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sabato 2 maggio 2020

Harry a pezzi: il film più alleniano possibile

Lo si può considerare un concentrato della filosofia comica di Allen a 360 gradi.


Nella filmografia di Woody Allen ci sono una manciata di film che specialmente noi europei valutiamo in maniera ben superiore rispetto alla loro reale qualità, film che unicamente perché hanno la firma del newyorchese vengono un tantino sopravvalutati, ci si inventa un messaggio o una morale nascosta che in realtà probabilmente non esiste.
Se invece c'è un film di Woody Allen che per me ha il trattamento opposto, quello è Harry A Pezzi, spesso quasi declassato, perlopiù dimenticato o comunque non così considerato quando si parla della sua filmografia.
Ebbene, da buon bastian contrario quale sono, Harry A Pezzi è invece uno dei film preferiti. Di certo vedo in questa pellicola un grande spartiacque, il momento in cui si chiude la seconda fase cinematografica di Allen (la prima è quella dalla comicità più "immediata" se vogliamo, quella più slapstick-demenziale), ovvero quella più puramente nevrotica/analitica, per poi dare il via a un leggero momento di riadattamento (non a caso il suo film successivo sarebbe stato il non riuscitissimo Celebrity) e che poi ci porterà al Woody Allen più "sofisticato", quello dello straordinario Midnight In Paris per intenderci.

Perché amo Harry A Pezzi molto più di tanti altri? Perché questo film racchiude in 90 minuti un po' tutto il pensiero cinematografico e autorale di Woody Allen, perché possibilmente (con le dovute invenzioni cinematografiche) questo è il film più personale della sua vita, perché qui vediamo raccolta buona parte della sua filosofia comica.
Visto che il nostro Woody interpreta uno scrittore, qui viene usato l'espediente dei suoi stessi racconti per inserire, insolitamente per lui, un certo numero di guest star (penso a Demi Moore e soprattutto a Robin Williams fuori fuoco, per una scena sensazionale) e soprattutto per spezzare il racconto con una serie di scenette brevi quasi sempre azzeccate, perché rappresentano alcune splendide trovate del regista newyorchese (la migliore è probabilmente il suo ritratto fuorviante degli ebrei, che gli viene rinfacciato dalla sorella).
Questo ci porta dentro a un film volutamente discontinuo, continuamente spezzato, quasi infilandoci dentro una centrifuga, ma questo funziona perché la qualità delle scene e dell'umorismo adoperato è piuttosto alto.

Funziona perché abbiamo un piccolo saggio di un po' tutto quello che è stato l'umorismo alleniano, con il protagonista che ha speso il proprio matrimonio in "analisti, avvocati e puttane", che non riesce a essere funzionale nei rapporti col prossimo e che in particolare ha un rapporto malato con le donne, tanto da aver lasciato la prima moglie perché a un certo punto gli faceva venire in mente un pugile (nel doppiaggio in italiano viene citato Primo Carnera, nell'originale il pugile è Max Schmeling), sorta di auto-citazione da uno dei suoi libri. Non manca qualche richiamo sportivo e religioso, vedi (per entrambi) quando parla dello "shot heard 'round the world", ovvero l'home-run di Bobby Thomson dei Giants (allora ancora a New York) del 1951: "it was the only hint I've had there may be a God". Sensazionale.
La scena del litigio con Kirstie Alley mentre il paziente di lei era sdraiato sul lettino da terapista rappresenta probabilmente i cinque minuti più alleniani possibili, per quello che è il momento più delirante del film, ma davvero si ride parecchio e in modo sempre diverso, proprio per l'eterogeneità del film.

Si potrà dire che questo sia il film più narcisista della carriera di Allen, ma se ci si diverte così tanto con una comicità tutt'altro che banale si può anche chiudere un occhio su questo aspetto.

D'altronde quando si parla della filmografia di Woody Allen non mi aspetto di essere considerato particolarmente imparziale, per cui può darsi che alcuni suoi film sia io stesso a valutarli per eccesso. Questo film lo amo particolarmente e lo considero assolutamente imprescindibile nella sua filmografia.
Voto: 9

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