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giovedì 19 dicembre 2019

Il mistero Henri Pick: il fascino del film intelligente

Commedia intelligente ma leggera molto "alla francese" che risulta essere piacevole e a tratti anche discretamente divertente. 


In un'epoca in cui media e spettacolo (e la società nel suo insieme) sono affetti da un mastodontico istupidimento generale, è bello vedere ogni tanto un prodotto intelligente, per quanto non certo "pesante" nella sua struttura. Il mistero Henri Pick è un film destinato a essere abbastanza snobbato in Italia, in quanto la Nazione in cui non si legge (più) non può certo accogliere a braccia aperte un film così incentrato sui libri e sulla cultura, ma è l'ennesimo esempio di buona commedia francese in cui basta uno spunto discreto per portare a un film piacevole sostanzialmente nell'intera sua durata.

E' un film che fa della leggerezza il proprio punto di forza, rendendo così interessante il "delirio complottista" (così viene definito da uno dei personaggi del film) del protagonista, un critico letterario un filo arrogante e inizialmente discretamente snob a cui presta bene il volto un ottimo Fabrice Luchini: il suo Jean-Michel Rouche diventa così ossessionato dalla figura di Henri Pick, il pizzaiolo scomparso da due anni che si scopre autore di un capolavoro della letteratura moderna francese, uno mai visto né scrivere né tantomeno leggere nemmeno dai suoi più stretti parenti ma all'apparenza capace di inserire nella sua opera clamorose citazioni provenienti dalla letteratura russa. Può essere davvero lui l'autore di un'opera del genere?

Il film così ci mette la pulce all'orecchio e ci incuriosisce per capire come siano andate davvero le cose, ma nel frattempo segue uno stile tipico della commedia francese, con un'aura di qualità in cui però non stonano nemmeno un paio di gag grevi (nella libreria coi manoscritti rifiutati dagli editori da cui viene scoperto il capolavoro di Pick troveremo poi degli stagisti mandati dalle case editrici a sperare di trovare una nuova perla nascosta ma poi costretti a leggere robe con titoli come un esilarante "Le bambole gonfiabili non hanno problemi di menopausa", un libro che onestamente sarei stato curioso di leggere anche io): è il contesto quello che cambia tutto e persino la classica (e abusata) scena della cannetta viene resa accettabile e ha un suo senso nel quadro del film.

In definitiva un film che senza particolarmente strafare riesce a essere piacevole, ben recitato e che merita sicuramente la visione.
Voto 7,5

giovedì 5 dicembre 2019

Cena con delitto: giallo gustosamente divertente

Discreto a livello di giallo puro, con qualche inceppo di sceneggiatura, ma trova la propria forza nella capacità di essere ironico e cattivo in una fase centrale molto più vicina alla black comedy, tanto da risultare alla fine anche gustosamente divertente. Eccellente Ana de Armas.

Il delitto del titolo italiano (comunque insulso, chiaro segno che chi ha scelto questo titolo non ha visto il film) arriva subito, evitando inutili preamboli. Proprio questo permette al regista Rian Johnson di instaurare un ritmo costante che risulta essere una delle forze della pellicola, tanto che la durata di oltre due ore non pesa per nulla, anzi il minutaggio del film scorre via agevolmente.
Partito con la seriosità classica dei gialli, con un'ambientazione che può ricordare i classici gialli alla Agatha Christie (con l'investigatore Benoit Blanc a inserirsi un po' alla Poirot o alla Sherlock Holmes), Knives Out sorprende però nel non essere completamente omologato a questo genere, provando sì (soprattutto nella parte iniziale e finale) a darne una versione rimodernata, ma che dopo la mezz'ora introduttiva ha una virata degna di una black comedy che risulta parecchio divertente. Fondamentale in questo la presenza di quello che (oltre all'investigatore) diventa il personaggio di spicco, la Marta interpretata benissimo da Ana de Armas: in un cast pieno di nomi di primo piano, è proprio la giovane cubana a dare un'anima diversa al film, con la sua infermiera che non è semplicemente la più "vicina" alla vittima, ma che via via assume un carattere parecchio interessante. Ana de Armas riesce a dare al proprio personaggio una naturalissima dolcezza di fondo, aggiungendoci però (specie nelle fasi centrali nel tentativo di nascondere le proprie tracce) una goffaggine che porta a scene discretamente divertenti e che proprio per questo la rende come il fulcro del cambio di registro che si vede nella fase centrale del film. In sostanza, queste caratteristiche permettono allo spettatore di trovare (in un pieno di personaggi volutamente poco simpatici) la propria empatia con questa giovane infermiera, tanto da parteggiare per lei nelle parti più critiche del film.

A differenza dei gialli tipici alla Agatha Christie, che sono ambientati nell'alta borghesia ma con una nota di forte rispetto per questa, qua la scrittura è cattiva e per certi versi ci propone una specie di satira sulla famiglia in questione, mostrandoci tutte le ipocrisie dei figli e dei nipoti della vittima: ci viene descritta una famiglia avida e anche viscida, il cui unico ricordo di Harlan Thrombey è legato alle fortune e alla proprietà. Una serie di caratteri ambigui che mostrano tutte le loro bassezze in particolare dalla godibilissima scena della lettura del testamento in poi, quando appunto ognuno dei figli (e dei nipoti) arriva ai ferri corti. Bene sia Toni Colette che Don Johnson, ma a piacere anche di più in questo ruolo ambiguo sono gli ottimi Michael Shannon e soprattutto la sempre bravissima Jamie Lee Curtis, i cui primi piani "acidi" danno un altro volto interessante e pepato al film.
All'apparenza più di secondo piano, ma ben tratteggiate anche le figure giovanili, quelle dei nipoti della vittima, con la Meg di Katherine Langford che sembra avere il piede in due scarpe, provando a essere sia amica dell'infermiera (non aggiungendo altro per evitare spoiler) sia a tirare l'acqua al mulino familiare, mentre il 16enne (definito "neonazista") Jacob (interprato da Jaeden Martell) è volutamente inespressivo e rappresenta per certi versi il ragazzino viziato e perfido con chi non ritiene alla propria pari. Tra i nipoti spicca (anche per carisma, ma non solo) l'eccellente Chris Evans, che con il suo cinismo e la sua strafottenza regala un paio di risate grasse (straordinario nella già citata scena della lettura del testamento).

Insomma, i Thrombey si rivelano la classica famiglia perfetta solo di facciata, per poi trasformarsi in squallidi avvoltoi alla prima occasione utile, con nessuno a salvarsi e a dimostrare una maggiore morale rispetto agli altri. Anzi, la famiglia dimostra anche un razzismo di fondo, non solo nei discorsi (in realtà non così incisivi) sugli immigrati, ma soprattutto nel dare all'infermiera una nazionalità ogni volta diversa qua e là nel film, in una sorta di mini-gag che si ripete almeno quattro volte (a memoria Marta viene descritta dell'Honduras, dell'Uruguay, del Paraguay e del Brasile).

Ovviamente un film del genere non può riuscire se la figura di squilibrio come quella dell'investigatore privato non fosse ben centrata e in ciò sorprende l'interpretazione di Daniel Craig, che evidentemente crede fortemente nel proprio personaggio: in un film che fondamentalmente vuole riaggiornare i canoni del genere giallo, il suo Benoit Blanc sembra volersi ispirare per certi versi alla deduttività dello Sherlock Holmes, all'affabilità e al sottile humour dell'Hercule Poirot e in qualche modo anche al tenente Colombo nel suo rapporto con l'infermiera Marta. Craig appare più sciolto di quanto personalmente potessi immaginare e risulta assolutamente funzionale (se non di più) sulla piacevolezza del film.

In sostanza è un film che magari da giallo puro non è troppo brillante o originale (e in alcune fasi si nota qualche inceppo di sceneggiatura), ma che si fa piacere per fluidità, per buona tecnica (bellissima la scenografia, ottima la fotografia, di ottimo livello la regia) e soprattutto per la capacità di non prendersi eccessivamente sul serio, tanto da risultare anche gustosamente (senza essere sguaiato) divertente. Il voto sarebbe tendente al 7, ma dò un punto in più per la fase finale, quella immediatamente successiva alla risoluzione del caso.

Prendi i soldi e scappa: la meravigliosa storia di Virgil Stark

Il Woody Allen degli inizi, quello più sfacciatamente comico, ci regalava già chicche imprescindibili. 

Nonostante il suo stile debba essere (giustamente, essendo ancora il suo esordio vero) affinato, Prendi i soldi e scappa resta comunque un capitolo fondamentale nella filmografia di Woody Allen, soprattutto per assaporare la sua fase puramente comica, con punte di grande cinema demenziale (a ricordare ciò che sostengo sempre, ovvero che per fare il vero demenziale bisogna essere parecchio intelligenti).

La carriera criminale di Virgil Stark, seguita nello stile del finto documentario (genere che solitamente non amo, perché raramente è brillante e centrato come in questo film), porta a spunti di splendida comicità, per un film che è una serie di gag senza pause. Demenziale, anche surreale, Woody Allen esalta il suo talento comico con tante scene destinate a entrare nella storia.

Si può però anche vedere qualche momento dell'Allen che sarà, in particolare nelle riflessioni con la voce fuoricampo che seguono il primo incontro con la futura compagna Louise con la celebre "dopo quindici minuti avevo già deciso di sposarla, dopo mezz'ora avevo rinunciato del tutto all'idea di rubarle la borsetta".

Insomma, in futuro Woody si migliorerà (e tanto), ma già il suo esordio rappresenta una chicca per il cinema comico americano. E dopo tutti questi anni (adesso ne sono passati 50) resta una visione assolutamente piacevole.

Voto 8.

giovedì 28 novembre 2019

Un giorno di pioggia a New York: Woody con le polveri bagnate

La scelta disastrosa di Timothée Chalamet come protagonista appesantisce un film certamente non brutto, ma comunque da considerare minore nella eccellente filmografia di Woody Allen.


Il tanto atteso e altrettanto tribolato (e checché se ne dica nella Nazione che tutto perdona, tutto dimentica e tutto abbuona come la nostra, le motivazioni c'erano tutte per una vicenda inquietante, ancora troppo nebulosa e impossibile da dimenticare anche dopo tutti questi anni, questo genere di accuse non possono mai andare in prescrizione nella memoria generale e a dirlo è un alleniano come il sottoscritto) "Un giorno di pioggia a New York" ci propone un Woody Allen minore e non particolarmente ispirato, in un film che regala comunque 90 minuti leggeri per il solito mestiere di un artista che sa ancora dirigere e scrivere come pochi, ma per un film che allo stesso tempo difficilmente verrà ricordato tra qualche anno.
Non è certo un film brutto come Vicky Cristina Barcelona e To Rome With Love (i due grossi passi falsi della filmografia alleniana che ormai si approssima al cinquantesimo film), ma è uno di quei film che scorrendo i titoli delle produzioni alleniane ti farà dire "ah, ma ha fatto anche questo?".

I punti di forza sono la bravura registica del vecchio Woody, che riesce a scrivere come sempre dei dialoghi ben al di sopra della media (anche se su questo c'è qualcosa da dire più avanti) e creare quell'atmosfera inimitabile, dovuta al mix tra le solite musiche jazzate e il forte impatto visivo, ancora più forte quando l'ambientazione è quella newyorchese tanto cara ad Allen. Questo basta a far scorrere velocemente i 90 minuti senza mai annoiare, ma le avventure dei due protagonisti nella magnifica New York piovosa non sono certo memorabili, sono incapaci di appassionare e di lasciare il segno. Specialmente le vicende di Gatsby senza i dialoghi ricercati degni di Woody Allen sembrerebbero quelle di una mediocre serie tv adolescenziale.

Oltretutto non convince il casting maschile del film. La popolarità che ha Leiv Schreiber per me è un totale mistero: in sostanza questo attore sa fare unicamente l'espressione un po' da cane bastonato tipica di Ray Donovan e quella soltanto, il che può andare bene (in parte) in quella serie tv che gli calza a pennello, ma qua ci si accorge di una totale mancanza di alternative. Insomma, la sensazione che hai è che Ray Donovan sia finito a fare il regista, nulla più.
Ruolo difficilissimo nei film di Allen in cui il regista non è presente da attore (ormai per ovvie ragione, la quasi totalità) è quello del protagonista maschile, perché viene facile ripensare a certe pellicole memorabili e a paragonare la presenza principale con quella storica di Woody Allen. Un ruolo difficilissimo che sulle spalle dell'imberbe Timothée Chalamet pesa come un macigno: vedere certe frasi e certe citazioni in bocca a Chalamet sembrano davvero poco credibili. Chalamet non regge la scena quando deve tirare fuori quelle due-tre frasi sarcastiche "a la Woody Allen" e annaspa senza meta, senza sapere cosa fare in un ruolo che proprio gli sta troppo largo. E la scelta disastrosa dell'attore protagonista è una delle peggiori piaghe del film.

Per quanto (giustamente, ripeto senza voler creare fraintendimenti, visto che le accuse non sono mai state cancellate in maniera chiara, anzi sono rispuntate in maniera pesantissima con la forte e toccante intervista di Dylan Farrow alla CBS: davvero mi sconcerta leggere in questi giorni certe assurdità in riviste e siti di queste latitudini) lui sia visto ora come un cancro dalle correnti femministe americane, Allen invece difficilmente sbaglia il casting delle attrici femminili, anzi riesce sempre a creare ruoli importanti per loro e a esaltarle: senza voler tornare a nomi storici come quelli di Diane Keaton e Mia Farrow per un paragone impossibile da reggere, il pensiero va alle varie Scarlett Johansson, Helen Hunt o Mira Sorvino di turno, viene difficile ricordare delle protagoniste femminili non esaltanti nelle pellicole del newyorchese. E il bersaglio è ancora centrato pur puntando su un'attrice molto giovane come Elle Fanning, che regge splendidamente la scena e (pur in un personaggio costretto a girovagare tra registi, sceneggiatori e attori senza un reale colpo di coda notevole) riesce a dare un tocco elegante alla propria recitazione.
A stupire più di tutti però è la presenza di Selena Gomez, il cui personaggio deve punzecchiare il protagonista Gatsby con delle battute abbastanza cattive: non diresti mai che un ex volto della Disney possa essere credibile nel recitare battute simili, eppure invece la Gomez sorprende per credibilità e riesce a far sorridere (cosa che invece Chalamet non riesce mai a fare nelle battutine tipiche alleniane).

Infine, pur apprezzando la solita regia (magari non indimenticabile come in altre pellicole, ma comunque efficace e professionale), stupisce dover vedere un errore tecnico marchiano da uno che invece sul piano tecnico è ricercatissimo come Woody Allen. Il mio riferimento è alla scena del taxi, in cui i capelli bagnati di Selena Gomez cambiano pettinatura a ogni inquadratura, una roba grossolana che si ripete una quarantina di volte (tanto che addirittura i capelli bagnati diventano asciutti, poi di nuovo bagnati, poi cadono in modo diverso sull'orecchio, tutto senza una logica). Un errore sconcertante davvero clamoroso e che probabilmente nell'intera filmografia alleniana si era visto soltanto nel già citato To Rome With Love.

Insomma, la pioggia del titolo ha avuto anche un po' l'effetto di bagnare le polveri di Woody Allen. Nonostante tutto, un film non sufficiente ma che è impossibile stroncare completamente: evidentemente Allen riesce a salvare anche delle pellicole poco ispirate come questa.

giovedì 21 novembre 2019

Cetto c'è, senzadubbiamente: Albanese c'è, la sceneggiatura no

Cetto Laqualunque funziona ancora e Albanese riesce a creare qualche momento divertente, ma il film è annacquato da una sceneggiatura troppo spenta e per nulla creativa.

Dopo un primo capitolo capace di essere ancora adesso divertente (pur nei suoi difetti di fluidità) per l'introduzione al cinema di un personaggio sfavillante come Cetto Laqualunque, ma anche dopo un secondo capitolo riuscito piuttosto male e dimenticabilissimo, Antonio Albanese e Giulio Manfredonia (più il primo che il secondo) ci riprovano cambiando un po' il mirino per gli sviluppi sempre più biechi dell'attualità italiana: basta questo per fare un buon film?
Ovviamente no, serve (specialmente al terzo atto) una sceneggiatura forte, capace di far male sui temi attuali interni o perlomeno capace di creare un clima surreale insolito. Purtroppo tutto questo in "Cetto c'è, senzadubbiamente" non c'è proprio (senzadubbiamente). I riferimenti che qualcuno poteva aspettare sulla corrente becero-sovranista sono minimi (sempre se ci sono), quindi in realtà la satira viene tagliata fuori in partenza, così come la componente grottesca è poco viva. Di fatto, il film segue logiche da commedia vista e stravista, tanto che buona parte degli spettatori con una non eccelsa esperienza cinematografica può capire fin da subito dove il film vuole più o meno andare a parare nella sua storia, troppo lineare e troppo prevedibile. Tutto ciò impedisce la caratterizzazione dei personaggi di contorno a quello che (ovviamente) è il grande protagonista, cosa che invece in Qualunquemente era un po' più presente: il figlio di Cetto sembra il luogo comune del giovane attuale e non ha carattere, l'ex moglie di Cetto purtroppo di vede solo un paio di volte (ed è l'unico personaggio capace in sé di regalare delle risate nella sua sfuriata contro l'ex marito), la nuova moglie è un corpo e poco più, l'onnipresente Pino sorprende solo quando cita Giulio Cesare ma per il resto nulla aggiunge.

Il film è quindi troppo sulle spalle di Antonio Albanese, che pure è debordante e non a caso riesce a regalare i momenti più divertenti quando riesce a liberarsi da un contorto troppo lineare e a garantire le stravaganze tipiche del personaggio di Cetto: la sceneggiatura infatti non regala poi momenti così divertenti, quindi tutte le risate sono dovute all'estro di Albanese. Devastante alla cena con i nobili (sorpreso di quanta gente ci sia che non faccia nulla nelle proprie giornate), trascinante quando al matrimonio canta il ritornello dell'assurdissima Il Vero Amore, inno al meretricio che sembra calzare fin troppo bene al carattere di troppi uomini che si ricordano di avere gli attributi solo durante l'atto sessuale ("Il vero amore è solo a pagamento, se pagherai in contanti ti sentirai contento, il vero amore non cede al sentimento, la paghi la saluti e non c'è sfracanamento").

Per cui si ride sì, perché il talento comico (e anche attoriale, Cetto non è solo volgarità spiazzanti ma anche espressioni strafottenti interpretate perfettamente da questo grande attore) di Antonio Albanese resta eccelso, ma purtroppo resta superiore agli stessi film che interpreta. Il personaggio funziona ancora, perché purtroppo l'odiernità italiana lo rende fin troppo attuale (basta appunto spostare un minimo il mirino), ma allo stesso tempo non può ottenere un voto superiore alla sufficienza perché alle spalle del protagonista si vede troppo poco. Ed è un vero peccato, senzadubbiamente.

E poi, mi chiedo: solo io avrei voluto vedere cosa avrebbe fatto Cetto Laqualunque da re?

giovedì 7 novembre 2019

La belle époque: Quel délice!

Cinema sognante capace di alternare risate e momenti toccanti con sorprendente facilità. Grandissimo film.


La vita reale di Victor prende una brutta piega e allora lui si rifiugia in una finzione, o meglio nell'idealizzare i propri ricordi.
Su questo semplice incipit, viene costruito un film più complesso del previsto, che stenta giusto nei primi 20 minuti che sembrano un po' caotici ma che a posteriori si capisce quanto fossero funzionali nell'introdurre ogni situazione che poi verrà approfondita in seguito.
Appena Victor inizia a entrare nella ricostruzione del suo 1974 il film accelera e non si ferma più, diventando semplicemente perfetto, con ingranaggi che girano al meglio.

La capacità del miglior cinema francese di rendere delizioso un soggetto all'apparenza semplice lascia ancora a bocca aperta. La Belle Epoque è cinema sognante, che ti fa entrare in un mondo "fantasioso" ma senza mollare il contatto con la severa realtà, in un miscuglio molto ben amalgamato. Tutto gira attorno al Victor ritratto in maniera impeccabile da Daniel Auteuil (meraviglioso il suo sguardo sognante una volta inserito completamente nella vita alternativa), ma attorno a lui si intreccia molto di più, dalla moglie Marianne che lo tradisce con un suo amico al "regista" Antoine con la sua storia ad alti e bassi con l'attrice che impersona la giovane Marianne, senza dimenticare il figlio del regista e vari personaggi secondari tutti capaci di aggiungere qualcosa all'opera (personalmente mi ha fatto impazzire l'assistente del regista ossessionato dal fatto che tutti gli altri attorno si divertano a eccezione di lui). Questa complessità impedisce al film di diventare stucchevole, viaggiando su un filo romantico-sognante che conquista e commuove senza mezzi termini.
Oltretutto il film vanta una scrittura arguta che permette di spezzare le situazioni più toccanti con battute azzeccate, riuscendo così a emozionare e far ridere con la medesima facilità.
Il tatto con cui tutto viene gestito è tale che pur toccando argomenti grevi (non mancano parolacce, battute sul sesso, la parte dominata dall'erba) il film mantiene una classe incredibile.
La regia di Nicolas Bedos che nella fase introduttiva sembra eccessivamente accelerata (quasi da puntata breve di una serie tv) trova il giusto passo a lungo andare.

Un finale con una buona morale (è giusto tenere dentro i ricordi migliori, ma bisogna sempre sapersi riadattare a tutto ciò che accade nella vita) e ben centrato consente poi di uscire dalla sala completamente soddisfatti, per un film che merita ampiamente il massimo dei voti e che è decisamente consigliato. Perché questo è davvero grande cinema.

sabato 2 novembre 2019

The Big Bang Theory: a.k.a. Sheldon & Co.

Diventata sempre più negli anni la "serie di Sheldon Cooper", dopo un inizio sfolgorante paga l'aver avuto alcune stagioni centrali piuttosto mediocri, per poi comunque riuscire a ritrovare una discreta vivacità nelle stagioni finali.


The Big Bang Theory è la perfetta dimostrazione di come alcune serie vengano tirate troppo per le lunghe, o perlomeno come in alcuni casi il livello tra le varie stagioni non è omogeneo.
Dopo un inizio abbastanza sfolgorante, in cui la serie mostra una certa originalità anche nel tema "nerdate", con il surreale innesto di Penny-Kaley Cuoco (vista in varie serie tv e qui nel ruolo che la lancia definitivamente), la serie ha una fase di stanca pesante a metà della propria "storia" con un paio di stagioni piuttosto brutte e comunque una pesante assenza di ispirazione.
In qualche modo gli autori riescono a risollevare la situazione e le ultime quattro-cinque stagioni risultano simpatiche, per quanto comunque si capisca che questa serie sia restata in vita per un unico motivo: il personaggio di Sheldon Cooper, con un Jim Parsons spesso strepitoso e capace di far dimenticare l'insulsità di tanti sub-plot (il peggiore probabilmente resta il viaggo nello spazio di Howard, una situazione capace di creare non una gag perlomeno simpatica).
Non è un caso quindi che l'ultima stagione si concentri quasi unicamente su Sheldon per dare una chiusura a questa serie che comunque è stata in grado di entrare nell'immaginario di tanti negli USA e all'estero, ma probabilmente (per quanto il voto finale resti positivo) lo status di "cult" resta eccessivo proprio perché diverse stagioni sembrano tirate via per forza d'inerzia.