Luigi, che dimostra in questo ruolo quanto personalmente abbia sempre pensato, ovvero che a livello di talento e di bravura non fosse poi così inferiore ai mostri sacri storici del cinema italiano. Finora lo si era appurato davvero raramente, visto che solitamente s'è trovato a lavorare con copioni mediocri e quasi sempre in film insalvabili, ma qui De Luigi dimostra che non è solo attore adatto a ruoli da bonaccione da commedia, perché regala qui una prova straordinariamente intensa e drammatica.

Una grandissima prova d'attore che impreziosisce ulteriormente un film in cui chiaramente non tutto fila liscio, ci sono diversi inceppi nella storia e non tutto è messo in scena in modo convincente. Resta però un film globalmente apprezzabile, non fosse altro per il tentativo di staccarsi dalla spenta omogeneità attuale. Le atmosfere da noir sono ben riportate, forse ci voleva un po' più di originalità nell'affrontare il genere ma il film sicuramente intriga e interessa per tutta la sua durata. Vedremo se in futuro Alfieri riuscirà ad affinare ulteriormente il proprio operato, se riuscirà a ripetere questo che resta un lavoro sicuramente interessante.

Voto: 7

sabato 4 luglio 2020

Sotto il sole di Riccione: Vanzina+youtubers, cosa abbiamo mai fatto di male per meritarceli?

La presenza degli smartphone non può certo rendere fresche delle storie completamente ammuffite. Perlomeno i Sapore di mare d'antan bene o male avevano degli attori noti che riuscivano a creare dei personaggi riconoscibili: qui abbiamo dei volti mediocri a proporre senza un minimo di creatività dei personaggi obsoleti e inutili


Quando non si trova il film straniero (buono o meno che sia) di cui fare un inutile remake, il cinema italiano non smentisce la propria atavica assenza di idee e si affida alle operazioni nostalgia costruite a tavolino: non c'è nulla di male in sé per sé a riempire il cinema con un tocco di rivisitazione del passato, ma bisogna farlo con un senso costruttivo che già di partenza (dalla prima scena in cui appare Roncato) si capisce che Sotto il sole di Riccione non ha neanche lontanamente, appioppandoci quello che semplicemente è un Sapore di mare con gli youtuber. E se film di quel tipo sono diventati (per alcuni, non per il sottoscritto onestamente) per certi versi "memorabili" era perché erano zeppi di attori noti capaci di sopperire anche alla pochezza media delle storie per la capacità di proporre dei personaggi propri assolutamente riconoscibili, cosa che qua (a parte qualche volto messo lì per la suddetta nostalgia, come Roncato e Isabella Ferrari) non esiste assolutamente perché questi ragazzetti che ci appioppano oltre a essere sostanzialmente non conosciuti (a meno che lo siano per una certa nicchia, nessun volto dice niente) sono assolutamente senza personalità, incapaci di provare a dare un minimo di caratterizzazione ai propri spenti personaggi (e questa è la cosa più grave). Aggiungiamo a questo la solita scrittura banalissima tipica dell'Enrico Vanzina di tanto tempo a questa parte, la regia degli youtuber che improvvisano un film, e abbiamo un risultato puramente squallido: pur con la bassissima età media (quasi bassa quanto il QI espresso dai dialoghi), si tratta così di un film vetusto in partenza, perché non può essere la presenza degli smartphone a rendere fresche delle storie completamente ammuffite. L'ennesima fotografia di un disastrato cinema italiano.

Il film va avanti stanco, sciatto. Riesce ad annoiare e ad irritare, a farti pensare un "cosa abbiamo fatto di male per meritarci il binomio Vanzina+youtubers?". Non solo non c'è nulla da salvare, ma c'è persino pochissimo da commentare, tanta è l'inutilità.

Disastro.

Voto: 0

mercoledì 1 luglio 2020

Tommaso Berni: una carriera esaltante

Numeri e statistiche del portiere più amato d'Italia


Voglio raccontarvi la storia di Tommaso Berni con numeri e dati.
Berni, terzo portiere dell'Inter da sei anni, ha avuto l'onore delle cronache domenica sera facendosi espellere dalla panchina: quest'anno per Tommy B zero presenze. E due espulsioni. Focoso uomo latino!

Ma guardiamo meglio la carriera di club di Tommaso. Lui sostanzialmente è in prima squadra dal 2001, quando addirittura era al vecchio Wimbledon. Sono 19 anni. In 19 anni Berni ha giocato un totale di 120 partite coi club! In media poco più di sei all'anno! 108 partite di campionato, 10 di coppa nazionale e due di coppa di lega portoghese (già è stato anche al Braga).
Di queste 120, 78 partite sono concentrate in due anni con la Ternana, 2004-05 e 2005-06: quindi nei restanti 17 anni di carriera di club ha giocato 42 partite ufficiali.

Questo continua ad avere stipendio da calciatore di Serie A. E non vede il campo in una partita ufficiale dal 28 Ottobre 2012, un Sampdoria-Cagliari 0-1 che a questo punto passerà alla storia per questo fatto.

Tre giorni dopo Berni tornerà in panchina, a San Siro, Inter-Sampdoria 3-2: iniziando così la meravigliosa striscia di partite non giocate. E quel 31 Ottobre 2012 Berni iniziò questa striscia facendo la cosa che meglio sa fare nella sua vita: facendosi espellere. Dalla panchina.
Una carriera esaltante.

sabato 27 giugno 2020

Che vita da cani! Il film più maturo di Mel Brooks

"La vita è così, un insieme di momenti: la maggior parte sono terribili, ma ogni tanto succede qualcosa di buono"


Pochissimi, se non nessuno, citeranno Che vita da cani! tra i film memorabili del geniale Mel Brooks, di certo non alla pari con classicissimi come Frankenstein Junior o Mezzogiorno e mezzo di fuoco. Eppure questo film ha una sua importanza nella sua filmografia, perché è il lavoro più maturo di Mel Brooks, che per la prima (e unica) volta si cimenta nel campo della commedia classica e che per certi versi (lui fautore assoluto del politicamente scorretto) sposa per l'unica volta la causa del politicamente corretto.
Certo, chi si aspetta il solito film alla Mel Brooks in cui ridere a crepapelle quasi a ogni momento può restare sicuramente deluso, ma in questo film si può vedere come (se avesse voluto) il regista di Brooklyn avrebbe potuto dire la sua anche nel linguaggio della commedia.

La storia del ricco che si trova (per scommessa) a vivere da senzatetto, con un retrogusto critico contro le varie speculazioni edilizie, non sarà nulla di particolarmente originale ma funziona perché Brooks come attore è migliore di quanto probabilmente egli stesso si sia mai considerato (visto che questo e Alta Tensione sono gli unici due film in cui si è scelto come vero protagonista) e perché il film è portato avanti con un gusto notevole: si inizia in modo eccellente, il film si stabilizza e si mantiene piacevole per poi arrivare a una notevole impennata conclusiva, con un finale davvero ben riuscito.
Per quanto non sia un film sguaiato, a momenti seri si alternano scene parecchio divertenti, con un paio di stoccate alla Mel Brooks ("Dov'è il vostro senso di lealtà e di rispettabilità?" "Signor Bolt, siamo avvocati!") e con una straordinaria comparsata delirante e scatenata di Rudy De Luca ("sono più ricco di te!") a impreziosire il tutto.
Eccellente anche la prova di Lesley Ann Warren come spalla principale di Brooks (meravigliosa quando simula la morte nel sonno, con un possibile richiamo a Meg Ryan che simula l'orgasmo in Harry ti presento Sally), che regala il momento più toccante con la frase "La vita è così, un insieme di momenti: la maggior parte sono terribili, ma ogni tanto succede qualcosa di buono".

Un Mel Brooks sicuramente atipico, ma un film a suo modo riuscito.

Voto: 7

Lei: la fragilità e la solitudine dell'essere umano

Un film di forte impatto filosofico, decisamente più interessante sull'aspetto umano che su quello teoricamente "tecnologico". 


Theodore è un uomo modesto, uno di quelli che confonderesti e non sapresti distinguere all'interno di un gruppo di persone, uno tra tanti, anonimo e incapace di spiccare. Il suo lavoro stesso lo porta a nascondersi dietro altre esistenze, visto che si guadagna da vivere scrivendo lettere per gli altri.
L'esistenza di Theodore è in una fase complessa, l'essersi lasciato di recente con la moglie (e a lungo non ha il coraggio e la forza di firmare le carte per il divorzio), con cui in sostanza ha condiviso la propria intera esistenza fin da piccolo, lo ha portato in una spirale di solitudine. Le poche amicizie rimastegli provano a trovargli una possibile nuova compagna (vedi l'appuntamento al buio con nientemeno che Olivia Wilde), ma Theodore mostra un lato comune a tanti esseri umani, il bisogno di attaccamento che lo rende fragile.

Lei è soprattutto questo. E' un dramma che fotografa lo stato di solitudine che può colpire tanti essere umani (indistintamente dal sesso, dalla condizione sociale e da ogni cosa), una nostra fragilità psicologica che porta il protagonista a proiettare tutto sé stesso, emozioni e sensazioni, felicità e frustrazioni, passione e sentimento, in qualcosa di astratto: il bisogno di Theodore di attaccarsi a qualcosa è talmente grande che il suo alter ego diventa un computer, un sistema operativo impostato con la voce femminile (in lingua originale quella sensualissima di Scarlett Johansson, che peraltro in una breve scena canta anche ricordandoci come non sia malaccio neppure come cantante, come se le necessitassero altre doti naturali). L'alter ego di Theodore non esiste realmente e fisicamente, ma il bisogno che ha la fragilità umana a sentirsi unito a qualcosa lo porta a creare un legame irrealizzabile.
E' questo il forte impatto di Lei, un film dalla fortissima valenza filosofica e comportamentale, che vuole essere un ritratto dell'aspetto umano molto più che di quello teoricamente "tecnologico". Un film che ha una notevole forza di fondo, capace di far riflettere sulla nostra condizione.

Forse il minutaggio è eccessivo e in tal senso probabilmente l'Oscar come migliore sceneggiatura è esagerato, perché a un certo punto si nota una certa ripetitività, ma resta un film in generale molto forte che merita la visione.
Come sempre grandissimo Joaquin Phoenix, probabilmente l'attore di questa generazione capace di essere più duttile, di saper adattare sé stesso (anche visivamente) e lo stile di recitazione a seconda del copione: può essere gigionesco (ma anche lì con una forte fragilità) e esagerato come in Joker e allo stesso tempo rendersi standard e anonimo all'interno del mondo che lo circonda come in Lei, stimmate di un attore davvero strepitoso.

Bel film.
Voto: 8,5